I conti con il cielo: Nel cimitero monumentale di Lecce

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it  

 

 

Tu non conosci il Sud, le case di calce da cui

uscivamo come numeri dalla faccia di un dado.

(Da “La luna dei Borboni”

del grande poeta salentino Vittorio Bodoni)

A Lecce si trova un cimitero monumentale, una sorta di “città dei morti”, che da solo merita il viaggio in questa bomboniera salentina di fine Italia, squarcio di terra che a volte pare un anticipo di Paradiso.

È un fantastico labirinto architettonico e scultoreo di decorazioni, memorie, retoriche, affetti, attestazioni di fede e sommesse laicità. Un posto di una bellezza quasi sfrontata e imperturbabile.

Qui riposano personaggi famosi come il tenore Tito Schipa e il poeta Vittorio Bodoni, così come altre figure eminenti della cultura cittadina, Michele Massari, Eugenio Maccagnani, maestri di arti figurative e Giuseppe Libertini, politico e intellettuale. Sono sepolti però anche illustri sconosciuti.

Tra tutte le statue, che ti osservano severe di fianco ai loculi, puoi rischiare di perderti. È un posto magico, un incanto del cuore dove svanisce tutto: soldi che hai in tasca, automobili, case, titoli, azioni e anche la rispettabile posizione che si occupa in società. In quel luogo di silenzio tutto pare svanire e, dalla terra, lo sguardo sale fatalmente in cielo.

Mi ci trovai un caldo mattino di fine ottobre, sotto un cielo terso, nient’affatto autunnale. Ero andato con l’intento di restarci una mezz’oretta, per poi partire verso la costa a prendere un po’ di sole, magari a Santa Maria di Leuca. Avevo scoperto in due giorni tutte le bellezze del barocco leccese. Non potevo andar via senza visitare questo luogo celebrato da tutte le guide turistiche.

Il lungo viale profumato e verde che si apriva dietro la cancellata d’ingresso, mi aveva introdotto in un mondo inedito che il cartello indicava come “giardino funebre dal 1845”. Non mi accoglievano tombe e monumenti, ma eucalipti, oleandri e palme. Faticavo a pensarlo un luogo di morte.

In più c’era il tesoro senza fine della Chiesa dei S.S. Nicola e Cataldo a colpire con la sua bellezza austera. Risalente nel XII secolo e rimaneggiata in chiave barocca nel XVII, fu edificata da Tancredi d’Altavilla, insieme all’annesso monastero dove si stabilirono gli olivetani fino al 1807, data della cacciata degli ordini religiosi nel sud.

Gli angeli di pietra, che sormontavano il prezioso portale, parevano dover spiccare il volo un attimo dopo. Altrimenti, ditemi, cosa se ne dovrebbero fare delle ali? Se ne infischiavano di noi in basso e avevano ragione. Per loro probabilmente siamo il nulla!

Fino a quel momento, il mio immaginario aveva preferito i piccoli cimiteri di campagna, quelli che sembrano giardinetti pubblici, dove magari mancano dei tavolini con vecchini dall’anima buona che se ne stanno lì ad aspettare sorella morte facendo briscola, o marmocchi vocianti a tirar calci a una palla e dare caccia alle lucertole. Piccoli luoghi di pace con tombe dalle povere croci di ferro senza memorie, minuscole cappelle con fiori avvizziti e resti di ceri consumati.

Quando finalmente riuscii a staccarmi dal tempio santo e mi introdussi all’interno del grande cimitero monumentale, rimasi sbalordito. Altro che luogo di morte. Quello era un inno alla vita. Tutto sembrava urlare un evviva all’esistenza di ogni uomo. Le cappelle neogotiche, le vetrate policrome, i pinnacoli, le guglie, i rosoni, celebravano l’arte dell’umanità che regalava, con colpi di scalpello, meraviglie di pietra leccese.

Avevo capito, nella mia due giorni in questa fantastica città, cosa significasse “pietra gentile”. A Lecce i capolavori si fanno con l’ausilio di un semplice coltello. La pietra pare animarsi e si lascia intarsiare facilmente in dovizia di particolari. Adesso però c’era di più.

Lecce non intendeva farmi andare via. Avevo la classica Sindrome di Stendhal. Non potevo distogliere lo sguardo rapito tra tombe accatastate le une sopra le altre. Le statue puntavano spavalde verso l’alto, quasi infischiandosene dei visitatori in preghiera. Forse per loro eravamo un nulla, polvere al vento. Era una bellezza senza fine, quasi altezzosa, severa, esuberante. Anche nel cattivo gusto di una costruzione che scimmiottava l’antico Egitto e i faraoni, c’era una bellezza sfrontata, inusuale, inaspettata.

Questo non era un luogo di visite a cari estinti, questo era un posto per tutti, credenti caldi, tiepidi o falsi, finanche scettici, dubbiosi, agnostici, atei. Anche un esaurito, agitato e vinto dai pensieri, qui avrebbe trovato la sua pace.

D’improvviso mi scoprii a pensare di essere a casa. Immaginai panni stesi al sole e dondolati dalla brezza. Tutto si riempì di calore e profumo. Mi parve di vedere federe, lenzuola, gonne, pantaloni, vestitini a fiori o a pois, camicie candide. Fu un mezzo miracolo. Dalla morte che dovevo incontrare lungo i viottoli del cimitero, stavo incontrando la vita! Mai come in quel momento, sentivo che un’esistenza vera era solo in cielo, nel punto in cui le colonne di pietra si stagliavano superbe.

Fuori c’era un popolo, il solito popolo che viveva la falsa vita, che piangeva e sorrideva, lavorava o era disoccupato, giovane o anziano, vestito in boutique o in mercatini cinesi. Alzavano lo sguardo per ammirare i ghirigori dei palazzi barocchi di una Lecce che ammalia.

Qui gli occhi volgevano verso il cielo, rapiti dalla bellezza di una Forza Onnipotente. D’improvviso capii tutto! Accidenti, erano in questo posto i veri vivi!

Ero nudo e stavo imparando a esserlo. Come all’inizio della vita, come alla fine della vita. Rimasi lì per ore a dire a me stesso la verità e feci i conti con il cielo.

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Piazza Duomo, 2 – 73100 Lecce (LE)

Tel/fax. +39.0832.521877 – Cell. +39.392.6906999 - info@infolecce.it

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