Le lupe

Le lupe

di Maria Cristina Marroni  –

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Flavia Perina: giornalista e scrittrice

Il dolore più acuto impietrisce l’anima, come lo sguardo di Medusa, ma sotto la dura pietra il cuore continua a battere, piano piano, in solitudine. Se così non fosse il colpo sferzato dall’assassino avrebbe un doppio effetto: uccidere due volte.

C’è dolore nel romanzo di esordio di Flavia Perina, “Le lupe” (Baldini e Castoldi), un dolore acuto e soffocante e c’è l’odore di Carlo, che la madre “lupa” riconosce come proprio dalla nascita (perché le madri i figli li hanno sempre nella pancia, come ripetevano le donne di Plaza de Mayo). C’è poi l’odore della preda da cacciare, quell’assassino da scovare dietro le bugie che può nascondere una vita per bene.

Carlo Livi è un giovane diciottenne che una sera, uscito di casa per comprare delle sigarette, viene ucciso dall’agente Mascio Vittorio, fatto di coca, dopo un acceso alterco, perché scambiato per un pericoloso ultrà.

La morte di un figlio è come patire tutti i dolori possibili nello stesso istante. La reazione è imprevedibile: o soccombi o giuri vendetta, perché la scelta, avrebbe detto Epicuro, è un’ecatombe di possibili.

Flaminia, la protagonista del libro, sceglie la seconda opzione, sin da subito quando le è già chiaro che la morte di Carlo rappresenterà l’impunità oscena del potere: “La verità non la saprai mai tutta intera”.

Anche la vendetta è un’arte e Flaminia ha la responsabilità di esercitarla bene, per quello che è stata e per quello che torna a essere per Carlo: “Un sentimento che fatico a riconoscere come mio perché incivile, barbaro, inconfessabile, addensato intorno a una parola – vendetta – che non dovrebbe appartenermi, e che però sembra l’unica che può dare un senso all’angoscia di alzarsi, sciacquarsi la faccia, uscire dalla stanza”.

Per eseguire il suo proposito chiama un’amica del passato, Paola, la persona più affine negli anni della militanza politica. Se c’è una parte lirica nel libro è proprio nel recupero di questo passato, di quegli anni Settanta tatuati indelebilmente nella pelle della scrittrice.

Quegli anni che sembrano oggi così lontani: quando il nero era nero e il rosso era rosso davvero; quando se eri indifferente eri un borghese del cazzo. Alternative non c’erano: dovevi sporcarti le mani o di fango o di polvere da sparo. A vent’anni si scopriva la propria verità ed era assoluta.

Dopo la strage di Acca Larenzia “si doveva scegliere un approdo esistenziale, più che una linea politica – farsi banditi e briganti fino in fondo, oppure chiudere con la guerra da strada”.

Sembra di vederla quella foto del passato: capelli scarmigliati, jeans Levi’s, camice a fiori in aperto contrasto con l’ordine borghese della vita che Flaminia aveva scelto poi da adulta, “il funerale della ragazza che era stata”.

Le lupe è anche un commosso elogio dell’amicizia tra donne: sentimento forte e insuperabile, quando è vero. “Io e Paola eravamo diverse. Simili per estrazione sociale, due famiglie medie della media borghesia, e per gusti, amiche oltre la politica, con un senso di reciproca devozione e comunanza che non ho provato mai più: allegre e temerarie allo stesso modo, leggere e generose senza calcolo, nemiche del compromesso per carattere prima che per scelta”.

E poi c’è Roma: con le sue paturnie, i suoi contrasti, le sue messinscene. Roma come la bugia che vuoi sentirti raccontare per evitare una scomoda verità. La Città che Flavia ci racconta anche sui social con amore sincero, dalla quale conviene separarsi spesso, ma non troppo a lungo. Perché “dopo una breve assenza la rivedi con piacere. Dopo una lunga assenza rischi di trovarla brutta, e lei di trovare brutto te” (Jean Renoir).

Se la Perina avesse coperto la storia di miele, sarebbe stato il caso di preoccuparsi, ma così non è. Fedele al suo sentire, le parole sono aspre, perché lei non deve convincere o ammiccare al lettore, ma deve raccontare la verità. Dietro il volto di Carlo, ci sono altri volti, per una simbolica celebrazione laica del loro sacrificio: quello di Gabriele Sadri, di Stefano Cucchi, di Federico Aldovrandi e delle rispettive madri.

Le lupe è un grande romanzo, perché i fatti meritano di essere raccontati  nella misura in cui siano rappresentativi di altrettante domande che turbano la coscienza e la scuotono alla ricerca di senso. La sua lettura non ci lascia indifferenti, ma ci apre gli occhi davanti alle verità confezionate, che artatamente raccontano sempre un’altra storia, impedendo persino l’impellenza e l’ineluttabilità di domande che non si cancellano, ma restano ferite aperte sulle quali si sparge il sale dell’impossibilità di emersione della realtà oggettiva, dell’impossibilità di constatazione dell’evidenza.

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La copertina del romanzo di esordio di Flavia Perina: Le lupe

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