L’ANAC sodomizza il rettore Luciano D’Amico: incompatibile il doppio incarico di professore e di presidente della società dei trasporti TUA S.p.A.

L’ANAC sodomizza il rettore Luciano D’Amico: incompatibile il doppio incarico di professore e di presidente della società dei trasporti TUA S.p.A.

di Christian Francia  –

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Luciano D’Amico: un rettore delegittimato

Il faraone Luciano D’Alfonso non è soltanto un gaffeur, è il primatista mondiale assoluto di nomine illegittime, il guinness-man incontrastato degli stupri della legalità (oltre che, naturalmente, un vomitevole prescritto per gravissimi reati di corruzione).

Mi domando come abbia fatto il PD a farsi abbindolare da una personaccia del genere, e la risposta non può che essere questa: il Partito Democratico è un crivello con i buchi talmente larghi che ci passano dentro pure i macigni, persino il mostro di Firenze e Jack lo squartatore vi troverebbero usbergo, tanto la soglia della moralità è stata completamente abolita.

Oggi far parte del PD è peggio che uccidere la propria madre sulla pubblica piazza e in pieno giorno, al nobile scopo di rubargli la pensioncina che porta nella borsetta.

Il PD è incompatibile con la Costituzione, con la legalità, con le norme, con le regole, con la convivenza civile, con la morale, con la coerenza, con il bene pubblico, con l’interesse collettivo.

E non esiste un solo verme, all’interno di quella accolita di masnadieri, che si alzi in piedi per dire la più banale delle verità: che non è possibile farsi prendere a pesci in faccia tutti i giorni dalle Autorità, dalla Magistratura, dall’opinione pubblica.

Non esiste un solo invertebrato, un decerebrato, un anellide piddino che alzi il dito per chiedere il “cessate il fuoco”, per invocare le dimissioni di D’Alfonso, per suggerire l’espulsione del Presidente della Regione Abruzzo per comprovata incapacità a ricoprire il ruolo fondamentale che malgrado tutto ancora ricopre, nel silenzio più assordante di quelle pecore belanti che ancora albergano sotto l’ombrello sedicente democratico.

Le parole non sono più sufficienti a rappresentare il fetore dell’arroganza, la protervia dell’ignoranza, il disgusto per un governatore ributtante che non ne azzecca mai una, condannando una intera regione all’umiliazione delle Forche Caudine di una involuzione medievale, quando il potere non si discuteva ed era legibus solutus (cioè faceva quel cazzo che gli pareva, in barba alle leggi che si applicavano solo ai sudditi).

Lo scrivente fu il primo a sollevare, con dovizia di argomentazioni giuridiche, la incontrovertibile incompatibilità del doppio ruolo di Luciano D’Amico nelle sue vesti di professore universitario e di Presidente dell’ARPA S.p.A. prima e della TUA S.p.A. poi (http://www.ilfattoteramano.com/2015/05/26/incredibile-il-rettore-delluniversita-di-teramo-e-incompatibile-e-dovrebbe-decadere/).

E sebbene io non mi fidi per nulla dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione (nominata dal PD, per cui congenitamente condannata ad essere sospettata di connivenza con i nemici dichiarati della legalità), devo ringraziare l’ANAC di Raffaele Cantone di avere fatto quello che era suo dovere fare: copiare di sana pianta il mio articolo del maggio 2015 (e non occorrevano certo un anno e otto mesi per fare un semplicissimo copia e incolla), sputtanando da un lato Luciano D’Alfonso che ha nominato Luciano D’Amico, e sodomizzando dall’altro lato Luciano D’Amico che continua in maniera ridicola a sgranare gli occhi come una timida educanda di fronte alla illegalità del suo doppio incarico di professore universitario e contestualmente di presidente della più importante società pubblica regionale.

Lo scorso 4 gennaio 2017, nel silenzio degli organi di informazione, l’ANAC emetteva la sua sentenza di morte per il doppio incarico incompatibile del rettore dell’Università di Teramo (in allegato il testo integrale della delibera n. 1349 del 21 dicembre 2016, depositata il 3 gennaio 2017: anac-delibera-1349-2016-sulla-illegittima-nomina-di-damico-alla-tua).

L’Autorità Nazionale AntiCorruzione, presieduta da Raffaele Cantone, ha in buona sostanza bocciato il doppio incarico di Luciano D’Amico, in quanto la carica di Presidente della Società Unica Abruzzese di Trasporto Pubblico (TUA S.p.A.) è incompatibile con il suo ruolo di professore ordinario dell’Università di Teramo per esplicita previsione legislativa.

1) Prima domanda: come mai ci sono voluti 18 mesi per mettere nero su bianco che una norma vigente e chiarissima condannava D’Amico al vituperio perpetuo delle genti per stupro continuato della legalità?

È il segnale che in Italia tutto è consentito, tanto non esistono sanzioni, non esistono controllori e quando (molto raramente) controllano, il risultato è inesistente perché tanto delle leggi non frega un cazzo a nessuno.

Ne consegue che il comune cittadino deve sentirsi libero di delinquere, di violare le leggi a piacimento, di non pagare le tasse, di non onorare debiti e scadenze, di vivere nel più sfrenato brigantaggio, tanto chi deve dare l’esempio – cioè la classe dirigente – dimostra quotidianamente come sia ben possibile la più completa anarchia e il più totale scollamento dai principi costituzionali che dovrebbero reggere questo traballante Stato di merda.

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Il titolo vergognoso de Il Centro che minimizza la notizia

2) Seconda domanda: perché il solo quotidiano Il Centro ha pubblicato la notizia, peraltro con un riquadrino in prima pagina che è disdicevole per lo scarto fra l’enormità della notizia e lo spazietto che le viene riservato?

Detto per inciso, parimenti vomitevole è la minimizzazione operata dal quotidiano – nell’evidente intento di salvaguardare D’Amico da una figuraccia che ne azzera ogni residua credibilità – il quale schifosamente titola: “Cantone boccia la nomina. D’Amico: tutto in regola”.

TUTTO IN REGOLA? Ma che cazzo scrive??? In regola un paio di coglioni!!! È tutto fuori regola!!! È tutto illegale!!! È tutto illegittimo!!!

3) Terza domanda: per quale motivo all’Università di Teramo l’intera platea dei docenti della Facoltà di Giurisprudenza ha vergognosamente taciuto per due anni e mezzo, pur essendo conscia dell’illegalità perpetrata dal rettore?

Qui la risposta è semplice: il senato accademico, il consiglio di amministrazione, il corpo docenti, i revisori dei conti, tutti quanti hanno considerato come fosse ben conveniente per le loro carriere e per i loro interessi personali (evidentemente in conflitto con l’interesse generale rappresentato dalle leggi in vigore), non rompere i coglioni al rettore in carica perché chi comanda fa legge.

Un atteggiamento da pecore, da schiavi, da leccapiedi, da leccaculi, che non fa certo onore a coloro che dovrebbero insegnare alla futura classe dirigente i valori sui quali si fonda la Repubblica Italiana.

A tutti Voi baroni, professori di questo cazzo, esprimo il mio profondo sdegno accusandovi di essere venuti meno ai vostri doveri di indipendenza dell’insegnamento, di fedeltà e di ossequio agli inderogabili principi dello stato di diritto, dimostrando il nanismo della Vostra statura intellettuale e professionale.

4) Quarta domanda: come mai l’intera classe giornalistica regionale non ha messo nel giusto rilievo la notizia bomba, leggendo analiticamente la delibera dell’ANAC, bensì limitandosi a riportare a caratteri microscopici il fattaccio (oppure non dando per niente la notizia) e per di più evidenziando la ridicola autodifesa di D’Amico?

5) Quinta domanda: possibile che nessuno si alzi in piedi – nemmeno fra i politici di opposizione – e chieda le dimissioni di D’Amico dalla presidenza della TUA S.p.A. per stupro continuato e aggravato della legalità?

6) Sesta domanda: possibile che nessuno invochi le dimissioni di D’Amico dalla carica di rettore dell’Università di Teramo per manifesta l’indegnità morale?

7) Settima domanda: possibile che l’esposto all’ANAC sia stato presentato soltanto nel febbraio 2016 per denunciare l’illegittimità del doppio incarico ricoperto da D’Amico, nonostante fosse incompatibilmente presidente dell’azienda dei trasporti regionale fin dall’agosto 2014 (quando ancora si chiamava ARPA S.p.A.?

8) Ottava domanda: possibile che nessuno si attivi per diffidare il rettore a risolvere l’incompatibilità, come richiede la legge, e poi per licenziarlo da professore di Economia aziendale all’UNITE qualora non adempisse alle prescrizioni legislative?

9) Nona domanda: come è possibile che nessuno risponda alle stronzate che dichiara il Rettore in assoluta assenza di contraddittorio? Ma davvero siamo così arretrati da farci spaventare da un pessimo soggetto che ogni giorno fa strame delle istituzioni che egli stesso dovrebbe rappresentare?

Se nessuno lo ha fatto fino ad oggi, desumo che nessuno lo farà mai.

Per questo mi vedo costretto a rispondergli a tono: MA CHE CAZZO DICI???

Queste le idiote e totalmente inconferenti dichiarazioni rilasciate da Luciano D’Amico al quotidiano Il Centro: “Sono sereno: ho rinunciato ad ogni compenso previsto per la presidenza della TUA. E non ho voluto neppure i rimborsi spese. Quindi è incontrovertibile che io abbia accettato questo incarico, che mi è stato offerto dal presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, per mero spirito di servizio: serviva risanare l’azienda pubblica, che era in estrema difficoltà, e ho dato la mia disponibilità. Del resto come è noto insegno economia aziendale, mica chimica. In quel caso potrei anche capire…”.

Ma che cazzo c’entra la rinuncia ai compensi con lo stupro continuato (da due anni e mezzo) di una precisa norma di legge?

Aggiunge D’Amico: “L’azienda in questione è una società in house e in quanto tale è una diramazione dell’amministrazione regionale. E che se pure ha una veste giuridica di natura privatistica non ha scopo di lucro. E poi aggiungerò anche che non lo faccio per soldi visto che ho rinunciato ai 60 mila euro più rimborsi che mi sarebbero spettati in quanto presidente dell’azienda” (TUA S.p.A.).

Delle due l’una: o D’Amico è stupido e proprio non ci arriva, oppure è un demonio che capisce bene i termini della questione ma preferisce camuffarsi come Cappuccetto rosso per farsi compatire dall’opinione pubblica.

E non so quale delle due ipotesi sia più agghiacciante, visto che si tratta di un Rettore, in quanto tale figura di garanzia super partes che dovrebbe incarnare l’imparzialità, la professionalità, la cultura, l’erudizione, la legalità, la saggezza, il rispetto dei valori, la gloriosa storia dell’Ateneo.

È quindi necessario ribadire – con linguaggio da bambini – i termini giuridici della questione già da me enucleati nel maggio 2015, ma vergognosamente rimasti lettera morta fino alla fucilata di Cantone di pochi giorni fa.

L’illegittimità del doppio incarico è delineata dal D.P.R. n. 382/1980 (ancora pienamente in vigore), il quale disciplina la docenza universitaria.

L’Art. 13, significativamente rubricato “Aspettativa obbligatoria per situazioni di incompatibilità”, al numero 10 del comma 1 prescrive che il professore ordinario è collocato d’ufficio in aspettativa per la durata della carica, del mandato o dell’ufficio nei seguenti casi: nomina alle cariche di presidente, di amministratore delegato di enti pubblici a carattere nazionale, interregionale o regionale, di enti pubblici economici, di società a partecipazione pubblica, anche a fini di lucro”.

Il successivo comma 3 dell’art. 13 prevede inoltre che “Il professore che venga a trovarsi in una delle situazioni di incompatibilità di cui ai precedenti commi deve darne comunicazione, all’atto della nomina, al rettore, che adotta il provvedimento di collocamento in aspettativa per la durata della carica, del mandato o dell’ufficio”.

Quindi il professore ordinario D’Amico avrebbe dovuto comunicare al rettore D’Amico la propria situazione di incompatibilità ed avrebbe dovuto di conseguenza autocollocarsi in aspettativa per tutta la durata della presidenza dell’ARPA (oggi TUA).

È successo invece che Luciano D’Amico, o per ignoranza o per furbizia (non so quale delle due sia più umiliante e degradante per il “magnifico”), sia rimasto tranquillamente al suo posto.

L’art. 15 del D.P.R. n. 382/1980, rubricato“Inosservanza del regime delle incompatibilità”, ai commi 3 e seguenti prescrive determinate conseguenze derivanti dalla violazione delle sopra citate disposizioni:Il professore ordinario che violi le norme sulle incompatibilità è diffidato dal rettore a cessare dalla situazione di incompatibilità. La circostanza che il professore abbia ottemperato alla diffida non preclude l’eventuale azione disciplinare. Decorsi quindici giorni dalla diffida senza che l’incompatibilità sia cessata, il professore decade dall’ufficio. Alla dichiarazione di decadenza si provvede con decreto del Ministro della pubblica istruzione su proposta del rettore, sentito il Consiglio universitario nazionale”.

Evidentemente la commistione dei ruoli di controllore e controllato che D’Amico esercita all’interno dell’Università lo ha tenuto indenne dalle conseguenze che la legge avrebbe richiesto a carico del professor D’Amico titolare della presidenza di una importantissima società regionale di diritto privato in mano pubblica.

Né va sottaciuto come l’art. 6 della Legge n. 240/2010 (disciplinante l’organizzazione delle università e del personale accademico) al comma 9 rincari la dose: La posizione di professore e ricercatore è incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria fatta salva la possibilità di costituire società con caratteristiche di spin off o di start up universitari” (quali ovviamente non sono né ARPA né la nuova TUA).

Orbene, per rispondere alle improvvide dichiarazione di Cappuccetto rosso, non v’è chi non veda come la normativa in questione non faccia il menomo riferimento sia all’eventuale compenso da presidente di società (al quale D’Amico sbandiera di avere rinunciato), sia allo spirito di servizio che D’Amico manifesta (novello San Francesco), sia alla natura di società regionale in house dell’ARPA (oggi TUA).

Luciano D’Amico è semplicemente fuori tema, spara cazzate a raffica del tutto slegate dal contesto, si difende arrampicandosi sugli specchi perché sa di essere nel torto marcio.

La legge è chiarissima e ha un significato letterale incontrovertibile, non suscettibile di interpretazione alcuna poiché in claris non fit interpretatio: il professore ordinario è collocato d’ufficio in aspettativa per la durata della carica, nei seguenti casi: nomina alle cariche di presidente di società a partecipazione pubblica.

È dunque obbligatorio il collocamento in aspettativa, contestualmente alla nomina ricevuta da qualunque professore universitario alla carica di presidente di società a partecipazione pubblica quale è ovviamente l’ARPA (oggi TUA).

Conseguenza inevitabile, oltre ai profili disciplinari, è l’illegittimità degli stipendi da professore (e quindi da Rettore) percepiti in costanza del doppio ruolo di professore e di presidente di società pubblica. Per cui D’Amico deve restituire pure i compensi professionali incassati dall’Università di Teramo da due anni e mezzo a questa parte.

Già nel maggio 2015 evidenziavo tutti i profili di questa cloaca amministrativa: “Oltre alla caduta di stile e al definitivo crollo di credibilità e di autorevolezza dei due Luciani, la sopravvenienza e il permanere in essere di tale situazione di illegittimità comporta profili disciplinari, profili amministrativi relativi ai poteri del responsabile della trasparenza e del responsabile della prevenzione della corruzione dell’ateneo teramano, oltre che profili concernenti il consiglio di amministrazione dell’università, il senato accademico e il Ministro dell’Università, nonché profili erariali di competenza della Corte dei Conti e eventuali profili penali sussumibili quantomeno nella fattispecie dell’Abuso d’ufficio. Senza contare il danno di immagine dell’ateneo teramano, esposto al pubblico ludibrio proprio perché colui che lo rappresenta, cioè il rettore, si trova in una palese circostanza di violazione di legge che getta ombre sul prestigio dell’istituzione”.

10) Decima domanda: ma che figura di merda ha fatto l’Ateneo teramano, il quale ha a suo tempo rilasciato una illegittimissima autorizzazione al Rettore a svolgere il doppio ruolo, venendo oggi sbertucciato dall’ANAC?

Una figura barbina, considerato che l’Autorità – nella citata delibera n. 1349 sopra pubblicata – sottolinea come in simili situazioni “non può essere rilasciata alcuna autorizzazione; pertanto, anche qualora siffatti incarichi fossero stati autorizzati, tale autorizzazione sarebbe da ritenersi inutiliter data”, cioè a dire che D’Amico con l’autorizzazione concessagli dall’Università di Teramo (da lui stesso guidata) ci si può pulire il culo.

11) Undicesima domanda: ma che ulteriore figura di merda ha fatto l’Ateneo teramano, visto che si legge nella medesima delibera ANAC che “il prof. D’Amico, prima di assumere l’incarico di presidente dell’ARPA S.p.A. ha fatto modificare il regolamento dell’Università di Teramo riguardante gli incarichi esterni facendo inserire una deroga al regime delle incompatibilità”?

Una bella figura da zerbino, da tappetino prono ai voleri del rettore, il quale si cuce addosso il regolamento interno a proprio uso e consumo (a tacere dell’eventuale ulteriore scorrettezza, che pure andrebbe vagliata, di non essersi astenuto in presenza di un interesse personale).

12) Dodicesima domanda: quale ennesima tragica figura di merda ha fatto Luciano D’Amico (alias Cappuccetto rosso, alias “figura angelica e angelicata” come lo definisce il governatore D’Alfonso), il quale viene accusato dall’ANAC di dover restituire tutti gli stipendi da professore/rettore degli ultimi due anni e mezzo?

Infatti, sempre nella delibera n. 1349, viene espressamente citata la Corte dei Conti la quale ha sancito che “La violazione delle norme sopra richiamate, che si inseriscono tra i doveri di servizio a carico del docente, ha dunque compromesso gli interessi perseguiti dalla legge, e, segnatamente, la qualità delle prestazioni dovute dai docenti, ponendoli in una posizione d’inadempimento nei confronti dell’Amministrazione, con conseguente danno rapportabile alla retribuzione percepita”.

Traduzione dal giuridichese: l’illegalità del caso specifico ha compromesso la qualità del lavoro dovuto dal professor Luciano D’Amico, il quale deve restituire all’Università gli stipendi da professore/rettore percepiti nell’intero periodo di incompatibilità, il quale risale alla prima nomina alla presidenza dell’ARPA effettuata in data 13 agosto 2014.

13) Tredicesima domanda: e che figura di merda farà il “Collegio di disciplina dell’Ateneo teramano”, al quale espressamente l’ANAC ha inviato tutta la documentazione del caso di specie, qualora venisse meno ai suoi doveri di esercizio del potere disciplinare nei confronti di Luciano D’Amico?

Staremo a vedere. Ma la puzza è già tanta.

Ricapitolando: l’ANAC ha stabilito che l’incarico all’ARPA era incompatibile ab origine per divieto assoluto dei professori all’esercizio del commercio, dell’industria e di qualsiasi altra professione, salva l’ipotesi che si mettano in aspettativa dall’insegnamento universitario.

La ratio della norma risiede nel fatto che l’accettazione della carica di presidente di società a partecipazione pubblica è contraria e pregiudizievole al perseguimento dell’interesse pubblico rappresentato dall’attività di docenza universitaria. La sanzione prevista è quella della decadenza dalla cattedra all’esito di apposita infamante diffida.

Dopo una tale vagonata di merda, una persona seria che abbia una dignità umana e professionale si dimetterebbe chiedendo scusa per aver gettato discredito sulle istituzioni che rappresenta, ma ovviamente Cappuccetto rosso, alias “figura angelica e angelicata”, se ne guarda bene dallo scollare il didietro dalle poltrone e dal potere che esercita.

Anzi, D’Amico rilancia: “Quel che mi colpisce, semmai, è l’animosità nei miei confronti di chi si è fatto carico di questa segnalazione a Cantone”. Cioè: il problema non è lui, bensì quel testa di cazzo che invece di farsi i cazzi suoi ha scritto all’ANAC per segnalare il letamaio.

E difatti mi chiedo anch’io chi sia quel pezzo di merda che ci tiene tanto alla difesa della legalità, alla difesa dei principi dello stato di diritto e della nostra amata Costituzione che persone come D’Alfonso e D’Amico volevano per l’appunto stuprare con una schiforma fortunatamente cestinata dagli Italiani (con il referendum di un mese fa).

14) Quattordicesima domanda: ma quei “reggimicrofono” che si aggirano per la nostra degradata regione facendosi chiamare giornalisti riusciranno mai a sottoporre le domande appena formulate ai rettori, ai governatori, ai politicanti, ai magistrati, agli avvocati amministrativisti, ai professori di Giurisprudenza?

15) Quindicesima e ultima domanda: ma quegli ectoplasmi politici di centrosinistra che si aggirano nella nostra città – come ad esempio il consigliere comunale piddino di Teramo Gianguido D’Alberto che sovente si esercita nel sottolineare le violazioni di legge in cui incorre quotidianamente il sindaco forzaitaliota Brucchi – riusciranno mai a dissociarsi dagli stupri della legalità che vengono quotidianamente commessi nell’alveo del mai abbastanza vituperato Partito Democratico?

Ai posteri l’ardua sentenza, potremmo concludere manzonianamente, ma non in risposta all’immortale verso: “Fu vera gloria?”, bensì al termine di una penosa disamina dalla quale si evince senza tema di smentita che fu vera merda, purtroppo non prodotta dalla marcescenza di una isolata mela nel cesto, bensì dalla marcescenza di tutte le mele e pure del cesto.

6 Responses to "L’ANAC sodomizza il rettore Luciano D’Amico: incompatibile il doppio incarico di professore e di presidente della società dei trasporti TUA S.p.A."

  1. Anonimo   11 gennaio 2017 at 7:41

    Gentile Dott. Francia
    Non abbandoni assolutamente l’argomento come hanno già fatto suoi imperdonabili colleghi.
    Il primo spunto per andare avanti sta nel fatto che la procura di Teramo è da molto tempo che indaga.
    Il secondo spunto è che ha dimenticato un personaggio famoso: la direttrice generale (150.000 euro l’anno) la quale è responsabile dell’anticorruzione dell’ateneo, responsabile di non aver impedito il rilascio di un’autorizzazione illegittima.
    Insomma 150.000 euro per fare cosa.
    I numeri dell’ateneo ne sono l emblema.

  2. Anonimo   11 gennaio 2017 at 12:24

    Ma pevchè usi pavole così volgavi?
    Povevo Gianguido D’Albevto, ma come favà a dissiciavsi?
    Avticolo di gvande spessove. Complimenti.

  3. Anonimo   11 gennaio 2017 at 15:15

    Ho letto che la Regione “fa quadrato”.
    Ma non lo ha fatto già con altri tre personaggi?
    Ma il famoso “porto delle nebbie” cosa farà?

  4. MISTIFICARE CONVIENE   11 gennaio 2017 at 16:47

    Ci si domanda come sia possibile eludere il problema della incompatibilità del doppio ruolo di Luciano D’Amico.
    La risposta la fornisce Mimmo Càndito nel suo articolo pubblicato su La Stampa di oggi, laddove si spiega che l’80% degli italiani è analfabeta, e per questo si sorbisce acriticamente qualunque fandonia.
    Ecco il testo dell’articolo:
    “La cifra è l’80%. E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”.
    Qual é questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci! La (relativa) complessità della realtà gli sfugge, colgono soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale, riflessiva.
    Non sono certamente analfabeti “strumentali”, bene o male sanno leggere anch’essi e – più o meno – sanno tuttora far di conto (comunque c’è un 5% della popolazione italiana che ancora oggi è analfabeta strutturale, cioè “incapace di decifrare qualsivoglia lettera o cifra”); ma essi sono analfabeti “funzionali”, si trovano cioè in un’area che sta al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura o nell’ascolto di un testo di media difficoltà. Hanno perduto la funzione del comprendere, e spesso – quasi sempre – non se ne rendono nemmeno conto.
    Quando si dice che quella di oggi non è più la civiltà della ragione ma la civiltà della emozione, si dice anche di questo. E quando Bauman (morto l’altro giorno) diceva che, indipendentemente da qualsiasi nostro comportamento, ogni cosa é intessuta in un discorso, anche l’analfabetismo sta nel “discorso”. Cioè disegna un profilo di società nella quale la competenza minima per individuare una capacità di articolazione del proprio ruolo di “cittadino” appartiene soltanto al 20 per cento dei nostri connazionali.
    E’ sconcertante, e facciamo fatica ad accettarlo. Ma gli strumenti scientifici di cui la linguistica si serve per analizzare il rapporto tra “messaggio” e “comprensione” hanno una evidenza drammatica.
    Non é un problema soltanto italiano. L’evoluzione delle tecnologie elettroniche e la sostituzione del messaggio letterale con quello iconico stanno modificando un po’ dovunque il livello di comprensione; ma se le percentuali attribuibili ad altre societá (anche Francia, Germania, Inghilterra, o anche gli Usa) se anche quelle societá denunciano incoerenze e ritardi, mai si avvicinano a queste angosciose latitudini, che appartengono soltanto all’Italia, e alla Spagna.
    Il “discorso” è complesso, e ha radici profonde, sociali e politiche. Se prendiamo in mano i numeri, con il loro peso che non ammette ambiguità e approssimazioni, dobbiamo ricordare che nel nostro paese più di 23 milioni di italiani – circa il 40 per cento – non ha alcun titolo di studio o ha, al massimo, la licenza della scuola elementare. Non é che la scuola renda intelligenti, e però fornisce strumenti sempre più raffinati – quanto più avanti si vada nello studio – per realizzare pienamente le proprie qualità individuali.
    Vi sono anche laureati e diplomati che sono autentiche bestie, e però è molto più probabile trovare “bestie” tra coloro che laurea e diploma non sanno nemmeno che cosa siano. (La percentuale dei laureati in Italia, poi, é poco più della metà dei paesi più sviluppati.)
    Diceva Tullio De Mauro, il più noto linguista italiano, ministro anche della Pubblica Istruzione (incarico che siamo capaci di assegnare perfino a chi non ha né laurea né diploma), che più del 50% degli italiani si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge le complessità, ma che anche davanti a un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale) é capace di una comprensione appena basilare.
    Un dato impressionante ce l’ha fatto conoscere ieri l’Istat: il 18,6% degli italiani – cioè quasi uno su 5 – lo scorso anno non ha mai aperto un libro o un giornale, non é mai andato al cinema o al teatro o a un concerto, e neppure allo stadio, o a ballare. Ha vissuto prevalentemente per la televisione come strumento informativo fondamentale, e non é azzardato credere – visti i dati di riferimento della scolarizzazione – che la sua comprensione della realtà lo piazzi a pieno titolo in quell’80% di analfabeti funzionali (che riguarda comunque un universo sociale drammaticamente molto più ampio di questa pur amara marginalità).
    E da qui, poi, il livello e il grado della partecipazione alla vita della società, le scelte e gli stili di vita, il voto elettorale, la reazione solo di pancia – mai riflessiva – ai messaggi dove la realtà si copre spesso con la passione, l’informazione e la sua contaminazione con la pubblicità e tant’altro che ben si comprende. E’ il “discorso”.
    Il “discorso” ha al centro la scuola, il sistema educativo del paese, le scelte e gli investimenti per la costruzione di un modello funzionale che superi il ritardo con cui dobbiamo misurarci in un mondo sempre più aperto e sempre più competitivo. Se noi destiniamo alla ricerca la metà di un paese come la Bulgaria, evidentemente c’é un “discorso” da riconsiderare”.

  5. Anonimo   11 gennaio 2017 at 18:55

    I sindacati hanno fatto quadrato con il Rettore per dire quanto sia bravo e indispensabile alla TUA. Ma cosa c’entra questo con la incompatibilità? Il fatto di essere bravo lo scusa del fatto di essere incompatibile? Boh! È come guardare il dito e non la luna. Bravi, bravi sindacati…

  6. Anonimo   12 gennaio 2017 at 7:37

    Il sindacato è un’associazione che si acquista con trenta denari. Così come si acquistano quei giornali che pubblicano le puttanate che dice D’Amico per giustificare la sua colpa.
    La verità è una sola. Basta con l’assegnazione di poltrone a gente che già ha un lavoro e che altro non deve fare se non il proprio lavoro. Lo dico per i nostri figli che sono costretti ad andare via per vivere.
    A D’Amico dico solo una cosa: insegnare economia aziendale non giustifica quello che hai fatto e continui a fare. Ci sono tantissimi laureati in economia, come mio figlio alla Luiss (D’Amico alla D’Annunzio per grazia divina di nome P…..) che sono bravissi mi a gestire una società per azioni nel vero senso della parola come la tua.
    A proposito D’Amico rivedi le tue nozioni di diritto commerciale riguardo lo scopo di lucro e leggiti attentamente lo statuto di Tua.

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