Milena Gabanelli: Bella perché povera e necessaria

Milena Gabanelli: Bella perché povera e necessaria

di Maria Cristina Marroni

Milena Gabanelli ha salutato, da oggi non sarà più autrice e conduttrice di “Report”, il programma televisivo più significativo degli ultimi venti anni, la trasmissione d’inchiesta alla quale ha dedicato tutta se stessa e che non ha mai risparmiato nessuno.

Guardandola, Milena mi ha sempre fatto pensare a Goffredo Parise e alla sua esaltazione della povertà, forse per il suo fisico segaligno di una tale asciutta magrezza da incutere rispetto e timore, forse perché mai vestita alla moda, con abiti semplici che trasudano morigeratezza, rifiuto di qualsivoglia orpello, vocazione a quel sacerdozio civile che è il giornalismo d’inchiesta.

Gli Italiani le debbono un ringraziamento per ciò che ha compiuto dal 1997 a oggi, in un crescendo di coerenza e di ostinazione nel denunciare i vizi del costume italico e le malefatte dei potenti.

Il suo è un esempio da seguire nelle nostre vite, un esempio che “Il Fatto Teramano” cerca di emulare da tre anni nella nostra realtà di provincia.

Ma Milena svolge da tempo un ruolo di politica attiva, all’interno di “Report”, con proposte precise e puntuali: cito per tutte la battaglia sulla riduzione dell’uso del contante (condivisibilissima) e il progetto per la gestione dei richiedenti asilo (articolato proprio nell’ultima puntata di ieri sera).

Speriamo che una tale passione civile non si esaurisca adesso, perché l’Italia ha un bisogno assoluto di persone come lei, e in ragione di ciò ci auguriamo che un suo impegno in politica possa concretizzarsi nelle forme che meglio dovesse ritenere opportune.

Quanto a “Report”, ha ragione Aldo Grasso che sottolinea come “l’autocensura sia uno dei mali più tremendi del giornalismo”, per cui i meriti di “Report” vanno addirittura oltre le sue straordinarie capacità.

Ma allo stesso tempo è inquietante che una tale trasmissione simbolo del cosiddetto “servizio pubblico” non sia organica alla RAI, tanto che lo stesso Grasso si pone una domanda non oziosa: “La redazione di Report non appartiene alla Rai: svolge il suo lavoro autonomamente e lo «vende» all’azienda. I contratti vengono rinnovati anno dopo anno. Così la Gabanelli è stata costretta a difendersi con il prodotto: interessante, aggressivo, inedito. Dobbiamo dunque dedurre che la Gabanelli, i suoi collaboratori, i suoi free lance, i suoi reporter d’assalto hanno fatto buon giornalismo (buonissimo, se confrontato all’informazione televisiva della Rai) solo perché sono «esterni»?”.

Definisco la bellezza di Milena Gabanelli povera e necessaria nel senso che Goffredo Parise attribuì alla divisa militare sovietica in un mai abbastanza celebrato articolo apparso sul “Corriere della Sera” il 30 giugno 1974.

Rileggendolo si assapora l’attualità di una riflessione che oggi è persino più contemporanea di 42 anni fa, così come il metodo e le intuizioni della Gabanelli saranno più attuali fra qualche decennio rispetto ad oggi, perché appare evidente che se la lama di “Report” si fosse conficcata nelle coscienze degli Italiani come avrebbe potuto, non ci troveremmo nelle stesse misere condizioni di venti anni fa: con uno stato sociale sempre più debole e arretrato, con sempre minori diritti, con un’ignoranza dilagante e un senso civico in disarmo.

Rileggiamo le parole di Parise, scrittore sublime e pensatore libero che sferza i luoghi comuni e mette in discussione la nostra coscienza morale, innalzando la povertà (non la miseria) a valore assoluto e necessario, così come è necessaria la monacale dirittura di Milena Gabanelli e del giornalismo investigativo.

Il rimedio è la povertà

Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria.  La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese.

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Milena Gabanelli durante la conduzione di “Report”

5 Responses to "Milena Gabanelli: Bella perché povera e necessaria"

  1. il paladino   29 novembre 2016 at 20:53

    Speriamo sia un’arrivederci, non un’ addio. Grande giornalismo, grande professionista, grande donna. Ci mancherai.

  2. Leda Santosuosso   30 novembre 2016 at 10:44

    coincidenza…lo stessa articolo l’ho trovato citato ieri altrove.
    Attualissimo.
    Consiglio la lettura di “Destra e sinistra addio” di Maurizio Pallante dove questi temi sono affrontati e ci suggerisce un modo nuovo e diverso di vedere le cose.
    A mio avviso l’unica strada percorribile.

  3. Leda Santosuosso   30 novembre 2016 at 10:54

    Sulla Gabanelli invece ho da ridire e non le perdono la trasmissione che fece su Antonio Di Pietro. A mio avviso era in malafede o teleguidata…
    Non voglio dire che Di Pietro fosse un santo, ma il tutto è stato architettato per farlo fuori…non dimentichiamoci la foto di Vasto, Vendola…ecc. ecc. ci vuole un po’ di memoria.
    Antonio Di Pietro dava fastidio ed il PD di Bersani non voleva dare seguito alla foto di Vasto. E la conferma l’abbiamo avuta anche con la candidatura di Antonio Ingroia…anche in quel caso il PD non ha voluto fare alleanze e il traditore Vendola ha mollato Di Pietro per salire sul carro del PD, arrivare in Parlamento e poi sganciarsi…..
    Ora, poichè la ritenete tutti una persona estremamente intelligente, mi sembra poco probabile che sia caduta in un tranello….
    Non è un caso che Di Pietro ed Antonio Ingroia non sono in Parlamento.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/01/antonio-di-pietro-riabilitato-nessun-mistero-sui-fondi-pubblici-accusatore-condannato-a-risarcimento/1926075/

  4. Cittadino   30 novembre 2016 at 11:25

    Il servizio su Di Pietro era documentato e non ideato a tavolino, così come è sempre stato fatto in quella trasmissione.

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