Teatro: A Teramo “Filumena Marturano”, monumento dell’arte italiana

Teatro: A Teramo “Filumena Marturano”, monumento dell’arte italiana

di Maria Cristina Marroni 

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Geppy Gleijeses e Mariangela D’Abbraccio

La prima cosa che viene in mente dinanzi ad una commedia teatrale come questa è l’orgoglio di essere parte di una cultura così maiuscola quale è quella del Sud, di Napoli, del Regno delle Due Sicilie (del quale Teramo ha rappresentato storicamente la frontiera settentrionale).

“Filumena Marturano” nasce dalla mente dello Shakespeare di casa nostra, Eduardo De Filippo, esattamente 70 anni fa nel 1946, ma come tutti i capolavori non smette mai di raccontare agli uomini la loro natura, i loro vizi inestirpabili, ma soprattutto il loro cuore grande e palpitante che troneggia maestoso con la sua forza inscalfibile.

Filumena è la commedia per eccellenza che scolpisce l’immensità della figura della madre: sovrana dei sentimenti, terra feconda che vivifica l’uomo e lo sorregge dalla nascita alla morte, crogiolo di tutte le sofferenze, icona del coraggio e della caparbietà, simbolo della dedizione e dell’umiltà, fuoco del sesso e della passione, paradigma dell’amore sconfinato per i figli che non conosce condizioni o aggettivi.

Lo spettacolo che oggi 25 novembre va in scena a Teramo con due recite (la prima alle ore 17,00 e la seconda alle ore 21,00) ha molti motivi per non essere perso: a cominciare dalla regista cinematografica Liliana Cavani, la quale si cimenta per la prima volta con il teatro di prosa; proseguendo con gli interpreti che hanno nel napoletano la loro lingua madre; senza dimenticare la trama che è fra le più conosciute ed apprezzate nel mondo intero.

Eduardo stesso indicò in Filumena l’allegoria di un’Italia fiaccata e umiliata dalla guerra, impoverita nel corpo così come nello spirito, sfibrata nella morale, ma asserragliata a difesa della propria dignità e con una inossidabile volontà di riscatto.

De Filippo si ispirò ad una vicenda di cronaca sulla quale confezionò una commedia che è destinata ad attraversare i millenni per la profondità delle radici che si spinge ad illuminare.

Filumena è stata povera e costretta a prostituirsi per sopravvivere, ma appena ha potuto si è attaccata ad un’ancora di salvataggio come Domenico (Mimì) Soriano, un borghese, agiato figlio di un ricco pasticciere, il quale ha speso una vita dietro alle donne e ai cavalli da corsa, ma per venticinque anni ha vissuto una storia d’amore con la Marturano che di fatto ha svolto il ruolo della moglie convivente.

Filumena dapprima si finge moribonda costringendo Mimì al matrimonio in articulo mortis, poi svela la truffa e il vero movente, quello di realizzare una famiglia legittima e di poter dare il cognome del marito ai suoi tre figli ormai adulti (uno dei quali è figlio naturale di Domenico), tutti cresciuti e sistemati grazie ai soldi che Filumena rubava al compagno e destinava al sostentamento della sua prole.

Una regia di eccezione si accompagna a due protagonisti di eccezione: Mariangela D’Abbraccio (Filumena) che ha esordito proprio diretta da Eduardo nella Compagnia di Luca De Filippo, e Geppy Gleijeses (Domenico) che è stato allievo prediletto di Eduardo (il quale proprio per lui nel 1975 revocò il veto alle sue opere).

L’interpretazione di Mariangela è così intensa da meritare di essere goduta dalla prima fila o almeno con il binocolo in mano, tanto è vibrante la drammaticità del volto e tanto è persistente il pathos che la avvolge, le lacrime che copiose luccicano negli occhi, i sospiri che sconvolgono il petto rigoglioso. Un’attrice che non è semplicemente nel suo ruolo prediletto, ma che diventa Filumena perché la capisce, ne condivide i moti dell’anima, ne è sorella in quanto donna e in quanto figlia della stessa terra e della stessa cultura.

Ma anche Geppy è meravigliosamente Mimì, naturalmente borghesuccio, trapuntato delle piccinerie sociali nelle quali è rimasto invischiato, fiaccato dall’agiatezza e dalla mollezza dei costumi proprie del suo censo, codardo fino a quando Filumena non lo mette dinanzi alle sue responsabilità e non ne misura l’infima statura morale, costringendolo a diventare adulto.

Lo spettacolo si concentra sulla carica emozionale dei protagonisti, tralasciando gli inutili orpelli per mettere a fuoco la psicologia e la turbolenza dello scontro all’interno di una relazione che giunge ad un passo dal baratro e solo guardando l’abisso rinsavisce, ricuce il passato e ricostruisce il presente con tutte le sue implicazioni.

Il sole attorno al quale ruotano i personaggi è solo Filumena, la sua presenza irradia, scalda e vivifica, per sopravvivere non esita a scendere nell’abiezione, per amore non esita ad utilizzare tutte le armi, dal proprio corpo agli stratagemmi mistificatori, che trovano giustificazione e redenzione nella purezza del suo sentimento.

Gleijeses è un caleidoscopio di gestualità e di silenzi, una maschera che si dibatte in preda ai fantasmi di una gioventù perduta, ma che finisce per sciogliersi dinanzi alla commozione di sentirsi inaspettatamente chiamare “papà” per la prima volta nella sua vita.

Bisognerebbe studiarla nelle scuole questa commedia, vivisezionare la complessità e poliedricità dei fenomeni coinvolti: dal rancore al rammarico, dall’ira alla rabbia, dalla determinazione alla coerenza, dalla passione alla dolcezza, dalla forza alla perseveranza.

In fondo, il mondo intero è racchiuso in una sola lacrima di una madre, e nel suo petto c’è la radice e il fuoco di ogni vita umana.

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