Dormi sepolto in un Campo di Grano, ti chiami D’Alfonso e di nome Luciano… (in Abruzzo persi altri 14.000 posti di lavoro)

Dormi sepolto in un Campo di Grano, ti chiami D’Alfonso e di nome Luciano… (in Abruzzo persi altri 14.000 posti di lavoro)

di Christian Francia  –

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Il faraone Luciano D’Alfonso

Un buffone si aggira per l’Abruzzo: il suo nome è Luciano D’Alfonso. Aveva promesso che sarebbe riuscito a migliorare la vita dei cittadini, ma dopo mezza legislatura i dati sono disastrosi e la situazione generale rispetto all’epoca Chiodi (un tale incapace che non riesce nemmeno a fare l’opposizione a D’Alfonso) è addirittura peggiorata.

Un pagliaccio si aggira per l’Abruzzo: il suo nome è Luciano D’Alfonso. Fonti romane interne all’ex governo Renzi confermano come vi fosse un accordo in base al quale – se il SÌ al referendum costituzionale avesse vinto in Abruzzo – si sarebbe immediatamente creata una poltrona da Ministro o da Sottosegretario alle Infrastrutture per Big Luciano, il quale si sarebbe dimesso da governatore lanciando la candidatura del suo fidatissimo Luciano D’Amico per la carica di prossimo Presidente della Regione.

Purtroppo per lui non solo ha perso, ma è stato sodomizzato dal 65% dei votanti abruzzesi, e invece di trarre le conseguenze politiche della sua penosa campagna referendaria ha pensato di rinviare il giudizio del popolo al termine della legislatura regionale, laddove lo attendono non solo quelli come noi che pretendono che un pluriprescritto per corruzione come lui non debba ricoprire ruoli pubblici di alcun tipo, ma pure tutti gli altri corregionali che hanno il dente avvelenato per essere stati presi per il culo con le solite promesse da marinaio (vi ricordate la promessa tenerissima del “coccoleremo i pazienti con una sanità di eccellenza”?).

Un vampiro si aggira per l’Abruzzo: il suo nome è Luciano D’Alfonso. Aveva promesso che avrebbe sforbiciato il suo stipendio e quello dei consiglieri regionali, ma dopo mezza legislatura continua a guadagnare 14.000 euro al mese, cioè lo stesso numero di posti di lavoro che si sono persi nella nostra regione nel terzo trimestre 2016.

Infatti la periodica analisi di Aldo Ronci sulla situazione del lavoro, resa nota proprio ieri, è impietosa per la drammaticità dei dati, ma soprattutto perché D’Alfonso dichiara ai quattro venti come un ossesso che i posti di lavoro aumentino costantemente.

I numeri dicono invece che l’occupazione abruzzese cola a picco: si sono persi 14.000 posti di lavoro nel terzo trimestre 2016 rispetto al trimestre precedente nel quale gli occupati erano 496.000, per cui oggi in tutta la regione gli occupati sono 482.000.

In valore percentuale in Abruzzo gli occupati hanno segnato un decremento del 3%, a fronte di una flessione nazionale di appena lo 0,2%, dato che pone l’Abruzzo al penultimo posto della graduatoria nazionale.

Nello specifico i lavoratori dipendenti diminuiscono di 3.000 unità e quelli indipendenti di 11.000 unità. La decrescita percentuale dei dipendenti in Abruzzo (-1%) è in controtendenza rispetto alla crescita italiana (+0,7%), mentre la flessione percentuale dei lavoratori autonomi in Abruzzo (-7,9%) è più del doppio rispetto a quella nazionale (-3,2%).

Il tasso di occupazione in Abruzzo nel terzo trimestre 2016 è stato del 55,2%, valore che rimane ben più basso del 57,6% italiano, cioè a dire che abbiamo il 2,4% in meno di occupati rispetto al dato nazionale.

Il tasso di disoccupazione in Abruzzo nel terzo trimestre 2016 è dell’11,1%, mentre in Italia è al 10,9%%, quindi nella nostra Regione c’è una maggiore disoccupazione pari allo 0,2% in più rispetto al livello nazionale.

Le persone inattive passano dalle 290.000 del secondo trimestre 2016 alle 292.000 del terzo trimestre 2016, cioè aumentano di 2.000 unità.

Una fotografia, quella del mercato del lavoro scattata da Aldo Ronci, che evidenzia l’inefficienza e l’inefficacia delle politiche messe in atto dal parolaio D’Alfy, sempre prodigo di terminologie arcaiche, auliche o mutuate dalla liturgia cattolica, ma purtroppo infruttuose negli auspicati effetti di moltiplicazione dei pani e dei pesci, considerato che gli abruzzesi sono sempre più poveri, sempre più disoccupati, sempre più inattivi.

Del resto, è proprio dentro a questi numeri che si annida quel 65% di abruzzesi che ha sonoramente bocciato la riforma costituzionale.

UN “CAMPO” DI BATTAGLIA

Il segretario della UIL regionale, Roberto Campo, denuncia da mesi la “mancanza di una politica industriale” della Regione e nella specie la mancata adesione alla cosiddetta “Fabbrica intelligente” di cui al programma di Governo su Industria 4.0 che punta a favorire l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Una miopia politica che si somma alla debolezza del Masterplan sul piano dello sviluppo industriale, nonostante l’Abruzzo sia una delle regioni più industrializzate d’Europa con 4 punti percentuali sopra la media dell’Italia (che è la seconda manifattura del continente), e nonostante il peso di settori come l’automotive e la componentistica, l’aerospazio e l’agro-alimentare, nei quali l’Abruzzo esprime una riconosciuta qualità.

D’Alfonso dovrebbe recuperare i trenta mesi nei quali ha dormito: “Facendo finalmente uscire i primi bandi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e FSE (Fondo Sociale Europeo), a partire da quelli su ricerca e sviluppo e aree di crisi, riprogrammando parte del Masterplan e dei fondi FSC (Fondo per lo Sviluppo e la Coesione) a favore della sicurezza del territorio e della politica industriale, rinnovando la richiesta al governo di onorare l’impegno di conferire all’Abruzzo 133 milioni di euro aggiuntivi di FSC a titolo di parziale indennizzo rispetto al taglio subito sui fondi FESR e FSE (rispetto al precedente settennio), definendo le missioni dell’ARAP (ex Consorzi per lo Sviluppo Industriale) al fine dell’attrazione di nuovi investimenti”.

Ma D’Alfonso dovrebbe soprattutto iniziare ad eliminare le tasse aggiuntive, cioè l’addizionale regionale IRPEF ed IRAP, che paghiamo a partire dal commissariamento della sanità: è un salasso che sottrae all’Abruzzo persino più di quanto non diano i Fondi Europei. Infatti, a fronte di 374 milioni in 7 anni di investimenti FESR e FSE, le tasse punitive hanno sottratto all’Abruzzo oltre 900 milioni di euro nell’ultimo settennio.

Roberto Campo ha pure suggerito di connotare come in house la FIRA S.p.A. (la società finanziaria regionale abruzzese), al fine di poter disporre di un soggetto regionale in grado di interloquire con i vertici del sistema bancario regionale, oramai ubicati tutti fuori Abruzzo. Infatti la finanziaria regionale potrebbe divenire un interlocutore istituzionale capace di coordinare una vera e propria politica creditizia nella nostra regione, nonché capace di lavorare per rafforzare il legame tra territorio, imprese e finanziamenti.

Tanto più che la crescente emorragia di banche (i cui cadaveri sono stati rilevati per un tozzo di pane da istituti extraregionali) produce un sempre minor credito alle imprese, specie quelle piccole, con il conseguente rallentamento in Abruzzo della ripresa economica (ovviamente più lenta che nel resto d’Italia). Ma D’Alfonso è sordo da questo orecchio.

CRISI POLITICA PERMANENTE

Il governatore è da mesi sotto scacco di tre componenti della sua maggioranza: il consigliere regionale Mario Olivieri e l’assessore regionale Andrea Gerosolimo (entrambi di Abruzzo Civico), nonché l’assessore regionale Donato Di Matteo (del Partito Democratico).

L’accusa a D’Alfonso è sempre la stessa: gestione accentratrice e verticistica da parte del governatore, nessun coinvolgimento di consiglieri e assessori nelle decisioni che contano, dato che il “Faraone” fa sempre tutto quello che pare a lui riducendo i comprimari a semplici statuine del suo presepe.

I tre ribelli hanno a più riprese esternato il loro disagio nei confronti del capo: “abbiamo il coraggio di denunciare il grande accentramento di potere nelle sue mani, che lascia noi consiglieri senza impegno politico, senza la possibilità di esprimere il nostro ruolo”. Insomma, non toccano palla e non contano una mazza.

Trattandosi di tre soggetti privi di spessore sia politico-culturale che caratteriale, probabilmente alla fine si accontenteranno dell’osso che D’Alfonso gli getterà, ma il logoramento continuo causato dalla dura realtà che bussa con insistenza alla porta potrebbe pure riservare sorprese, anche perché si sa che i presidenti passano, ma i Ras locali restano.

GLI SPUTAZZI DELLA CORTE DEI CONTI

Come se tutto questo non bastasse, con cadenza periodica la Corte dei Conti regionale si accanisce sul didietro del governatore, facendolo sanguinare come una fontana con strumenti di tortura contabile.

Da anni la Corte denuncia inascoltata gli inadempimenti di bilancio, le plurime mancate rendicontazioni (ferme a 3 anni fa), i gravissimi ritardi, i comportamenti omissivi e le violazioni reiterate di una Regione che “non solo non ha posto rimedio, ma ha ulteriormente aggravato per via del tempo inutilmente trascorso”.

Due settimane fa la Sezione Regionale di Controllo della Corte dei Conti per l’Abruzzo è tornata ad impugnare il bastone per triturare l’operato tecnico-politico della Giunta regionale, tramite una delibera con la quale ha nuovamente segnalato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri l’opportunità di sciogliere il Consiglio regionale o di rimuovere il Presidente della Giunta Regionale per stupro permanente della legalità (con gravi profili penali ed erariali a loro volta segnalati alla Procura della Repubblica e alla sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti).

Nel merito, la Regione da 30 mesi non ne vuol sapere di sistemare i conti in quanto non esiste la volontà politica di riportare legalità e ordine nei bilanci (la Corte definisce il bilancio come poggiato su una “totale astrazione della realtà finanziaria”, cioè si sparano i numeri a cazzo).

In particolare non si procede all’obbligatorio riaccertamento dei debiti e dei crediti, onde poterne quantificare con esattezza la consistenza e dunque il disavanzo accumulato negli anni. Pare che il fardello negativo sia stimato ad oggi approssimativamente in 429 milioni di euro, ma potrebbe pure essere molto più significativo.

Ma la Giunta D’Alfonso se ne sbatte i coglioni della Corte dei Conti ed ha approvato solo da pochissimo il rendiconto relativo al 2013 che deve ancora essere sottoposto all’approvazione del Consiglio Regionale (ovviamente i rendiconti del 2014 e del 2015 non esistono, così come non esiste il riaccertamento straordinario dei residui, parimenti obbligatorio).

Non c’è nemmeno il piano di rientro dal disavanzo e la Regione fa orecchie da mercante nella ricezione delle osservazioni e delle prescrizioni dei magistrati contabili, i quali denunciano pure la follia dell’approvazione di bilanci di previsione regionali fondati sull’assenza di rendiconti regolarmente approvati (ragion per cui restano oggettivamente incerte le coperture contabili effettive di tutti i capitoli dei miliardari bilanci regionali).

In pratica D’Alfonso è seduto su una polveriera che può esplodere con una semplice cicca di sigaretta, ma per lui gli inadempimenti contabili sono una bazzecola rispetto alle prescrizioni per corruzione che nutrono il suo fetido curriculum politico-penale.

E la cosa più aberrante è che due mesi fa l’ex governo Renzi ha firmato l’uscita dal commissariamento della sanità per l’Abruzzo, fatto che indurrebbe a credere in un riequilibrio dei conti sanitari che nella realtà non esiste in quanto il dato ufficiale del disavanzo della sanità regionale nel 2015 è di oltre 66 milioni di euro (mentre la maggioranza suona la grancassa dei luminosi risultati ottenuti in materia).

In pratica come premio per i debiti accumulati direttamente dal centrosinistra, D’Alfonso è stato insignito della medaglia dell’uscita dal commissariamento nonostante i 66 milioni di euro di disavanzo del 2015, e nonostante la Regione sia stata costretta a trasferire una cifra pari al disavanzo per ripianare i bilanci del 2015 delle quattro ASL regionali.

La Corte dei Conti conclude sconsolata: Tali atteggiamenti reiterati, in palese contrasto con la normativa, continuano ad isolare la Regione Abruzzo nel contesto delle Regioni italiane, dovendosi ritenere la sua gestione condotta in regime di fatto, con totale astrazione dalla realtà effettiva del bilancio e delle risorse finanziarie di cui il medesimo può disporre”.

PROGNOSI

D’Alfonso non ammetterà mai il proprio fallimento, in quanto l’ipertrofia del suo ego gli impedisce di leggere una realtà che si ostina a non allinearsi alla sua narrazione curiale, per cui delle due l’una: o la sua maggioranza decide di staccare la spina ad un’esperienza di governo disastrosa, oppure saranno ancora una volta gli abruzzesi – nelle urne delle prossime elezioni regionali – a spedire l’attuale governatore direttamente dal proctologo. 

2 Responses to "Dormi sepolto in un Campo di Grano, ti chiami D’Alfonso e di nome Luciano… (in Abruzzo persi altri 14.000 posti di lavoro)"

  1. Anonimo   12 dicembre 2016 at 7:28

    Insuperabile. Mi chiedo quali possano essere le differenze con il governatore De Luca. Mi do la risposta. Nessuna.
    A casa immediatamente insieme all’inesistente opposizione

  2. Giovanni   14 dicembre 2016 at 22:10

    Per la cronaca, D’Alfonso ha perso anche nel “suo” comune Lettomanoppello: il NO ha vinto con 893 voti contro i 702 del SI.

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