Nel maestoso canyon di Fara San Martino

di Sergio Scacchia  –  paesaggioteramano.blogspot.it

 

Il fiume è sempre verde in onore del suo nome. I pastifici, tanto cari ai consumatori di pennette, spaghetti e torciglioni, utilizzano a pieno regime le acque che scendono dalla Majella gorgogliando la melodia del creato.

Le pietre che giacciono sul fondale dei fiumi e torrenti, conservano la memoria dell’acqua passata su di esse. Quanto più quell’acqua si fa insistente e irruente, tanto più raggiunge l’effetto di modificare e rimodellare quelle pietre.

La pazienza della natura è infinita, non conosce fretta. Però, amici miei, le pietre parlano, raccontano, urlano a volte come l’urlo raccontato da Edvard Munch nel suo celebre dipinto, ove lo scenario dietro evoca vortici d’acqua e di mente.

Fra i sassi lungo l’argine sinistro, un bagliore inconsueto: un bottone d’oro. Qualcuno deve averlo perso ma, domando e dico, veniva al fiume con una giacca dai bottoni d’oro? Ecco che d’improvviso cammina l’immaginazione: una principessa lo ha perduto tra le pietre truccate dalle saette dei temporali. Forse lo ha smarrito un antico zingaro in una notte di luna piena. O forse è un segno di qualcuno per non farsi dimenticare. Magari è il frutto di un obolo per bisognosi… forse… forse…

La verità che quando esce il Peter Pan custodito dentro di me, torno bambino e mi immergo nelle favole.

Ci sono luoghi magici in Abruzzo, luoghi dove gli spazi naturali aperti si alternano mirabilmente a restringimenti improvvisi di profondità, luoghi dove l’aria pura e il silenzio sono esempi straordinari di essenzialità della vita.

Un vero cammino deve insegnare a vivere bene senza il superfluo. Ed è un bel vedere poter ammirare una stretta cengia a strapiombo, raggiungere il cuore di antichi cenobi, penetrare in grotte buie e inaccessibili.

È tutto questo e anche più, Fara San Martino, nella valle del Santo Spirito. Il piccolo borgo chietino di origini longobarde, ai piedi della montagna madre Majella, è incastonato in una natura incantevole. È il passaggio obbligato per entrare nel cuore della montagna, per ascoltarne le voci, per annusarne gli umori.

Molti conoscono il nome per essere ormai la capitale della pasta, sede di prestigiose aziende conosciute in tutto il mondo. Io, invece, sono rimasto colpito dalla parte antica del paese, il conosciuto rione di “Terravecchia”, dove ho ammirato alcune case centenarie, ristrutturate con le pietre antiche di un monastero del 1000, ormai rudere, che sto per andare a visitare all’interno di un incredibile canalone che si apre proprio alle spalle di Fara.

Fuori l’abitato, non lontano dalle sorgenti del fiume Verde, chi ha buone gambe penetra l’imponenza della natura, attraverso un sentiero che si spinge fin sopra la vetta più alta del massiccio, quel monte chiamato Amaro, proprio perché bisogna soffrire per dominarlo, per possederlo, per violare la cima solitaria e sobbarcarsi oltre duemila metri di dislivello, penetrando nelle pieghe di rocce dalla struttura geologica senza eguali.

Racconto di un canyon di oltre 14 chilometri, di strettissime gole e pareti a picco. All’imbocco del vallone ci si arriva con l’auto e, oltre a un piccolo centro visita, chiuso di questi tempi, c’è una tabella che spiega il sentiero.

A ogni passo il mondo cambia in qualche suo aspetto e qualcosa cambia anche dentro di te ogni volta che metti la gamba avanti. Assale forte la sensazione di essere infinitamente piccoli, terribilmente inutili davanti alla maestosità del creato.

È sufficiente camminare per pochi minuti per proiettarsi in una inedita dimensione. Il cielo si restringe d’improvviso, fino a diventare una striscia continua di blu striato di bianco. Le rocce prima si abbracciano e abbracciano il camminatore che le attraversa, fino a ingoiarlo per poi vomitarlo fuori e riaprirsi mirabilmente in una piana. Poi tutto si restringe di nuovo e s’inizia a salire all’infinito.

In questa piana sono custoditi importanti testimonianze del medioevo cristiano, strutture architettoniche suggestive. Spiccano le pietre secolari del complesso monastico di San martino a Valle. E con loro, un buon numero di leggende intorno al campanile ormai distrutto.

Pare che il santo aprì con un miracolo che non ebbe bisogno di ruspe, dinamite e altro, questo buco enorme in cui far viaggiare greggi alla ricerca di nuovi pascoli e acqua per far vivere i pochi abitanti che allora si erano insediati fin qui.

E, se fate come me, che sono un curiosone e guardate sulle pareti della forra iniziale del percorso, vi chiederete come si sono formati i grossi buchi che colpiscono la vista. Ebbene, anche qui esiste la leggenda. San Martino dava gomitate per aprirsi una via. Naturalmente nessuno si sogna di dare una spiegazione plausibile nel lavorio incessante e millenario dell’acqua. Fa comodo al turismo e alla gioia credere alle storie fantastiche!

Erano un buon numero i religiosi benedettini che dimoravano in questo luogo impervio, nel cuore della montagna, vivendo di pascolo e taglio della legna. Questa badia benedettina, menzionata in alcuni scritti già nel IX secolo, per molti anni è stata celata alla vista dei turisti, ricoperta da una grande coltre di detriti caduti dalle pareti rocciose. Una terribile alluvione nel XIX secolo contribuì al sotterramento completo del luogo sacro.

C’è stato un mirabile lavoro di recupero fortemente voluto dall’oculata amministrazione comunale di Fara e, realizzata col contributo dei Beni Archeologici d’Abruzzo.

Per fortuna, qualche volta in Abruzzo, si riesce a dare importanza a monumenti che, oltre al valore spirituale, racchiudono in sé interessi grandissimi sia per le architetture, che per la cultura e la storia.

Il cancello dell’abbazia è, come accade sempre, sbarrato. Volete che io rimanga fuori? Neanche a parlarne.

Supero non troppo agilmente, data l’età, il muretto di pietre a secco e mi ritrovo oltre il piccolo portale in pietra che introduce al cortile antistante la chiesa. Peccato che sia rimasto ben poco delle tre navate e del pavimento in lastre di pietra lavorata. C’è ancora in piedi, in quella che doveva essere la navata centrale, parte consistente di un’abside che doveva essere grande con il suo altare maggiore.

Bellissimi i sedili in pietra per il clero nella zona presbiteriale, rimasti miracolosamente quasi per intero. Il nucleo più antico della struttura doveva essere nella navata destra, che è interamente scavata nella roccia. Tra piccole edicole d’altare e resti di colonne impreziosite da raffinate decorazioni a tralci vegetali, la fantasia cammina a ritroso nel tempo per riuscire a individuare gli elementi perduti di questo luogo incredibilmente affascinante.

Nell’ultimo sole d’autunno si ha l’impressione che la natura abbia sempre l’ultima parola sulle vicende del mondo.

Non ho tempo e forza per raggiungere la cima. Occorrono molte ore e gambe toste. Salii sul monte Amaro una quindicina di anni fa. Altri tempi. Ricordo un percorso naturalistico bellissimo, torme di camosci, silenzi mirabili, tra paesaggi vari, cunicoli orridi, praterie rigogliose, piccole valli, ghiaioni e brecciai, che si susseguono in un fantastico intreccio naturale.

C’è anche in questo percorso davvero unico nel centro Italia, la possibilità in estate di godere del fresco di una bellissima faggeta, prima di intraprendere l’ultimo estenuante strappo verso la cima. Per far questo il periodo migliore va da maggio a ottobre. Per vedere il monastero, anzi quel che rimane, ogni giorno è buono!

COME ARRIVARE

Autostrada A25: uscita Chieti, direzione Guardiagrele, Casoli, Fara. Uscita Sulmona, direzione Roccaraso, Palena, Fara

Autostrada A1: (da Napoli) uscita Caianello e direzione Castel di Sangro, Roccaraso, Palena;

Autostrada A14: uscita Val di Sangro, direzione Casoli, Fara sulla s.s.263

Per una gita invernale, consiglio di dare una bella occhiata ai paesini intorno che sono splendidi: Civitella Messer Raimondo, Lama dei Peligni con il museo naturalistico, l’orto botanico e l’area faunistica del camoscio.

D’estate invece camminare a piedi è l’imperativo: lungo l’argine del Verde o in salita per godere delle altezze. 

2 Responses to Nel maestoso canyon di Fara San Martino

  1. Antonio Tavani

    27 dicembre 2016 at 11:07

    Fantastico

  2. Santamato Sabino

    27 dicembre 2016 at 11:49

    Meravigliosa Fara S. Martino !

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