Parigi è un desiderio

Parigi è un desiderio

di Giulia Francia  – 

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Parigi: La torre Eiffel vista da una stazione ferroviaria

La settimana scorsa, sfogliando tra le pagine del web, mi imbatto in un evento dedicato alla presentazione del libro di un tale Andrea Inglese, Parigi è un desiderio, in una nota libreria italiana del centro di Parigi.

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La copertina del romanzo di Andrea Inglese

Il libro non lo conosco affatto e, a dirla tutta, neanche l’autore. Pare che sia la storia di un giovane milanese che ha sempre sognato di vivere a Parigi. L’ho sognato anche io. Nel lungo peregrinare dei miei anni all’estero (perché sei anni su ventisei sembrano un’eternità), ho sempre sognato di vivere a Parigi. Parigi è stato un desiderio.

Conosco moltissimi italiani esiliati come me, un po’ per scelta, un po’ per abitudine, un po’ per paura del ritorno, un po’ per paura di sé stessi, un po’ per lavoro, un po’ per amore. Tutti egualmente nostalgici, malinconici e, diciamolo pure, anche un po’ depressi, sradicati, persi, nomadi, ma tutti egualmente frizzanti, eccitati, carichi di gioia di vivere, anche sotto tonnellate e tonnellate di pioggia.

È difficile spiegare a chi non ha mai vissuto in pianta stabile al di là dei confini del proprio paese cosa significhi vivere all’estero, la vertigine che si prova nel momento in cui si scende dall’aereo e anche l’aria sembra avere un altro sapore, la confusione mentale generata dal disperato tentativo di accostare due mondi diametralmente opposti, il sentimento di avere vite parallele, due, tre o quattro. E Parigi… Parigi non si accosta, Parigi non si spiega.

Credo di non aver mai incontrato qualcuno che vive a Parigi e che ne sia entusiasta, fatti salvi i Parigini “purosangue” e i Parigini che hanno Parigi nel sangue. Parigi è grande, molto grande, tanto grande che dopo ogni spostamento in metro sembra di essere atterrati in un’altra città, senza contare che per ogni tragitto si calcola mediamente una mezz’oretta. A Parigi non ci sono fontane, nei giardini pubblici ci si siede sulle panchine (guai a sedersi sul prato), composti, e i viali sono tanto grandi che a fine giornata i piedi fanno sempre molto male.

A Parigi non ci sono quartieri pedonali, le macchine passano ovunque, e per chi cammina come me, con la musica nelle orecchie, il pericolo di morte è reale ad ogni passo. Ovviamente, tutto ciò implica un saliscendi dai marciapiedi e slalom tra pedoni infuriati, sempre di fretta e coi musi lunghi. Come si dice: una passeggiata di salute! Non si può che tornare a casa altrettanto stressati, col muso storto, sotto la pioggia, a volte con le scarpe rotte, le gambe doloranti e una gran voglia di buttarsi sopra al letto e non sentire nulla (sempre se a casa si hanno i doppi vetri).

Dicono che a Parigi si respiri aria di civiltà, talmente tanta che anche chiedere aiuto ad un passante per strada diventa un exploit relazionale, di una formalità che rasenta quella di un’ordinanza ministeriale. Per non parlare poi di quelle che sono vere e proprie formalità ammnistrative, lavorative (penso ad esempio alle lettere di motivazione, di gran moda in Francia e all’estero tout court), scolastiche o relative ad eventi pubblici e privati.

Occorre salutare in un certo modo, con un certo accento, certe maniere, un certo garbo, una certa compostezza, parlare a bassa voce, non porre domande indiscrete, rispondere a tono e con la stessa arguzia, non fare strane facce dinanzi a frecciatine più o meno violente e non essere permalosi, mostrarsi sicuri di sé e umili quanto basta.

Se si è Italiani, poi, la faccenda si complica. Potrete incontrare due prototipi di Francese: il “marpione” innamorato dell’Italia che pur non conoscendo nulla dello Stivale è convinto che il vostro sia il Paese più bello del mondo, e lo “spocchioso” che vi odierà a prescindere, perché “non è possibile mangiare solo pasta”, “la mafia”, “Berlusconi”, “il Vaticano”, etc.

C’è anche il Francese “normale”, ma sono rare eccezioni che non rientrano nel quotidiano. Il Francese medio non cambierebbe il suo paese e il suo cibo e il suo clima e il suo mare e la sua lingua per nulla al mondo. Il Francese medio non parla e non capisce l’inglese e non gliene frega una beata mazza, e il dibattito tra Donald Trump e Hillary Clinton lo guarda con i sottotitoli o addirittura doppiato.

Il Francese medio odia ogni riferimento religioso, perché “la Francia è uno Stato laico!!!”, e vi darà del Cattolico conservatore fascista se mai doveste alludere all’umanità del Cristo. Vade retro Satan! “Lei è andata a catechismo?” (facce sbigottite), “Ah, quindi mi stai dicendo che a scuola in Italia c’è un’ora di religione a settimana?” (facce schifate).

Il Francese medio utilizzerà l’avverbio “in fine”, e quando direte “Ah, come in italiano!” risponderanno: “No, è una locuzione latina.”, “Quindi hai studiato latino!”, “Sì, ma non ho mai capito a che cazzo serva, visto che la professoressa ci faceva imparare le versioni a memoria”.

Il Francese medio non è razzista nell’animo, ma è di uno sciovinismo così profondo da sfiorare l’insopportabile. Il Francese medio non conosce l’aperitivo, e quando beve si sfoga dando il peggio di sé come fosse nel deserto. Per non parlare degli affitti esorbitanti, pagati per anche soli 9 metri quatrati con il cesso in comune e la doccia nel sottoscala, per i quali uno straniero deve considerarsi anche fortunato, perché non avendo garanti francesi è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago…

Eppure, sebbene io possa sciorinare una lista di drammi quotidiani infinita, Parigi resta effettivamente una delle città più civili che io abbia mai visto. A Parigi non si grida sull’autobus, non si buttano carte e cartine per terra, si attraversa quando è verde e non si deve ringraziare l’autista per la pietà dimostrata nel fermarsi.

A Parigi un mozzicone di sigaretta buttato per strada lo si paga 68 euro. A Parigi i disabili passeggiano tranquillamente per strada con le loro carrozzine, dal momento che i parcheggi, i marciapiedi, gli scivoli e persino gli autobus (udite, udite!) sono “abili”. A Parigi le mamme portano anche passeggini a due posti sugli autobus.

A Parigi i disoccupati di qualsiasi età (dai 18 anni in su) possono godere di ben due aiuti statali che vanno da un minimo di 500 euro al mese (l’RSA, ovvero il cosiddetto “Reddito di Solidarietà Attiva”) ad un massimo anche molto dignitoso, calcolato in base allo stipendio percepito per il precedente impiego e alla propria situazione familiare (il sussidio di disoccupazione), senza contare gli aiuti statali per il pagamento dell’affitto della propria casa. Entrambi gli aiuti sono cumulabili e facilmente ottenibili riempiendo un semplice formulario, dotati dell’apposito codice fiscale. A Parigi, così come nel resto della Francia.

Il servizio sanitario (e io l’ho toccato con mano) è ottimo, gli ospedali sono puliti e funzionano, le code non sono infinite e con un semplice codice fiscale si ottiene un rimborso persino per le lenti a contatto, direttamente sulla propria carta di credito. Il dentista, l’oculista, il ginecologo, l’otorinolaringoiatra e qualunque altra visita specialistica sono rimborsati.

Il tirocinio formativo, pagato minimo 500 euro netti al mese per un contratto full time (35 ore), si può ottenere solo con una “convenzione” firmata dall’università di provenienza e l’ente presso il quale si vuole lavorare. Finita l’università, si cercano contratti a tempo determinato o indeterminato, sapendo che i primi non sono e non vengono rinnovati oltre i tre anni. Il lavoro gratuito non esiste. La schiavitù è stata abolita ed è un concetto che non rientra nemmeno nel vocabolario.

Le raccomandazioni esistono, invece, ma non sono certo plateali, tantomeno necessarie, e riguardano alcuni ambienti ben precisi. Il clientelismo non va di moda e chiedere aiuto non rientra nella mentalità francese. Più comunemente, ci si iscrive ad una facoltà per inseguire un sogno, e dal momento che si è arrivati alla fine degli studi con dignità, sembrerebbe normale persino sognare di ottenere il buon posto di lavoro per il quale si è tanto faticato. E quando le risposte non arrivano nel giro di una settimana, ci si sente un po’ “falliti” e si cerca subito un “lavoretto” per poter comunque pagare l’affitto o semplicemente per non stare con le mani in mano. Sembra normale trovare un lavoro dignitosamente retribuito. No, non sembra, lo è, sia per i laureati che per coloro che non hanno portato a termine i propri studi. Il lavoro c’è, a volte si fa attendere, ma c’è.

La civiltà di tutto questo sistema, però, non si limita al solo funzionamento dell’apparato statale, ma è una civiltà che, con un certo grado di obiettività, guardandola con occhi nuovi e privi dell’antipatico atteggiamento nazionalistico dello straniero che odia i Francesi e il suo esilio in terra straniera, si svela in ogni minimo gesto quotidiano.

La taglia media delle Francesi, quella che va più a ruba, per intendersi, è la 44 e anche le “burzicone” possono aspirare al titolo di “belle ragazze”. Uscire con i capelli raccolti in una squallida pinza per casa di plastica colorata, per me italiana, non è un segno di gran classe, così come non lo è il fatto di indossare squallide scarpe di finto cuoio, anch’esse di plastica quindi, con la suola consumata o mettere dei sandali con i duroni ben in vista, lo smalto ormai scheggiato e le unghie lunghe. Io, personalmente, continuo a fare pedicure e manicure, lavarmi i capelli e buttare le scarpe vecchie e sporche. Eppure, osservare la grande nonchalance con la quale donne che in Italia sembrerebbero uscite da un cottolengo qui si sentono donne, libere ed emancipate, e ascoltare gli apprezzamenti maschili rispetto a bellezze che io definirei ben al di là dell’“acqua e sapone”, credo sia un vero progresso. E quando parlo di “apprezzamenti” parlo di complimenti, non certo di molestie sessuali.

Certo, anche qui le mode circolano e ogni ambiente ha la propria, ma è ancora possibile andare oltre la facciata. I Francesi sono “froci” senza vergogna, perché laddove tutto è possibile senza varcare la soglia della libertà altrui, il concetto di “normalità” è orfano.

I Francesi si occupano dei propri figli e si preoccupano per la loro educazione, sentimentale, scolastica e gastronomica. I bambini francesi vanno rigorosamente a letto alle 21.00 dopo aver visto un bel film o letto un bel libro e mangiano carote grattugiate, cetrioli, spinaci, insalata, arance, mele, pere, etc. Tutto ciò non è detto da una bacchettona ligia a uno stile di vita sano e so quanto le regole ferree a volte siano esagerate e inutili, ma vedere quanta attenzione e quanta cura si prestano ad ogni aspetto della vita sa di miracolo.

I Francesi leggono, comprano addirittura libri e li leggono! Il Francese medio legge, segue la politica estera e non, si interessa alle ultime novità musicali, va a teatro, nei musei e al cinema. Ebbene sì, almeno una volta ogni due settimane a Parigi si va al cinema, e non per vedere l’ultimo colossal americano, ma per scoprire l’ultimo film di Dolan o uno dei tanti premiatissimi film presentati a Cannes, a Berlino o a Venezia.

A Parigi si va al cinema a vedere “Mal di pietre”, una produzione francese ispirata a una chicca letteraria italiana di Milena Agus, che lessi in tempi non remoti grazie a mio fratello, sconosciuta tra i ragazzi della mia età nel Bel Paese. In una settimana ho visto almeno 8 locandine che annunciavano l’uscita nelle sale di “Fuocoammare” (e chissà quante anime perse della mia generazione, pur vivendo in Italia, sanno di cosa io stia parlando).

Certo, ad ogni ambiente il suo tratto distintivo, c’è chi preferirà il telegiornale, chi la fondazione Louis Vuitton, chi la mostra di Renzo Piano, chi una manifestazione ecologica, chi i kindle, chi i libri usati, chi il cinema, chi La Traviata, chi l’ultima tendenza musicale, chi lo Schiaccianoci, chi il requiem di Mozart nella chiesa degli Invalides, chi l’incontro culturale messicano per celebrare la fiesta de los muertos… Eppure, il clima culturale è sempre in fermento.

E la sensibilità? Ça va de soi. Qualunque Parigino o Francese che sia non oserà mai propositi razzisti, anzi se ne vergognerà, anche in un clima di terrore come quello che stiamo vivendo, e potrà parlare con più o meno consapevolezza di qualunque tipo di argomento, sia esso di dominio pubblico o privato.

Col Francese si può parlare, a patto che lo si ascolti, che si rispettino i tempi di parola, che non ci si agiti e soprattutto che si rispetti il pensiero altrui e l’altrui sensibilità. Le idee possono essere contrastanti ma la stima dell’altro deve rimanere invariata. Credo di non aver mai osservato da vicino il mio cambiamento, eppure esiste ed è tangibile. Credevo di preferire una bella, sana, rumorosa discussione all’italiana, di quelle in cui le cose si gridano in faccia senza remore, di quelle in cui ci si urla addosso senza ascoltarsi, senza capire davvero l’altro, e diciamocelo, a volte ci sta anche bene.

Invece, di recente, ho constatato quanto possa essere irritante un simile atteggiamento da parte degli altri, quanto possa essere sgarbato il fatto di tagliare corto, tagliare il mio tempo di parola, denigrare le mie opinioni, ridurre una conversazione ad un dialogo tra sordi. È bello sentirsi dire “tu hai ragione, ma io credo che…”, “ho capito cosa intendi, ma vorrei soffermarmi sul fatto che…” o “capisco le tue ragioni, ma non condivido la tua reazione”. È davvero piacevole constatare che la persona che si ha dinanzi sta facendo uno sforzo per mettersi nei tuoi panni, capire il tuo vissuto, analizzare i motivi che ti spingono a dire certe cose. Il Parigino può sembrare scortese, impacciato, timido o “sulle sue”, troppo riservato, poco sincero, ma è così umano…troppo umano!

Come ovvio, sono consapevole del fatto che Parigi non sia la Francia, ma ne è comunque il centro politico, economico, culturale e intellettuale. Tutte le strade portano a Parigi ed è qui che si concentra il più variegato capitale umano dell’Esagono. Questa è la Capitale. Questa è l’essenza. Questa è la città più bella di Francia e tra le più belle al mondo.

Parigi è come una gran bella donna, bella e impossibile. Ti abbaglia, con le lumières, Montmarte e i mercatini di Natale, i tramonti sul lungosenna, la Tour Eiffel vista dal ponte Alessandro III, le passeggiate a Notre Dame, le boutiques di Saint-Germain, il suo melting-pot che stenta ancora ad accettare pienamente ma lo rispetta con tanta umanità, con i viali alberati e gli edifici in stile haussmaniano, il senso dell’ordine e della pulizia, la geometria di una città che potrebbe benissimo essere stata disegnata da un bambino con una matita e un righello, la capillarità di una metropolitana secolare e i suonatori di strada che la popolano, la funzionalità amministrativa nonostante l’infinita burocrazia quotidiana e molto altro.

Proprio come una bella donna, è anche difficile, difficile da conquistare, difficile da capire, difficile da amare. Eppure Parigi fa sognare. A Parigi si sogna, e si sogna di fare le cose in grande, cose impossibili da sognare in Italia.

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Giulia Francia

Sarà perché un caffè in terrazza a Montmartre fa sognare, sarà perché sul ponte di Grenelle ogni giorno sfilano miriadi di sposi innamorati in posa sotto la Tour Eiffel, sarà perché quando si parla si viene ascoltati, sarà perché andare a fare shopping è un divertimento anche per chi non è Kate Moss, sarà perché nonostante il freddo sedersi a parlare dei propri sogni sul lungosenna è ancora possibile, sarà perché mandare curriculum e sperare di essere presi è una realtà… Parigi è un desiderio, ogni singolo desiderio che si possa avere.

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