Costa dei Trabocchi: Il dominio della natura

Costa dei Trabocchi: Il dominio della natura

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

“Ero giunto fin qui a piedi. Solo per il piacere di ciondolare al porto, mangiando noccioline salate. Mi piaceva quella passeggiata. L’odore del porto. Mare e morchia. Le pescivendole, berciando come sempre, vendevano la pesca del giorno. Orate, sardine,spigole e pagelli!”

(Jean Claude Izzo, Casino Totale)

Ve lo devo proprio dire! Mangiare all’interno di un trabocco è stata un’esperienza unica. Ce ne sono diversi sparsi tra le località Vallevò e Cavalluccio. Accanto a uno di essi, negli anni ’60 venne a morire un grosso cetaceo. Gli abitanti di allora, cercarono in mille modi di far tornare in acqua la balena che se ne tornò a finire l’esistenza nel profondo dell’Adriatico. Fu una notizia sensazionale. La storia la potete leggere su di un grosso cartello dove ci sono anche foto d’epoca.

Sono tornato di nuovo sulla costa dei Trabocchi. Il cuoco dove sto mangiando non sarà probabilmente il migliore d’Abruzzo ma a un affamato come me, pare il massimo. Tutto è un tripudio di colori e odori. Un’aura di felicità avvolge le chiacchiere e i profumi del cibo. C’è il pescato del giorno in bella vista e di fronte il mare con il suo proverbiale sciabordio d’acqua.

Il pesce azzurro è sempre stato catalogato, a torto, un cibo povero. Eppure, gli sgombri, le sardine e le alici hanno un sapore gustosissimo. I piccoli e argentei abitanti delle acque trovano alimenti che li rendono buonissimi. Il tutto, servito ad esempio con il finocchio selvatico, è una libidine! Dante Alighieri mi sprofonderebbe nel girone dei golosi!

Mi presentano, dopo un ricco risotto ai frutti di mare, le acciughe, private della testa e delle interiora, marinate sapientemente, disposte nel piatto in file regolari e nello stesso verso. Paiono soldatini pronti al sacrificio. Arriva anche un’insalatina di seppie con cicale di mare. Il cuoco ora è accanto a me. Mi dice, con aria soddisfatta, che il pesce meno si lavora e meglio è.

Che mangiata ragazzi! Il cibo, diceva mio nonno Salvatore, è star bene! Il verde declina nel gioco chiaro scuro dell’acqua. Il tremolio del trabocco e il cibo ingurgitato preparano alla più classica delle pennichelle. Sulla battigia c’è un bimbo con il suo aquilone rosso e giallo, affidato al vento. Il volo è accompagnato dalle piccole urla del frugolo soddisfatto.

Sul piccolo parapetto pendono, come feticci delle pene di cuore, lucchetti di ogni tipo, grandi o piccoli, a scatto o a combinazione, a molla o tamburo. Sono una sorta di cespugli ferrosi aggrediti dalla salsedine e arrugginiti che rendono infrangibili storie di affetti profondi, di promesse d’amore infinito come nei romanzi rosa di Federico Moccia.

Il paese di San Vito Chietino, in lontananza, illuminato dal sole del pomeriggio, assomiglia tanto a un puzzle di legnetti colorati in bilico sulla roccia a strapiombo sul mare. Qui tutto racconta di vocazione marinara. Decido di visitare gli stretti vicoli, quando l’astro luminoso in cielo sta perdendo d’intensità. Ovunque si avverte l’odore forte di gelsomini e aranceti in fiore, tra aristocratici palazzi antichi dai portali usurati dal tempo. Il mare, sotto, sembra uno smeraldo liquido.

Non è un caso che il grande Gabriele D’Annunzio definisse questo borgo “il caldo paese delle ginestre in fiore”. Ci s’incanta di fronte a un centro storico inerpicante su più livelli. Quella del tramonto è un’idea magica. Quando gli ultimi raggi di sole annegano nel mare tutto diventa più suggestivo. L’imbrunire sul belvedere è l’ora migliore per scoprire quant’è bello l’Abruzzo. Lo spettacolo, dall’ardito balcone, è di quelli che lasciano senza fiato.

S’irradia dalle terre dei Trabocchi un afflato universale che si avverte potente scrutando l’orizzonte. Questa costa d’Abruzzo è un ecosistema unico dove immergersi in una totale armonia della natura.

Lo sguardo, rapito, scorge in lontananza la collina di Venere col monastero di San Giovanni, poi Punta Aderci della Penna di Vasto, paradiso naturale e giù fino alle isole Tremiti. Le colline scivolano verso la costa quasi infrangendosi nelle acque cristalline. Una vera opera d’arte! Tra cielo e terra. Il comune denominatore di tanti insospettabili viaggiatori è il sentirsi tutt’uno con l’universo. Credo che il contatto con il creato tocchi il cuore di ognuno di noi, anche il più insensibile.

L’occhio a nord arriva fino al promontorio di Ortona con il suo singolare campionario di fortificazioni: tre torri e un castello. Si scorgono nitide la Torre Mucchia, vedetta costiera, Torre Baglioni che apparteneva alle mura fortificate della città e Torre Ricciardi che era inglobata in un palazzo gentilizio.

Il castello è ai margini dell’abitato, in una posizione spettacolare a strapiombo sul mare e fu edificato a metà Quattrocento dagli Aragonesi. Dell’impianto originale rimangono parte di mura esterne e torri affacciate verso la città.

Qualche chilometro più a sud, senza allontanarsi dal mare, si staglia, maestoso, un altro bellissimo castello aragonese, quello di Vasto situato sulla collina dov’è adagiata la città alta. Era dimora di Jacopo Caldora, cavaliere di ventura e connestabile, personaggio di grande carisma e cultura.

Che vista meravigliosa! Da un lato ci sono le montagne del Gran Sasso e della Majella, dall’altro il mare che si popola della luce di lampare. I fasci luminosi cercano di attirare i grandi branchi di pesce che affiorando rimangono intrappolati nelle reti calate sull’acqua. Le ombre della sera si allungano oltre l’orizzonte dell’Adriatico, dove si stagliano le sagome annerite dal sole calante di piccole barche che all’alba forniranno ottimo pesce fresco.

Sotto, s’intravedono le case dei pescatori che da sempre hanno preferito vivere in simbiosi con il mare, piuttosto che ritirarsi all’interno più sicuro del borgo alto. Rimango in religioso silenzio davanti a quella che sembra la fine del mondo conosciuto.

Mi viene in mente Joseph Conrad. Ha sempre sostenuto che i libri si possono scrivere in qualsiasi luogo, ma che il posto migliore rimane la riva del mare. Forse perché le onde suggeriscono, levigano i periodi com’è capace di fare l’acqua con le rocce.

Dal mare s’impara a vivere, con lui è impossibile barare, mi disse tempo fa un marinaio a Roseto degli Abruzzi. Ricordo che sul fondo della sua barca mi fecero impressione i pesci guizzanti, lucidi e argentati che aspettavano la conclusione della loro vita, mentre i raggi del sole mandavano brillii di luce vivida contrastante col color creta degli animali morenti.

“E chi non ha visto tornare all’alba semisommerse da cento rubbi di acciughe una di queste barche, entro le quali i vogatori, come giganti della mitologia, sembrano arare i flutti stando in piedi sulle acque”? (Eugenio Montale)

Info: Troverete dove si arenò la balena sulla statale Adriatica c.da Vallevò 133 di Rocca San Giovanni

Per arrivare a San Vito Chietino:

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Lanciano, seguire la direzione San Vito Chietino.

Da Chieti: Percorrere la SS 81, imboccare l’autostrada A14 in direzione Bari, uscire a Lanciano, seguire la direzione San Vito Chietino.

Da Pescara: Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A14 in direzione Bari, uscire a Lanciano, seguire la direzione San Vito Chietino. 

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