Un buon bicchiere di Prosecco (Fenomenologia di come ci siamo ridotti)

Un buon bicchiere di Prosecco (Fenomenologia di come ci siamo ridotti)

di Maria Cristina Marroni  –

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Giuliano Poletti: Ministro della Repubblica “sfondata” sul lavoro

Due incontri mi hanno colpita in questo scorcio d’anno: quello con Francesca e quello con Giulia. Conobbi Francesca nella mia vecchia scuola qualche anno fa: lì lei lavorava come segretaria; ne nacque una bella amicizia per affinità caratteriale e per affetto. Poi la vita ci ha definitivamente separato. Francesca è uno di quegl’italiani che hanno scelto di vivere all’estero. Non era disperata, anzi aveva un lavoro a tempo indeterminato, ma il suo fidanzato Vincenzo viveva da anni in Germania, perciò si è trovata di fronte a una scelta ed è partita.

Aveva le lacrime agli occhi quando l’ho incontrata alcuni giorni fa, perché rientrare in Italia la scuote sempre emotivamente. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (C. Pavese).

L’Italia l’aspetta sempre, con i suoi affetti, i suoi sapori, i suoi odori. L’ho vista godere di fronte a un prosecco, perché in Germania costa troppo andare nei locali di lusso a berne un bicchiere!

Vincenzo ha ottenuto un ottimo contratto a tempo indeterminato per essere ricercatore a vita, cosa che in Italia sarebbe stato impossibile, se non a patto di vellicare i baroni delle università con abuso di piaggeria. In Germania, come in molti altri paesi all’estero, è diverso. Se vali, ti prendono.

Francesca ha dedicato il suo primo anno all’estero a studiare il tedesco, poi ha trovato facilmente un lavoro presso un asilo. Mi ha spiegato che i tedeschi prima ti studiano, perché è vero che il pregiudizio contro gli italiani c’è, poi, quando capiscono che per rigore e impegno sei un po’ come loro, ti apprezzano e guai a chi ti tocca!

Tuttavia le rimproverano una cattiva abitudine: noi italiani vogliamo essere tuttologi. Nei primi tempi all’asilo lei interveniva su tutto: con ago e filo su un cuscino che si era strappato, in soccorso di un bambino che chiamava per essere aiutato al bagno, ecc., e invece le hanno fatto capire quali sono le sue specifiche mansioni alle quali deve attenersi senza travalicare il suo ruolo. Tutto questo è straordinariamente vero: la settorialità ci ha sempre spaventati, perché lì non ci sono infingimenti e distrazioni, o una cosa la sai fare bene oppure no.

Ora Francesca è felice, certo il suo Paese le manca terribilmente, ma in Germania ha trovato una concreta prospettiva di vita. Francesca non è un sfigata, Francesca ha scelto il meglio per la sua vita.

Poi c’è mia cognata Giulia, che vive a Parigi, dopo aver concluso la Sorbona: un cervello acuto e un carattere determinato. Dopo la laurea ha trascorso sei mesi dentro il Senato francese per uno stage. Ogni tanto chiamava suo fratello per chiedere consigli su alcuni argomenti, perché i parlamentari francesi, a differenza della pecoreccia classe politica italiana, studiano. Ricordo una corposa ricerca cha ha dovuto effettuare sulla situazione politica del Gibuti, in un’altra occasione si è occupata della Legge italiana sull’aborto e delle normative dei vari paesi europei sull’immigrazione.

A differenza del Senato francese, a me nessun senatore ha mai chiesto di occuparmi di simili tematiche nonostante abbia trascorso otto anni dentro al Senato italiano. E sottolineo nessuno. Il paragone con la classe politica transalpina è impietoso.

Inoltre Giulia, il giorno di Natale, ha tirato fuori dalla sua valigia un mucchio di lettere. Incuriosita, le ho chiesto cosa fossero, perché è raro vedere oggi tante lettere. Erano risposte di soggetti francesi alle sue richieste di lavoro. Sia che lei scriva una email, sia che scriva una lettera, rispondono tutti, con garbo ed educazione, anche se la risposta è negativa.

Ne ho presa in mano una: in riscontro ad una email il 16 dicembre, appena tre giorni dopo il destinatario rispondeva con una cortese e articolata lettera. Sono rimasta stupita per il rispetto che i francesi dimostrato nei confronti di una giovane donna straniera. Inutile dire che da noi quelle missive sarebbero finite nei cestini, prima ancora di essere aperte, a meno che i mittenti non fossero pargoli di noti papà.

Poi ho pensato alle parole di sdegno pronunciate verso Francesca e Giulia, e assieme a loro verso i tantissimi giovani italiani all’estero, dal Ministro del Lavoro Poletti. In Germania e in Francia quel ministro avrebbe dovuto dare immantinente le proprie dimissioni. Ma poi mi sono ricordata che la nostra è la Repubblica delle banane: allora tutto è stato più chiaro, perché nella giungla è consentito che anche le bestie si sentano re.

Buon anno a tutti gli Italiani che vivono, lavorano e risiedono all’estero: un’altra Italia è possibile fuori dai confini nazionali, mentre qui da noi a fare premio è l’aggressività ferina, l’arroganza belluina, la raccomandazione stantia, il clientelismo inestirpabile, il decadimento morale contro il quale sembra impossibile combattere.

Più ancora del sisma, per il 2017 a preoccupare è il terremoto valoriale con le macerie sociali che inevitabilmente produce.

3 Responses to "Un buon bicchiere di Prosecco (Fenomenologia di come ci siamo ridotti)"

  1. Mauro Di Girolamo   1 gennaio 2017 at 10:24

    Condividendo pienamente le tue riflessioni, colgo l’occasione per farti i miei auguri di buon anno. Buon 2017!

  2. Anonimo   1 gennaio 2017 at 17:04

    “Qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri” tweet di Fräulein F., Fabrizia Di Lorenzo, una delle 100.000 che a detta di Poletti “meglio non avere tra i piedi”.

  3. ernesto albanello   1 gennaio 2017 at 18:19

    il riconoscimento per quello che vali, la consapevolezza che se sviluppi un progetto che sia vantaggioso per il Paese, l’interlocutore che ha responsabilità istituzionali coglie in quel contributo di idee, un avanzamento di cui può giovarsi l’intera collettività.
    Questi sono e dimostrano nei fatti di essere gli altri Stati Europei.
    La frase detta e poi rimangiata dal ministro Poletti non è grave per le parole espresse, è gravissima per il retropensiero che evidenzia, della serie: tanti giovani che vanno all’estero= meno questuanti che mi assillano in cerca di un lavoro, mentre se il lavoro glielo dà lo Stato Estero, meno rotture per me. Allucinante! Un brillante neolaureato, un eccellente ricercatore dovrebbero essere viste come risorse su cui investire programmi per ottimizzare ciò che neuroni vivaci e curiosi sanno esprimere. Non capire questo, sottovalutare che ogni laureato mediamente costa al Paese tra i 100.000 ed i 200.000 €, a parte le tasse pagate dalla famiglia, vuol dire avere un’altra dimostrazione di quanto siamo poco lungimiranti!

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