La festa dell’insignificanza

La festa dell’insignificanza

di Maria Cristina Marroni

Copertina del libro di M. Kundera

La festa dell’insignificanza di Milan Kundera (Adelphi, traduzione di Massimo Rizzante) è difficilmente ascrivibile a un unico genere letterario: sembra quasi che l’autore inizi con i suoi lettori un fine gioco a dama, in cui vincerà chi avrà i nervi più saldi.

Una beffa? Un divertissement? Certamente non è un romanzo, né un saggio, né un lungo racconto.

Il lettore resta sfibrato da un gioco quasi al massacro e alla fine non può che provare un senso di disagio e amarezza. Sembra che viva la fine di un sogno: “Osservando il vagare della piumetta, Charles si sentì angosciato; gli venne l’idea che l’angelo a cui aveva pensato nelle ultime settimane lo stava in quel modo avvisando che era già qui da qualche parte, vicinissimo. Forse, impaurito, prima che lo gettassero giù dal cielo, si era lasciato sfuggire dall’ala quella minuscola piuma, appena visibile, come una traccia della sua ansia, come un ricordo della vita felice che aveva condiviso con le stelle, come un biglietto da visita destinato a informare del suo arrivo e ad annunciare la fine imminente”.

L’opera rappresenta una sintesi di quanto prodotto finora: se l’umorismo era vietato in un regime totalitario, ora è definitivamente defunto. Siamo al “crepuscolo delle beffe”, siamo nell’“epoca postbeffarda”. Anzi è meglio allora affermare che si divertiranno di più, coloro che rideranno di se stessi. “Il riso è il salto del possibile nell’impossibile” (Georges Bataille).

Siamo nell’era dell’ombelico scoperto, l’era del conformismo, perché, a una prima occhiata, “tutti gli ombelichi sono uguali” e rappresentano “un appello alle ripetizioni”.

La narrazione procede a zigzag e l’autore, secondo uno schema che gli è tipico, spesso abbandona i personaggi, interrompe le loro storie, per inserire lunghe digressioni di storia, arte, filosofia. Accanto all’essere c’è il non essere nell’inconciliabile dualità della vita: la leggerezza dell’essere accanto al peso dell’anima.

Nell’insignificanza dell’esperienza umana è quasi impossibile tracciare una linea retta; quando razionalmente afferriamo una certezza, ecco subito riemergere l’istinto che con una mazza la disintegra. Bianco e nero, energia e inettitudine, eros e thanatos, memoria e oblio, coraggio e paura. “I morti invecchiano, nessuno se ne ricorda più e spariscono nel nulla; solo alcuni, pochissimi, lasciano i loro nomi incisi nella memoria ma, privi di una testimonianza autentica, di un ricordo reale, si trasformano in marionette”.

La trama ideale non esiste, allora Kundera sceglie di esprimere il concetto, come l’arte di Fontana. E i suoi personaggi diventano fantocci a uso e consumo dell’autore nel teatro del pensiero. Così appare Stalin, che intesta una città a Kalinin, un uomo che si piscia addosso, “in ricordo di una sofferenza che ogni essere umano ha conosciuto”.

Kundera ci ha svegliato dall’illusione di poter cambiare il mondo e ci invita a un valzer che sa di addio definitivo: “Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo… Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio”.

Il vero segno della libertà rimane allora il gusto sublime del vino con cui innaffiare la terra delle ciance.

One Response to "La festa dell’insignificanza"

  1. Toro Seduto   13 novembre 2016 at 7:58

    Veramente superlativo!

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