Montorio: I tesori del Monte d’Oro

di Sergio Scacchia  –

Un piccolo omaggio a un paese che adoro, un presepe naturale a proposito del Natale appena trascorso: Montorio al Vomano. Un luogo ricco di storia, di gente ospitale, di natura e gioia di vivere. Neanche il terremoto può nulla contro il “Monte d’Oro”.

Edelweiss Magno ha i capelli corvini, occhi scuri, forme generose. Il nome evoca origini teutoniche ma per tutti a Montorio è solo Elvezia e cucina da Dio! Me la presenta Camillo Martegiani, montoriese doc e apprezzato funzionario dell’Equitalia a Teramo.

La donna, attorno al grande tavolo di legno, scherza con le amiche mentre tira la pasta per creare i suoi famosi ravioli dolci con il sugo di castrato tirato ben bene. Il fuoco del camino scoppietta, al gocciolare del condimento di salsicce rosolanti. La pentola, dove cuociono le grandi mazzarelle, sembra scoppiare, tanto è piena. Qui, al contrario di quelle teramane, il fegato, il polmone e il cuore, affogano in ingredienti saporiti come lardo, uova sode, tuorli, formaggio fresco e le varie erbette.

La legna di lentisco rilascia particolari aromi, brucia lentamente, preparando nuova brace per la carne. Un tempo, la grande fiera del primo novembre, dei Santi, era il ritrovo di tutti i commercianti di bestiame. Montorio era la “città dei macellai”. A Natale ne fa ancora le spese il maiale, tra salsicce e lardo da stagionare per servirlo con olive, alloro e finocchio selvatico.

Tutto continua immutato negli anni, dall’olio, alla carne, all’ultima zucchina. I piccoli orti allestiti su di alcune verande regalano peperoncini cocenti, ciliegie di pomidoro. Le vecchie tradizioni non muoiono mai da queste parti. Sono scandite dal susseguirsi delle stagioni. Vivono nella gastronomia, nel famoso gioco a carte dello Stu’, nelle manifestazioni del Carnevale morente, nella rappresentazione del presepe artigianale di Gavioli.

La paura del terremoto è passata, anche se ancora sono visibili i segni del disastro. Non a caso, il paese fu inserito nella lista dei comuni che usufruivano dei benefici del decreto Bertolaso. A Montorio, dei movimenti inconsulti della terra se ne intendono.

Nallira Lucio, più di 70 anni vissuti all’ombra del “Monte d’Oro”, è l’enciclopedia del paese. A proposito di sisma ricorda quelli del 21 aprile e 8 maggio del 1958 del quinto grado Mercalli, nonché quello del 26 settembre 1969, del sesto grado.

La piazza è dedicata alla memoria di Ercole Vincenzo Orsini, patriota, in arte liutaio, che qui fu trucidato dai fascisti.

La bella Collegiata di San Rocco e il palazzo Marchesale Camponeschi Catara del 1522, la rendono superba. Fu la contessa Vittoria a volere fortemente la costruzione dell’antica chiesa, nel 1527.

La piazza fu teatro della sanguinosa contesa dei contadini nel maggio 1486 contro il Duca di Calabria, figlio di Ferdinando d’Aragona e, dall’avvenimento, prese il nome “della Vittoria”. Accanto c’è Largo Rosciano, a ricordare le antiche mura arrossate del sangue dei patrioti.

Un tempo qui esisteva la preromana Beretra o Beregra. Fu un feudo ambito, appartenuto a Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini fino a quando, alla fine del 1400, non fu donata a Pietro Camponeschi da Alfonso I di Napoli. Nel 1600 e fino a tutto il settecento comparvero i banditi e, con loro, decadenza e miseria.

All’interno di San Rocco, le volute dorate e l’imponenza artistica degli altari di legno dipinto, sono il frutto della maestria di artigiani intagliatori del primo settecento.

La chiesa è una catechesi per immagini tra preziose sculture lignee settecentesche di scuola napoletana, raffiguranti i busti reliquari dei Santi, la statua argentea di San Rocco, capolavoro d’arte orafa e alcuni piviali gelosamente custoditi in sacrestia.

Proprio dietro la piazza, nell’antica porta orientale del paese, un anziano signore mi parla de “Lu Mmascarone de la fond’a vicchje”.

La porta occidentale accoglieva chi veniva dal Gran Sasso di Pietracamela e Fano, quella di San Giovanni era utilizzata dagli abitanti di Villa Brozzi e Valle San Giovanni. Tornando alla fonte, si tratta di un pezzo di granito rozzamente scolpito del viso di un uomo dai grossi baffi. Sorveglia la fonte ed è stato, come riafferma la targa in pietra, il testimone silente di tutte le vicende del Monte d’Oro. Un tempo, la grossa vasca serviva da abbeveratoio degli animali.

Montorio è un anfiteatro con più ordini di case situate a scaglioni. In certi giorni di sole la collina pare luccicare. Sono i vetri delle finestre attaccate le una alle altre. Riflettono raggi luminosi che sembrano incidere fessure nelle antiche pareti degli stretti vicoli.

In alto, si scorge la cresta turrita con i resti del Forte San Carlo. Il baluardo eretto nel 1686 ha un’aria lugubre e, per questo, affascinante.

Il passato è fatto anche di piccoli negozi, le famose “pentiche”, di finestre dagli infissi bruniti come i portoni istoriati che nascondono spesso, dietro di sé, piccoli giardini segreti. Mi accompagna lungo Via Urbani, un amico di sempre, Pietro Serrani.

Sono innumerevoli gli edifici storici con portali interessanti come quelli delle vecchie famiglie Pantaleoni e Martegiani. È imponente la facciata cinquecentesca del Palazzo Catini con i due rozzi ma austeri leoni di marmo, ai lati del portale, quasi appoggiati a sostenere i due pilastri.

Pesanti battenti incorniciati da mirabili architravi, antiche fontane come la “Vecchia” con il suo bel mascherone del ’700 o la “Fonte Pasquale”, di origini remote che sarebbe il caso di recuperare. E poi, chiese antichissime come la fatiscente Santa Giusta, quella degli Zoccolanti, dedicata all’Immacolata Concezione con un chiostro meraviglioso, sotto le cui arcate si scorgono gli stemmi nobiliari del ’700 delle potenti famiglie del Monte D’Oro.

Il Convento dei Cappuccini con la chiesa di Santa Maria della Salute, oggi in abbandono e la vetusta Cona della Madonna del Ponte, sono da non perdere. È bellissima la storia dell’edicola votiva. Me la racconta Lucio Goderecci, apprezzato dipendente pubblico.

Sul ponte, mi dice, si abbatté nella metà del ’500, una piena furiosa del fiume che distrusse le case circostanti. Animali e uomini scomparvero, ghermiti dalle acque limacciose che devastarono tutto quello che si parava davanti. La Cona fu edificata per lucrare la protezione della Divina Madre. Lo stile del tempietto è gradevole con le sue colonne in pietra arenaria e i capitelli fiorati. La lunetta in alto contiene il dipinto originale con l’immagine della Madonna con Bimbo e, ai lati, San Giuseppe e Santa Lucia.

Il fiume Vomano che nasce sotto il Passo Capannelle, alimentandosi a destra con acque del Chiarino e a sinistra del Rio Fucino a Senarica e del Rio Arno di Pietracamela, sembra placido, in attesa delle acque del Mavone. Qui conoscono bene la notevole portata che il “mare di Montorio” spesso raggiunge, tanto che molti anni fa fu definito “il fiume iracondo”.

L’ingegner Domenico Barnabei, già assessore all’ambiente, è stato uno di coloro i quali hanno fortemente voluto il parco fluviale. Conduce me e il mio amico fotografo Sergio Pancaldi lungo il sentiero ad ammirare i piccoli gorghi naturali incastonati nelle rocce. Li chiamavano“iommete”, erano sfruttati come piscine naturali nei mesi caldi. Sono luoghi ricchi di storia, basta ripensare alla Vecchia Cava nei pressi del Tempio di Ercole e alla Fonte della “Sponda”.

Il fiume era luogo di approvvigionamento delle acque per i contadini, spazio ludico per i bambini, fonte di energia per i mulini ad acqua. Vi si recavano le donne a fare bucato, le giovani amoreggiavano con gli sposi, i bimbi giungevano da Teramo a fare colonia estiva. Parliamo di un tesoro per la popolazione e di tempi ormai scomparsi.

Ora è tempo di scoprire una nuova perla del montoriese: il gioco del cucù!

A pochi chilometri, il tempo sembra essersi fermato a Villa Vallucci, proprio sopra Montorio al Vomano. Il paese si chiama Altavilla. Le vetuste case, attaccate l’una all’altra come grani di rosario e le vie di acciottolato buie e strette, danno l’idea di silenzi laboriosi interrotti solo dagli sprazzi di allegria di poche giovani voci.

Dalla porta aperta della stalla, il fiato delle bestie nel gelo si condensa in nuvole grigie che si alzano lentamente, mescolandosi al fumo del camino. Intorno, l’odore aspro di faggi nodosi, spaccati in pezzi squadrati a colpi d’ascia in una notte di luna calante di questo rigido inverno. Infreddolito e paonazzo in viso, con l’inseparabile pipa in terracotta, don Vincenzo è lì che ci incita ad entrare.

Di notevoli dimensioni, un tempo esperto boscaiolo e capo di una delle ultime famiglie patriarcali fatta di innumerevoli nipoti, era legato da lunga amicizia con il mio povero papà, che qui trasportava, tanti anni fa, dolciumi e con il quale in gioventù aveva fatto tutto, meno che rubare. Il “don” naturalmente non sta per prete, ma per una serie di antichi fattori quali rispettabilità, censo, cultura e Dio sa cos’altro.

All’interno, una madia aggredita da tarli e memorie, una stufa in ghisa non funzionante e una libreria traballante, piena di riviste. La casa è calda come lo può essere un ambiente dove si vive pochi giorni l’anno, ma un tempo le sue finestre hanno sicuramente visto i nasi dei bimbi attaccati al vetro a rimirare la neve venir giù.

Davanti al fuoco scoppiettante del camino, i ceppi soffiano come una locomotiva. Una tavolata di gente allegra che sbocconcella pezzi di pecorino e salsicce innaffiati da vino rosso. Il tutto presupporrebbe la mitica tombolata con i ceci secchi. Ma noi siamo riuniti per il “cucco”. O, per meglio dire, il “cucù” o lo “stu”.

Le carte provengono da San Gregorio Armeno, il famoso quartiere napoletano degli artigiani del presepe. Finalmente posso conoscere questo antico divertimento popolare che ancora oggi si pratica nelle zone agricole della Danimarca, nelle nebbiose vallate bergamasche e nel circondario di Montorio, dove la schiettezza della gente ha preservato questa simpatica testimonianza di cultura popolare.

Non finisco di addentare pane e olio e avvertire di essere all’oscuro di come si giochi, che vengo catapultato tra immagini, simboli e motti antichi. Il gatto gnao diventa lo “gnaf”, il gufo coronato, il “cucù”, il fante in abiti cinquecenteschi con la rosa in pugno, il “bum”, il giullare rinascimentale dal cappello a mille punte, il “matto”. Non manca l’“osteria” che intuisco sia una carta positiva, né di meno l’orrido “mascherone” sicuramente simbolo negativo.

Niente a che vedere con qualsiasi altro gioco, il “mercante in fiera” impallidisce!

Cecilia, velata da uno scialle rosso tipo Capodanno andato, si cura di istruirmi: “Ognuno ha una carta che qui si definisce sorte, chiunque può cambiarla mutando il suo destino”. “Fin  quando c’è un vergine a tavola, tutti possono salvarsi”- sentenzia un certo Fernando, occhi arrossati dai bicchieri e battute salaci.

Qualcuno si premura di spiegarmi che il “vergine” sarebbe colui il quale non ha più gettoni. Tra gnaffate, bummate ed estenuanti trattative per trovare il capro espiatorio con la carta più bassa, la serata scorre piacevole.

Le prime luci dell’alba spezzano l’incanto di una nottata di festa.

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