Il VAFFANCULO come una delle belle arti

(Il pernacchio di Eduardo come medicina

contro l’infezione della classe dirigente)

di Christian Francia  –

DIAGNOSI

Diciamoci la verità: siamo in un’epoca nella quale prima la crisi delle ideologie, poi la crisi dei partiti ha prodotto il decadimento delle istituzioni repubblicane e lo sfibramento dei rapporti fra elettori ed eletti, con questi ultimi che hanno abbandonato ogni velleità di rappresentare il popolo e di adoperarsi per migliorare la condizione dei cittadini.

In altre epoche uno stallo sistemico del genere avrebbe provocato reazioni violente, rivoluzioni, sommosse, uso della violenza.

E invece le nostre Marie Antoniette attuali, dinanzi al grido del popolo che non ha più il pane, possono tranquillamente permettersi di sghignazzare “Se non hanno più pane, che mangino brioche”, senza però finire ghigliottinate sul patibolo come avvenne alla Maria Antonietta originale nel 1793.

Questo fortunatamente non è più il tempo della violenza, anche perché il popolo è stato educato a vergognarsi della propria condizione piuttosto che a chiedere conto ai governanti dei motivi del decadimento della società.

In ogni caso la violenza genera altra violenza e non risolve mai nulla, per cui è un bene che non si giunga alle mani e che non si facciano parlare le armi.

Ma c’è un però. Il però è strettamente legato alla questione politica della responsabilità.

Se affermo che “qualcuno è responsabile di un omicidio”, sto dicendo che quel qualcuno è un assassino o al più il mandante di un assassinio.

Se affermo che un Presidente del consiglio dei Ministri, un governatore o un sindaco sono responsabili del declino di un Paese, di una Regione, di un Comune, sto dicendo che li ritengo colpevoli di non aver saputo ben amministrare la Cosa Pubblica.

Come si vede, empiricamente il concetto di responsabilità richiama quello di colpevolezza, o al contrario l’attestazione di un merito: “il tal dei tali è il responsabile della vittoria del campionato”, cioè si deve a lui se la squadra ha vinto il torneo.

Orbene, è evidente che quando la maggior parte dei politici afferma di dover sostenere “per senso di responsabilità” questa o quella decisione, di reggere questo o quel governo, questa o quella giunta, stanno dichiarando di assumersi sulle proprie spalle il peso di quelle decisioni, rispondendone direttamente agli elettori.

Ed allora, se fosse veritiero quanto dicono, dovrebbero trarre autonomamente le conseguenze dei loro palesi fallimenti.

1) Nel caso di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, ritirarsi dalla politica attiva non sarebbe stato solamente coerente con le loro esplicite dichiarazioni in merito alle conseguenze di una sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, ma sarebbe stato un atto di responsabilità di fronte al totale fallimento delle loro politiche:

– Clamorosa bocciatura referendaria della riforma costituzionale;

– Bocciatura da parte della Consulta della riforma della Pubblica Amministrazione (la cosiddetta riforma Madia);

– Bocciatura imminente (24 gennaio) della vigente legge elettorale da parte della Corte Costituzionale (legge elettorale imposta con ben tre voti di fiducia dal governo Renzi);

– Bocciatura matematica del Jobs Act nell’apposito referendum del 2017;

– Bocciatura della riforma della scuola sancita dalla quasi totalità degli operatori della scuola.

Dinanzi ad uno scenario di macerie, laddove tutti gli architravi delle politiche renziane degli ultimi lunghi tre anni di governo si sono miseramente sbriciolati o stanno per sbriciolarsi, e in ogni caso non hanno ottenuto l’effetto positivo per l’economia che si era annunciato, una persona responsabile prenderebbe atto del proprio fallimento e lascerebbe la mano ad altri.

Esattamente il contrario di quanto dichiara Renzi, il quale ammette la sconfitta referendaria sulla modifica della Costituzione, ma continua imperterrito a difendere la bontà di tutte le scelte del suo governo.

Ne discende che nel suo caso non vi è senso di responsabilità, bensì l’esatto opposto: il senso di irresponsabilità, ovvero la sensazione di non dover mai rispondere dei propri errori e di poter rifiutare la propria colpevolezza grazie a strategie comunicative e ad artifici narrativi.

2) Stesso discorso è da farsi per quanto concerne il governatore della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, il quale innumerevoli volte è stato smentito dai fatti:

– Dichiarò in campagna elettorale che avrebbe cacciato gli “UFO” dall’Abruzzo, cioè le piattaforme petrolifere, ma poi ha svenduto la sua regione alla strategia energetica nazionale messa in piedi dal Partito Democratico, per ragioni di convenienza politica personale e non nell’interesse degli abruzzesi;

– Si è impegnato cuore e anima nella campagna per il Sì al referendum costituzionale che ha clamorosamente perso con cifre bulgare persino nel suo Comune di origine;

– Annunciò in campagna elettorale che avrebbe coccolato i pazienti abruzzesi, ma lo stato della Sanità regionale è comatoso sotto il profilo dell’assistenza ai malati e al contempo è penoso sotto il profilo del disavanzo economico della gestione;

– Promise in campagna elettorale che avrebbe fatto crescere l’occupazione, ma non è avvenuto nulla in tal senso, anzi l’occupazione peggiora;

– Garantì che avrebbe ridotto la povertà e invece la povertà aumenta;

– Giurò che avrebbe migliorato e semplificato la macchina amministrativa, e invece la burocrazia regionale è sempre più elefantiaca, sempre più inefficiente, sempre più un costo e non una risorsa;

– Affermò che avrebbe velocizzato e reso più efficaci i finanziamenti relativi ai Fondi Europei assegnati all’Abruzzo, ma dopo metà legislatura la programmazione 2014-2020 è ancora ferma al palo e non c’è traccia sia dei bandi pubblici e sia di una strategia di sistema che dia una prospettiva alla nostra regione.

D’Alfonso dovrebbe trarre le conseguenze politiche del suo fallimento e di quello della Giunta di peracottari da lui scelti, ma anche in questo caso regna un inossidabile senso di irresponsabilità, forse perché il “faraone” spera di riuscire a cavarsela con l’uso di un eloquio curiale.

Ma le parole non possono stravolgere la realtà, perché la realtà viene misurata ogni giorno sulla propria pelle dai cittadini, i quali alle prossime elezioni sapranno bene come mandare a casa il governatore, al pari di quanto hanno fatto nel 2014 con il precedente governatore mandrillo, grande scopatore ma pessimo politico.

3) Idem è a dirsi per quanto concerne il sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, annunciatore di professione, ma nullafacente nella concretezza dei risultati ottenuti.

Inutile soffermarsi sulle promesse del 2009 di un nuovo polo scolastico che dopo otto anni non è nemmeno sulla carta; inutile sottolineare i 13 milioni spesi nelle scuole senza che nessuna sia sismicamente sicura; inutile parlare delle promesse sul Teatro romano da recuperare, il quale giace ancora nell’incuria e nella desolazione; inutile parlare delle spese folli per la gestione dell’immondizia, degli appalti mai fatti oppure bocciati dalla magistratura, della sottrazione alla città di Piazza Dante, del bubbone della discarica La Torre, di una programmazione inesistente così come è inesistente una ordinaria gestione.

Eppure, dopo una consigliatura e mezzo, siamo ancora qui a dover subire un sindaco non solo incapace ma soprattutto assente, in quanto è l’unico sindaco di città capoluogo di provincia in Italia che non si è messo in aspettativa dal suo lavoro (di medico ospedaliero) per svolgere il delicatissimo ruolo di primo cittadino. E i teramani devono pagargli tre stipendi: quello da medico pubblico, quello da sindaco, quello della moglie fatta assumere illegittimamente nella società pubblica Te.Am. S.p.A.

Anche in questo caso siamo di fronte ad un evidentissimo senso di irresponsabilità, siamo dinanzi alla certezza di farla franca, tanto i cittadini non si incazzano.

PROGNOSI

Ecco. Chiarito tutto questo e sancito nero su bianco che il ricorso alla violenza non può costituire un metodo democraticamente accettabile per mandare a casa i politici incapaci, non resta che il legittimo esercizio del VAFFANCULO, non resta che la legittima difesa costituita dallo sputtanamento pubblico quotidiano di coloro che raccontano balle, di coloro che promettono e non mantengono, di coloro che prendono per il culo la cittadinanza, di coloro che messi dinanzi ai propri fallimenti fanno spallucce, cercano improbabili giustificazioni, si arrampicano sugli specchi, rigirano le frittate, ricorrono a narrazioni fantasiose pur di non assumersi alcuna responsabilità e pur di poter rimanere sulle loro lucrose poltrone di amministratori pubblici.

Dinanzi ad una classe politica così intellettualmente disonesta (e sovente non solo intellettualmente), è obbligatorio esercitare la legittima difesa dell’insulto, la nobile arte del “pernacchio” scolpita dall’immortale Eduardo De Filippo (nel video sopra).

Perché l’unica strada praticabile da chi abbia a cuore l’esercizio dei propri diritti di cittadinanza è quella di esecrare, odiare, sputtanare le nefandezze messe in opera dai politici e le loro abominevoli omissioni, affinché l’opinione pubblica venga resa edotta di ciò che viene commesso nel suo nome per il tramite dei suoi soldi.

Thomas De Quincey, nel suo celeberrimo saggio intitolato “L’assassinio come una delle belle arti”, a metà ottocento prova a dare un significato artistico ed estetico all’omicidio, anticipando la successiva crisi di valori e il Decadentismo.

De Quincey tratteggia una lezione di stile applicata al delitto, in quanto “un dato assassinio è migliore o peggiore di un altro, dal punto di vista del buon gusto”. La sua lezione non è caduta nel vuoto, visto che generazioni di scrittori ne hanno subito la fascinazione, influenzando le epoche successive.

Credo sia importante oggi, come forma di resistenza al peggio che ci circonda e ci soverchia, recuperare quella lezione e farla nostra: è se è vero che “De Quincey sospende il giudizio morale favorendo interpretazioni squisitamente estetiche circa la grossolanità nella scelta della pietra che Caino usò per uccidere il fratello”, parimenti è preciso obiettivo di questo blog mettere in evidenza quanto i nostri pubblici amministratori siano grossier, dozzinali e volgari nelle loro decisioni e azioni politiche.

Con la piccola differenza che in questo caso non è possibile sospendere il giudizio morale. Ma è possibile apprezzare se qualcuno sia in grado o meno:

– di fare gli imbrogliucci quotidiani con un minimo di metodo, di cura, di attenzione;

– di fare raccomandazioni con eleganza e discrezione;

– di truccare gli appalti in apparente ossequio alle normative vigenti;

– di fare nomine clientelari salvaguardando almeno la forma se non la sostanza.

E invece niente. Renzi, D’Alfonso e Brucchi non hanno nessun ritegno e si sono applicati pervicacemente nello stupro quotidiano della legalità, nell’oscena galleria dei loro nominati inguardabili (come i Poletti per Renzi), oppure totalmente illegittimi (come le Manola Di Pasquale e i Tommaso Navarra per D’Alfonso).

Ciò che non è loro perdonabile non è l’essersi fatti i cazzi propri (cosa che da Berlinguer in poi appare un triste ed ineluttabile destino), bensì quello di non aver avuto ritegno.

Quello che è indigeribile non è il vile commercio dei voti o la gestione privatistica del potere, bensì la spocchia di chi si abboffa senza ritengo alla mensa pubblica (pagata dai cittadini) senza accorgersi del popolo affamato che lo guarda, senza curarsi del fatto che ruttare rumorosamente dopo aver lautamente pasteggiato è a dir poco offensivo nei confronti della povera gente che non arriva a fine mese.

Per questo, imitando De Quincey che produsse uno straniamento perturbante attraverso l’orrendo che affascina, anche noi cerchiamo di riprodurre lo straniamento perturbante di un Brucchi che vuole restare in sella come un Re Travicello mentre Teramo sprofonda miseramente; di un D’Alfonso che vuole sembrare Napoleone attraverso l’oratoria ma che ha fatto più danni di Attila; di un Renzi che si professa diverso ma che è solo un Verdini (o un Licio Gelli) in versione 2.0.

Del resto, l’intuizione di De Quincey fu quella di saper cogliere l’intrinseco aspetto di divertissement insito nel delitto, la morbosità che avvolge le tragedie e intriga il grande pubblico, affamato di cronaca nera: uno specchio dove l’umanità si riflette e contempla il proprio istinto macabro, scoprendosi vogliosa di compulsare le tracce di sangue sul luogo della violenza o del sinistro.

Allo stesso modo è imprescindibile evidenziare il divertissement insito nella cronaca politica, il senso di ridicolo che avvolge amministratori incolti, ignoranti, sporchi e trasandati, che nella loro cifra estetica raccolgono il senso della dannazione a cui condannano la comunità intera.

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Il governatore Luciano D’Alfonso nella sua sua interpretazione di Saul Goodman, nella serie televisiva “Better Call Saul” su Netflix (la prossima serie si chiamerà “Better Call D’Alfy”)

2 Responses to "Il VAFFANCULO come una delle belle arti"

  1. Antonio M.   22 dicembre 2016 at 16:29

    Dinanzi a una devastazione sociale, economica , sanitaria, culturale per mano di cialtroni che pensano di fare quello che vogliono, incuranti della sonora bocciatura al referendum che invece li ha visti premiati, ci si diletta a sbeffeggiare, per voce di un ministro, i cervelli emigrati come un peso tolto dai piedi, o un altro pensatore del pd che osannava in una trasmissione Buzzi come incensurato, o ancora pd e Forza Italia che hanno votato insieme ieri, indebitando il popolo per altri 20 Miliardi di euro dati al monte del Paschi di Siena, mentre non ci sono 17 miliardi , secondo questi cialtroni, per il reddito di cittadinanza! Che dire. Per fortuna hai sancito nero su bianco che la violenza non serve, ma subire impotenti questa violenza è inaccettabile.

    P.s.
    ultim’ora. Formigoni condannato a 6 anni per corruzione

    Da ricordare che l’ex-governatore della Lombardia è anche l’attuale Presidente della Commissione Agricoltura e produzione agroalimentare del Senato della Repubblica.
    Formigoni, all’inizio di questa legislatura, è stato eletto Presidente della Commissione grazie ai voti del PD, e lo stesso PD l’ha riconfermato dopo 3 anni nonostante, nel frattempo, fosse finito sotto processo per corruzione e associazione a delinquere.

    Ma in questo Paese possono dormire sonni tranquilli. Non succederà mai nulla.

  2. Anonimo   22 dicembre 2016 at 17:01

    Questa gente non se ne frega nè di un pernacchio ( proposto da me qualche tempo fa) nè di un vaffanculo.
    Ci vorrebbe altro…e quello democratico da Lei proposto non sarebbe appropriato, almeno per costoro.

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