Taormina: il paradiso davanti agli occhi!

Taormina: il paradiso davanti agli occhi!

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Il silenzio rispecchia perfettamente la scelta di vita contemplativa che un giorno diversi uomini fecero. Del convento benedettino rimane solo l’idea e qualche mozzicone di colonna.

Guardo i vecchi lecci contorti e i ramarri che escono dalle fessure fra le pietre antiche di quello che un tempo era un chiostro. Nell’ultimo sole d’autunno si ha l’impressione che la natura abbia sempre l’ultima parola sulle vicende del mondo.

Mi domando: quanti di noi sanno prestare attenzione? Quanti si fanno grembo d’accoglienza? Pochi, credo. L’ascolto è la naturale espressione dell’amore, è accoglienza, svuotamento di se stessi per fare spazio all’altro. Per offrire ascolto bisogna essere abilitati all’ascolto di Dio. E questo non sempre accade. Il dialogo con il Supremo è intessuto di ascolto.

Chi è nato in paesi dove fioriscono limoni, non può amare lo sfumare grigiastro delle colline o le nebbie che tagliano l’autostrada e ti impediscono di guidare in tranquillità.

Forse è per questo che il vecchio fattore non si è mai mosso dai dintorni di Taormina. Come dargli torto? Dove trovare il Paradiso se ce l’hai davanti agli occhi?

Lui continua a zappare il suo orto su questo balcone naturale, incurante del vento che raccoglie le storie antiche dei monaci. Il mare sotto sbatacchia onde sotto la forza del vento, l’Etna, in lontananza, ha il cappello bianco sotto la vetta fumigante.

Il piccolo monte Tauro appare timido al cospetto del Re vulcano. Sorveglia l’abitato di Taormina a picco sullo Ionio. Da questa piccola cima deriva l’antica “Tauremenion”, poi convertito in “Taurominium” del periodo imperiale della Roma caput mundi e l’attuale Taormina.

La minuscola Isola Bella, sotto il minimo golfo, ha il porticciolo colmo di lancette.

I pescatori sono appena tornati e il loro pescato sta arrivando ovunque, da Messina a Catania. Dicono che il pesce di questo posto abbia un sapore diverso.

“Ci si può credere – chiedo al vecchio – il mare è sempre quello, o no?”.

La saggezza antica tracima prepotente da sotto il cappello e il vecchio ferma la zappa. Mi guarda come se avesse davanti un ufo ed esclama: “Si vede tutto che vieni dal continente. Il mare non è mai uguale”.

Poi guarda incuriosito il mio Tau appeso al collo ed esclama: “strana croce la tua, che sei protestante?”. Gli spiego che questo è il segno con cui San Francesco amava firmare lettere e benedizioni, che per me è simbolo della spiritualità francescana, quella che si esprime nell’amore per la pace, la letizia, il creato. Gli dico, poi, che si tratta dell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e che nella Bibbia era certezza di salvezza.

Il vegliardo dalla fluente barba bianca, si mette a ridere sguaiato e ribadisce che la salvezza non è di questo mondo e che poi, di altri mondi non se ne vede l’esistenza. Lui pare d’accordo solo nell’amore profondo per la natura, per quel creato che, a detta sua, si è fatto da solo, prodigio solitario di un Dio che non esiste.

E Taormina, interpreto il suo pensiero, deve avere sicuramente nei suoi geni tutto il Divino!

“Allora sei davvero fuori casa qui” – esclama ancora – “niente francescani, qui c’erano i benedettini”. E giù una nuova prorompente grassa risata. Crede proprio di essere simpatico il vecchio!

Mi ributto nel flusso incessante di turisti che in ogni stagione visitano questo gioiello siciliano. Sono tutti intenti ad ammirare affascinati gli angoli caratteristici che di certo non mancano in questa piccola città.

Taormina è fiera di se stessa, non si fa vincere comunque dal turismo di massa, conserva gelosamente pezzi di storia nel cuore dei vicoli che si dipanano da Porta Catania.

Questo è l’antico ingresso sud, una sorta di portone in pietra costruito nel 1340 da Pietro d’Aragona, il buon invasore definito il “gentile” che massacrava col saluto e il sorriso.

All’altro varco a Nord spicca Porta Messina, verso la città che mai si è fatta mancare i terremoti e i cataclismi nella sua millenaria esistenza.

Una teoria di rue e slarghi che rendono affascinante questa piccola città. Le due porte sbarravano, nel passato, sino al XVII secolo il passaggio obbligato per chi da Catania andava a nord e al contrario.

Un gruppo di americani cerca di catturare la bellezza fermando il tempo in una foto che forse diventerà un bel ricordo. Partono gioiosi “selfie” e “tweet” per rendere partecipi amici lontani in tempo reale.

A me, a dire il vero, non affascina tanto la tecnologia e l’attuale quanto il passato. Se poi il passato è glorioso come quello che emana dal “palazzo Corvaia”, allora sono davvero in un brodo di giuggiole!

L’antica sede del primo parlamento siciliano è qualcosa di affascinante. Non tanto perché hai davanti un manufatto del 1410, quanto per il cortile che circonda una sobria facciata che ingentilisce l’aspetto austero dell’edificio. Non scende il senso della severità d’insieme, al cospetto delle eleganti cornici, delle pietre nere incastonate in quadretti bianchi e le iscrizioni in latino.

Lungo il medievale Corso Umberto si custodisce un largo pezzo di storia. Nei millenni le pietre hanno visto passare tutti gli invasori dell’isola. Questo era il transito obbligato lungo il litorale ionico.

Nella mia passeggiata scorrono la Torre Fortezza dell’Orologio, costruita su macigni cubici e fondamenta ciclopiche. È il monumento che divide idealmente la Taormina greco romana da quella medievale.

La cattedrale dedicata a San Nicolò ha delle singolari colonne di stile dorico. Le hanno tolte al teatro greco romano, da non credere! Esternamente più che una chiesa pare una fortezza edificata con pietre grezze e merlature alla sommità.

Intanto dal belvedere arrivano folate di vento teso di bora. Il mare è diventato color zinco e picchia sulla piccola scogliera.

Giungo al teatro greco-romano, il luogo per cui Taormina è famosa nel mondo. Proteso stupendamente sul mare, qualcosa di indescrivibile, una bellezza che neanche il pieno di turisti può scalfire. Partono foto dai cellulari da ogni dove, tutti a rubare attimi per dire “ci sono stato anche io”.

Il teatro fu costruito dai greci in un periodo di opulenza, di splendore della bella città siculo-greca. Mi fermo a pensare alla grandezza di un  popolo che riesce a costruire simili grandiosità per lasciarle alle generazioni prossime.

Dalla gradinata, scavata nella nuda roccia, di là dalle colonne e dei monconi di pietra, il mare spumeggia lontano dall’insulto del cemento.

Penso alla fortuna dei Romani che a costo zero, trovarono al loro arrivo questa magnifica arena di pietra, colma di decorazioni sceniche e artistiche. Purtroppo furono perle ai porci. Pensarono bene gli zotici imperiali di rimaneggiarlo colpevolmente e adattarlo a stupidi giochi circensi per divertire un popolo triste e soggiogato dalla violenza della tirannia.

Resterei tutto il giorno in questo luogo magico, ma siamo diretti verso nord. Il tempo di una tagliatella allo scoglio sulla piccola spiaggia di Isola Bella. Lungo l’arenile, a pelo d’acqua scatarra, tossisce, sibila il motore della vecchia barchetta. Il pescatore bestemmia in siculo. Alla fine la piccola imbarcazione, come in un simpatico cartoon di Topolino guadagna il largo.

Leave a Reply

Il Fatto Teramano è l'unico sito che ti permette di commentare senza registrazione ed in forma totalmente anonima. Sta a te decidere se includere le tue generalità o meno. Nel momento in cui pubblichi il tuo commento dichiari di aver preso visione del nostro disclaimer e di accettarne le regole. Per inviare il tuo commento aiuta il sito a verificare la tua esistenza trascinando un'icona secondo le indicazioni e clicca su Commento all'articolo.

 

Your email address will not be published.