Terremoto: Del pianto di poi son piene le fogne

Terremoto: Del pianto di poi son piene le fogne

di Christian Francia  –

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La Basilica di San Benedetto a Norcia: com’era e com’è dopo il terremoto del 30 ottobre 2016

Ci risiamo: oramai il terremoto è diventato un incubo quotidiano, un fratello agghiacciante che dorme con noi, siede a tavola con noi, viene al bagno con noi, ci segue come un’ombra e ci alita sul collo.

Ogni tremolio, ogni oggetto che cade in terra, ogni folata di vento, ogni porta che sbatte, ogni finestra che si apre, l’inquilino del piano di sopra che sposta una sedia, il cucchiaio che fa rumore, la tenda che si muove: tutto suscita terrore e genera angoscia, siamo in preda ad una psicosi collettiva che la natura alimenta senza concedere tregua, in uno sciame sismico che lascia sgomenti e senza parole.

Eppure l’assenza di morti in questa ultima terribile scossa, fra le peggiori dell’epoca contemporanea, lascia aperti spiragli di luce per un futuro migliore se sapremo rinascere dalle macerie come è già successo molte volte in Italia, a patto di licenziare senza tante spiegazioni le classi dirigenti oggi al potere e rinnovare la politica a partire dalla logica e dalla morale.

La Basilica di San Benedetto a Norcia, demolita dall’urlo della terra, è il simbolo del disastro che ci avvolge e guardare come è ridotta adesso, ad un cumulo di macerie, ci commuove come se ci avessero assassinato l’amico più caro.

La quotidianità ci rende cinici, per cui sottovalutiamo e snobbiamo le bellezze che ci circondano in condizioni di normalità, ma non appena le perdiamo, non appena viene sepolta una pala d’altare, un crocifisso seicentesco, sentiamo di essere stati ingiustamente mutilati di qualcosa che ci rappresenta molto più di quanto non ci rendiamo conto.

Se crollasse il campanile del Duomo di Teramo, per noi teramani, sarebbe come perdere i connotati del volto, come perdere la foto nella carta d’identità, come non riconoscerci più allo specchio.

Eppure ciò che ci circonda è tanto bello quanto fragile: Il Castello della Monica (alzino la mano coloro che ci sono entrati, pochissimi concittadini), il Museo archeologico (alzino la mano coloro che ci sono entrati, pochissimi concittadini), gli scavi archeologici della Madonna delle Grazie (alzino la mano coloro che ci sono stati, pochissimi concittadini), il mosaico del Leone (alzino la mano coloro che lo hanno visto, pochissimi concittadini).

Viviamo immersi in una bellezza millenaria che ci sfugge, non ci interessa, non ci riguarda perché non la crediamo portatrice di turismo e di economia, e siccome ce l’abbiamo sempre davanti agli occhi, ad un metro da casa nostra, non la serbiamo nella minima considerazione.

Eppure bastano pochi secondi alla terra per riprendersi quanto abbiamo costruito e realizzato in millenni di civiltà.

Cosa occorre, più della tragedia del terremoto, per affrettarci a resettare le nostre certezze e a riscrivere le nostre priorità? Cos’altro serve per ripensare il nostro modo di vivere?

Perché non azzeriamo immediatamente le folli spese belliche (alle quali destiniamo molti miliardi di euro l’anno) e destiniamo le risorse alla protezione del territorio, alla salvaguardia dell’immenso patrimonio storico-artistico, alla ricostruzione dei centri storici, dei quartieri, delle scuole?

Possibile che quei gioielli dei nostri borghi scompaiano sotto i colpi dei terremoti, dello spopolamento inevitabile che ne consegue, mentre quelle brutture delle nostre periferie urbane vanno sempre più riempiendosi di abitanti?

Possibile che esista uno iato incolmabile fra quello che siamo stati capaci di costruire fino agli anni ’50 del secolo scorso e le orribili architetture venute su dagli anni ’60 che testimoniano di una civiltà irrimediabilmente avviata al degrado, vittima dei palazzinari?

Perché ci sentiamo impotenti di fronte a quello che abbiamo davanti agli occhi e che avviene indisturbato?

Perché non ci rendiamo conto che rimettere in piedi il teatro romano è vita, è salute, è felicità, è progresso, è futuro, è orgoglio, è turismo, è gioia degli occhi, è ricchezza per tutti?

Perché non vogliamo vedere che Colleparco fa schifo, compresa l’ultima piazza appena cementificata e quelle palazzine inguardabili dove risiedono migliaia di concittadini? Perché non prendiamo coscienza che Villa Mosca fa schifo, Colleatterrato fa schifo, Piano Solare fa schifo, Fonte Baiano fa schifo, Piano della Lenta fa schifo, il quartiere San Benedetto fa schifo?

I luoghi che abitiamo raccontano plasticamente il degrado che ci avvolge e ci ottunde, la bruttezza alla quale ci siamo consegnati mani e piedi, lasciando che la bellezza di 2.000 anni di storia venga inghiottita e scompaia per sempre dai nostri sguardi.

Eppure quella bellezza è nostra, la calpestiamo ogni giorno mentre camminiamo lungo i Corsi, ci qualifica, ci caratterizza e ci appartiene anche se non la sentiamo nostra. Provate ad immaginare non poter più fare visita al Duomo e sentirete immediatamente una mutilazione.

Ma occorre cambiare registro, fare in modo che la bellezza torni a vincere, salvaguardando e ricostruendo il nostro patrimonio “di famiglia”, costruendo case più belle e migliorando i nostri quartieri, rendendoli più vivibili e più verdi.

È la vera sfida di oggi, di adesso, una sfida che ci ha lanciato la natura: Siamo ancora in grado di circondarci di cose belle oppure ci lasceremo soffocare dal cemento?

Tre mesi fa sono stato ad una cerimonia nella nuova chiesa di Villa Mosca: è stata la giornata più brutta della mia vita nonostante ci fosse il sole; da ateo mi rifiuto di pensare che Gesù Cristo possa dimorare in un simile mostro architettonico.

La bellezza è valore supremo e deve sopraffare gli altri: ve l’immaginate la Madonna raffigurata come una befana? E Cristo come un reietto senza denti? Non è semplicemente possibile immaginare un’iconografia sacra alla stregua di come sono ridotti i poveri di oggi, i senzatetto, i derelitti, gli emarginati.

Eppure consentiamo che i nostri fratelli si riducano così, senza concedergli un reddito minimo che gli consenta di conservare la dignità.

Ve l’immaginate la nuova chiesa di Villa Mosca messa al centro di Piazza Martiri? Farebbe vomitare. Eppure non siamo in grado di costruire una chiesa semplice ma bella nei nostri quartieri.

Ciò nonostante la bellezza non è irripetibile, possiamo crearla anche oggi, siamo pieni di architetti straordinari, di pittori straordinari (per esempio Roberto Ferri che ha dipinto una straordinaria Via Crucis per la cattedrale di Noto), di artigiani straordinari.

Non soccombiamo al terremoto e alla bruttezza: la Basilica di Norcia può risorgere più bella di prima e il nostro patrimonio storico-artistico può essere conservato e accresciuto. Basta volerlo.

“La bellezza salverà il mondo” scrisse Dostoevskij, e questa frase vale soprattutto per l’Italia, fulcro e centro della bellezza mondiale, unico motivo per il quale vale ancora la pena viverci.

Demoliamo le brutture, pretendiamo che i nuovi edifici vengano edificati secondo criteri esteticamente apprezzabili, amiamo la nostra storia archeologica, perché la bellezza ci rende felici, ci consola del male di vivere e dà un senso all’esistenza.

In questo senso il terremoto può rivelarsi una risorsa, una sveglia, una carica positiva. Se sapremo trasformare in energia vitale quel senso di lutto che ci attanaglia dinanzi ad un borgo divelto, davanti ad una chiesa rasa al suolo, davanti ad una piazza coperta di macerie.

Solo se diverremo consapevoli che la bellezza non è persa per sempre, si può rialzare, si può riprodurre, si può ricostruire, si può ricreare, perché è figlia della cultura, della tradizione, dell’intelligenza, delle infinite capacità che sono nei cuori e nelle mani degli Italiani, l’ex popolo più geniale al mondo, l’ex popolo di santi, poeti e navigatori. Un ex popolo che deve riscoprirsi popolo prima di fare la fine della civiltà greca, della civiltà egizia, della civiltà assiro-babilonese.

4 Responses to "Terremoto: Del pianto di poi son piene le fogne"

  1. Antonio M.   31 ottobre 2016 at 18:15

    Insieme alle cattedrali e alle case dei borghi, unici, martoriati dal sisma, bisogna ricostruire la società civile, annientata dal vuoto della politica cieca , sorda oltre che ignorante. Il terremoto sociale che ha devastato e sta devastando il futuro di questo paese per mano di incapaci, arroganti, arrivisti, bugiardi, corrotti fa lo stesso danno. Pensiamo al terremoto che ha devastato l’istruzione con” la buona scuola”, il lavoro con il “jobs act” e la generazione dei voucher, la sanità con 9 milioni di poveri che non hanno la possibilità di curarsi, i pensionati a cui si consiglia di ipotecare la casa,all’agricoltura che permette il taglio di uliveti secolari della puglia e l’importazione di migliaia di tonnellate di olio tunisino e arance dal marocco, senza dimenticare l’embargo alla Russia con suicidi di imprenditori e agricoltori del nord italia; bisogna ricostruire il made in Italy e le piccole e medie imprese devastate dalla concorrenza sleale; bisogna ricostruire la consapevolezza dell’immenso e unico al mondo patrimonio culturale, storico, architettonico, enogastronomico, paesaggistico del nostro Paese, curarlo , proteggerlo, renderlo un volano che per inerzia porta benessere ad ognuno. Bisogna ricostruire una classe politica all’altezza di questo Paese, l’Italia.

    P.S. Christian Francia Sindaco di Teramo!

  2. Walter Nanni   1 novembre 2016 at 22:05

    Parole meravigliose.
    Grazie per aver scritto questo pezzo “bellissimo”.

  3. Basilio   2 novembre 2016 at 10:43

    Purtroppo oggi è diventato tutto un brand compresa l’arte. Ci siamo ridotti ad acquistare ed indossare prodotti che fanno schifo, ma sono di “Pinco Pallino” eh… vuoi scherzare! Lo stesso vale per l’arte, compriamo il quadro verde e viola, dove non si riesce a capire che significano quegli scarabocchi, ma va bene perché è di Tizio, è poi tutto sommato ci dice col divano. È così, tutto è finalizzato a fare quattrini, basta avere il critico (miliardario chissà com’è) che ti “vuole bene”, una tela bianca con una mosca spiaccicata, diventa un opera pari alla Pietà di Michelangelo. Non c’è più rispetto per il Lavoro, ci siamo piegati al dio denaro e questi sono i risultati.

  4. livio Pedicone   6 novembre 2016 at 18:58

    CONDIVIDO TUTTO QUELLO CHE E’ STATO SCRITTO E COMMENTATO MA DEVO ,PURTROPPO, DIRE CHE SONO SOLO PAROLE CHE LASCIANO IL TEMPO CHE YROVANO. ORMAI L’UMANITA’ E’ MARCIA E NON CREDO SI POSSA RECUPERARE.

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