Raoul Bova e Chiara Francini a Teramo nella commedia “DUE”

di Christian Francia  –

Bova e Francini - spettacolo teatrale DUE

Raoul Bova e Chiara Francini: i protagonisti della commedia teatrale “DUE”

«Sai cosa dice Epicuro?». «Scopiamo!».

In questa battuta è condensata l’essenza della commedia intitolata “DUE” che oggi 16 febbraio 2017 è di scena al Teatro Comunale di Teramo (con due recite: la prima alle ore 17,00 e la seconda alle ore 21,00), ovvero il concetto di “amore liquido” di Zymunt Bauman.

Lo spettacolo ha due soli attori, i popolari protagonisti del piccolo e grande schermo Raoul Bova e Chiara Francini.

Diciamo subito che la recitazione non è il loro forte, anche se il primo può fare leva su una bellezza scultorea di stampo greco, mentre la seconda gioca tutto sulla carica di simpatia e sull’energia che sparge sul palcoscenico.

La commedia è un’indagine psicologica di una coppia alla vigilia del matrimonio, assalita dai dubbi e dalle insicurezze che accompagnano una simile decisione nella “modernità liquida” nella quale viviamo.

L’autore, Luca Miniero, è alla sua prima messa in scena teatrale dopo i fortunati successi avuti dietro la macchina da presa (Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord, Un boss in salotto, Non c’è più religione), e coglie l’occasione del teatro per rappresentare un tema intrigante quale è il rapporto di coppia che si avvia all’istituzionalizzazione del matrimonio.

Il promesso sposo è un insegnante di educazione fisica con velleità filosofico-letterarie, mentre la promessa sposa è dotata di maggior spessore intellettuale ma sconta un’insicurezza cronica che viene ricondotta al cliché della donna stereotipata, lunatica e isterica a ore alterne.

I dialoghi e le battute si inframezzano a musiche e balletti che incorniciano i momenti salienti, dove la morale dell’autore/regista emerge attraverso fulminanti aforismi e citazioni filosofiche che sottolineano come il matrimonio sia una faccenda completamente diversa e più complessa rispetto alla semplice convivenza.

L’indagine sui sentimenti reciproci è fonte di malintesi e di incomprensioni, soprattutto quando l’ideale amoroso della fidanzata va a cozzare con la visione prosaica del fidanzato, la cui equazione è che l’amore sia la somma di amicizia più sesso.

Sulla scena compaiono i fantasmi del futuro, i figli che faranno, il cane che avranno, i reciproci amanti con i quali si accompagneranno, e le angosce finiscono per moltiplicarsi all’idea di come i coniugi potrebbero essere dopo venti anni dal matrimonio, magari stanchi, magari imbolsiti, certamente senza lo smalto della gioventù e senza la passione degli inizi.

Un’operetta morale infarcita di filosofia spicciola e di dialoghi pseudo-epicurei che vuole far ridere (ma non ci riesce troppo) e vuole mostrare i limiti e le angosce dell’amore di coppia nel terzo millennio (anche in questo caso senza troppo successo).

Il pretesto scenografico è il montaggio del letto matrimoniale nella nuova dimora coniugale, talamo da 99 euro che diviene un lettino da psicanalista dove la sposa esercita un brutale interrogatorio sul futuro della coppia, accampando la pretesa di voler sapere esattamente come si svolgeranno i successivi decenni della loro famiglia, ma mettendo a nudo l’illusorietà di voler dominare l’incertezza del destino.

Ad emergere sono due visioni della vita stereotipate: quella maschile bonaria e incosciente, e quella femminile nevrastenica, permalosa e facile agli sbalzi d’umore.

Le paure e le ansie reciproche prendono forme reali sul palco: vorticando pungono la sensibilità e turbano l’apparente serenità della relazione.

I limiti dello spettacolo trapelano in una distonia fra gli evidenti scopi del testo e della regia da un lato, e le prove attoriali dall’altro: se l’idea era quella di offrire allo spettatore un’iconografia poco rassicurante sulla vita di coppia reale (che non potrebbe che essere faticosa e a tratti insensata), il risultato appare scollato forse più per carenze della regia che non per mancanze dei protagonisti, certamente volenterosi ma ancora acerbi per reggere tutto il pathos di cui necessita un palcoscenico teatrale, il quale – a differenza della televisione e del cinema – reclama l’anima più del mestiere, invoca empatia e non simpatia, pretende capacità di suscitare emozione e partecipazione sia sul piano estetico che affettivo, mentre la prova di recitazione è risultata più scolastica che appassionata. 

7 Responses to Raoul Bova e Chiara Francini a Teramo nella commedia “DUE”

  1. Francesco

    16 febbraio 2017 at 14:15

    Praticamente hai usato la vaselina, ma li hai comunque “analizzati”!! Ah ah ah!!

  2. Elena

    16 febbraio 2017 at 21:03

    Poveraccio,
    Ma che spettacolo hai visto

  3. daniele

    16 febbraio 2017 at 21:54

    Chapeau per l’analisi

  4. Paolo fioravanti

    17 febbraio 2017 at 0:02

    Pubblico in delirio. Francini magistrale. Bellissimo spettacolo.

  5. Anonimo

    17 febbraio 2017 at 13:59

    Coloro che hanno apprezzato questo spettacolo non conoscono il Teatro. Sembrava uno spot, uno spettacolo lowcost…Tutto abbozzato e non concluso.

  6. Elio

    18 febbraio 2017 at 5:22

    Sono un docente universitario e ho trovato il testo e l’interpretazione della Francini di grande caratura. La sciatteria e la cialtronaggine di questa “recensione” sono mastodontici quanto le lacune che questo signore ha del nostro bell’idioma.
    Elio

  7. Daniele Di Eusebio

    18 febbraio 2017 at 12:29

    Per Elio: che lei sia un professore universitario non attesta nulla, proprio nulla… Le consiglio, se non lo ha fatto, di vedere il servizio del programma La Gabbia sulla conoscenza della lingua italiana dei professori universitari della Bocconi di Milano. Almeno troverà forse il coraggio, esimio Professore, di uscire dall’anonimato, sempre segno di scarsa intelligenza.

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