Il tramonto di Luciano D’Alfonso: sciolta la neve dei suoi artifici linguistici, le sue stronzate affiorano

Il tramonto di Luciano D’Alfonso: sciolta la neve dei suoi artifici linguistici, le sue stronzate affiorano

di Christian Francia  –

Governance poll 2017 - Governatori
La Governance Poll 2017 sul consenso dei governatori italiani, pubblicata dal quotidiano “Il Sole 24 Ore”

Dice il proverbio che “alla sciolta della neve, gli stronzi affiorano”, cioè chi fa la cacca sotto alla neve viene scoperto non appena la neve si scioglie e fa affiorare gli escrementi.

In questi giorni la neve sta scendendo copiosa nel nostro Abruzzo, ma per uno strano contrappasso meteorologico al nostro governatore Luciano D’Alfonso accade che vengano invece già a galla gli stronzi che ha disseminato ovunque con profusione di promesse, di bugie e di macroscopiche incapacità sue e dei suoi penosi collaboratori.

La fotografia del consenso attuale del faraone di tutti gli Abruzzi è stata scattata – come ogni anno – dal quotidiano “Il Sole 24 Ore” che ha appena pubblicato la graduatoria della “Governance Poll 2017”, vale a dire la classifica di gradimento dei presidenti di Regione e dei sindaci delle città capoluogo italiane.

Per quanto riguarda il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi staziona negli ultimissimi posti della graduatoria sin da quando è stato eletto nel 2009 (quest’anno è 92mo), ragion per cui le responsabilità del declino della città di Teramo vanno equamente distribuite fra l’incapace maggioranza di centrodestra, l’incapacissima minoranza del PD (che dimostra quotidianamente di essere peggiore dei suoi antagonisti) e la cittadinanza teramana che resta placida a guardarsi morire invece che pretendere un repulisti generale.

Governance poll 2017 - Sindaci
La Governance Poll 2017 sui Sindaci delle città capoluogo

Però il dato più significativo dell’intero sondaggio è quello dei Presidenti di Regione, laddove il mitologico Luciano D’Alfonso si trova quart’ultimo, seguito da quella fallita della Serracchiani e da Rosario Crocetta, ovvero il peggio che il centrosinistra ha saputo esprimere.

La prima considerazione è che 15 sui 18 governatori testati sono di centrosinistra, dei quali ben 11 sono in discesa di consensi rispetto al giorno della loro elezione, mentre i soli tre governatori di centrodestra sono tutti in significativa crescita di consensi, e due dei tre rappresentano il primo (Luca Zaia del Veneto) e il terzo (Roberto Maroni della Lombardia) della graduatoria.

A occhio e croce questi dati sono ampiamente sufficienti a descrivere il tramonto del centrosinistra renziano e l’alba di una nuova epoca dove il M5S e il centrodestra si contenderanno il grosso del potere che il PD ha saputo esercitare lasciando macerie in ogni dove.

Ma il dato più evidente è la velocità di caduta di D’Alfonso, il quale ha perso il 12,3% del consenso che aveva raccolto il giorno della sua elezione, passando dal 46,3% del 2014 al 34% di oggi, tanto che risulta penultimo in Italia come perdita di gradimento (dietro di lui il solo governatore della Sardegna con un meno 12,5%).

Un terzo degli abruzzesi ancora gli attribuisce fiducia, ma il 66% dei corregionali non vede l’ora di toglierselo dalle scatole, dimostrando come la prima metà della legislatura regionale (di solito la più propulsiva) sia trascorsa fra promesse e chiacchiere che non hanno prodotto né risultati, né nuovi occupati, né una pianificazione efficace, né una politica inclusiva, né un argine alle disuguaglianze e all’area dell’esclusione, né un uso minimamente accettabile delle ingenti risorse europee.

La sanità è in ginocchio dappertutto sia per la qualità che per le tempistiche delle prestazioni richieste (si pensi al mea culpa di ieri del manager della ASL di Teramo che ha perso il primario di cardiochirurgia nominato appena un anno fa, a dimostrazione della scarsa attrattività del sistema sanitario abruzzese), a tacere dello psicodramma del PD che si dilania fra chi vuole mantenere i presidi ospedalieri attuali e chi vuole ridurne drasticamente il numero.

Per non parlare della mitologica ASL unica abruzzese, annunciata in pompa magna dal governatore e poi finita nel dimenticatoio.

Inoltre va sottolineata la strategia suicida di D’Alfonso in tema ambientale: dapprima ha vellicato gli ambientalisti in campagna elettorale garantendo che si sarebbe opposto a qualsivoglia ingerenza governativa, poi svendendosi ai diktat del PD nazionale, facendo la figura del quaquaraquà al referendum antitrivelle dell’aprile scorso.

Del resto, risulta abbastanza agevole ricostruire il percorso delle ambizioni dalfonsiane dalla semplice lettura delle sue interviste.

Dopo una iniziale diffidenza dovuta ai trascorsi giudiziari di Luciano (prescrizione per corruzione), trascorsi che avrebbero dovuto indurre ad una maggiore distanza da parte di Renzi, scoppiava l’amore fra D’Alfonso e il Premier proprio quando l’ex presidente del Consiglio aveva bisogno di verificare il suo consenso nelle urne referendarie.

Luciano leccò in tutte le maniere il culo di Matteo, il quale allungò la mano e promise un posto nel governo qualora il referendum costituzionale fosse andato a buon fine.

D’Alfonso si inginocchiò e si prostituì politicamente per assecondare la propria smodata ambizione, lasciando l’Abruzzo al suo destino sia durante il referendum antitrivelle (venendo con ciò meno alla parola data), sia durante il successivo referendum costituzionale quando commise l’errore di esagerare nelle promesse.

Infatti narrano dalle parti del PD romano che D’Alfy promise a Renzi che in Abruzzo il Sì avrebbe raccolto il 65% dei consensi. Renzi si eccitò al punto da mandare gran parte dei suoi ministri a perorare la causa: Boschi, Orlando, Martina, Del Rio, Lorenzin, Lotti ed altri ancora si susseguirono in una passerella governativa che mai si era vista prima dalle nostre parti.

Luciano, eccitato come un adolescente in calore, si lasciò sfuggire che sarebbe presto diventato Ministro alle Infrastrutture, non appena Matteo avesse operato un consistente rimpasto governativo all’indomani della vittoria referendaria.

Purtroppo per lui (per fortuna per noi) la storia è andata in direzione contraria, uccidendo politicamente Renzi che oggi da rottamatore è stato definitivamente rottamato e mai più tornerà in auge.

Non solo. Pare che Matteo sia incazzato nero con D’Alfonso che gli aveva garantito un successo debordante, quando al contrario ha perso sonoramente finanche nel suo Comune di origine, dimostrando di non avere alcun ascendente sull’elettorato abruzzese (che infatti ha ribaltato le previsioni dalfonsiane attribuendo il 65% al NO). Sembra che Renzi non gli risponda più nemmeno al telefono, facendo soffrire D’Alfy oltre ogni immaginazione.

Ma Luciano non è il tipo da arrendersi facilmente e così, appena due giorni fa, si è lasciato sfuggire che “non è un mistero che io mi ricandiderò”, in tal modo preannunciando che essendogli preclusa l’ascesa nella politica romana (che avrebbe desiderato ma che si è giocato per eccesso di piaggeria), non gli resta che continuare a giocare nel campo regionale, insieme a quegli smidollati dei suoi scherani.

DAlfonso mi ricandidero - Scream come sono fatte le tue budella
Luciano D’Alfonso spara stronzate una dietro l’altra

In due soli giorni è arrivata la nuova doccia fredda della governance poll, che lo colloca già nel dimenticatoio dei peggiori governatori italiani. La sua strada è drammaticamente simile a quella di Gianni Chiodi, il quale si scavò la fossa da solo.

Simile è il destino di Luciano: fare la banderuola per rimanere al centro della scena pubblica, ma purtroppo l’economia malata e il disagio sociale dilagante lo inchiodano alle sue responsabilità, alla sua acclarata incapacità di fare delle nomine legittime (prima ancora che valide nel merito), alla sua incapacità di dotarsi di una giunta all’altezza del ruolo (si pensi all’assessore regionale Dino Pepe che ancora non ha capito cosa stia facendo e quali siano i suoi compiti).

Se a questo aggiungiamo la disgregazione del PD a livello locale, la degradazione incessante della sua classe dirigente, le lotte intestine, le guerre di successione, lo scollamento dalla sinistra, risulta evidente sin da ora come D’Alfonso vivrà un calvario che lo condurrà alla matematica sconfitta qualora si incaponisse nel volersi ripresentare come governatore.

Non è un caso che alle elezioni provinciali di Pescara, tenutesi l’altro giorno, i candidati caldeggiati da D’Alfonso siano stati sonoramente bocciati dall’elettorato formato da sindaci e consiglieri comunali, ad ulteriore dimostrazione che lo storytelling funziona per poco, ma se i risultati non arrivano il fastidio e la disaffezione sopraggiungono in fretta.

Per non parlare della disfatta sull’utilizzo dei Fondi Europei, un fiume di oltre un miliardo di euro che le acclarate incapacità della macchina regionale non riescono ad indirizzare nello sviluppo, facendole rimanere a marcire nelle casse pubbliche per poi farle tornare a Bruxelles in virtù dell’impossibilità di compiere il normale ciclo di programmazione, bandi pubblici, utilizzo e rendicontazione.

Del resto, la burocrazia regionale è la cartina di tornasole della gestione dalfonsiana, ed è sufficiente guardare gli abbandoni dei direttori, i voltafaccia dei dirigenti, le idiosincrasie fra uffici e organi di indirizzo politico per constatare che il processo di degrado è ormai irreversibile, almeno fino a quando un nuovo governatore non giunga a resettare tutto e a ricostruire un nuovo tessuto di collaborazione che dia frutti perlomeno accettabili.

L’epoca di D’Alfonso finisce oggi, perché con un consenso del 34% l’unica speranza di sopravvivere per lui consiste in una coalizione con il centrodestra, il quale fino a quando il M5S non desterà preoccupazione (e ad oggi in Abruzzo non ne desta affatto) cercherà ovviamente di accaparrarsi l’intera posta in gioco e quindi di vincere da solo le prossime elezioni del 2019.

In una eterna corsa al ribasso dove non c’è mai risalita, mai ripresa, mai progresso, mai la fine di una crisi permanente che minaccia di far tornare all’ottocento le lancette dello sviluppo regionale.

One Response to "Il tramonto di Luciano D’Alfonso: sciolta la neve dei suoi artifici linguistici, le sue stronzate affiorano"

  1. Anonimo   28 gennaio 2017 at 18:51

    Grande articolo!!!!! Ottima l’analisi di quanto è successo in questi anni nella nostra regione, affidata ad una manica di ignoranti, incapaci e superbi.

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