Gli 80 anni di Silvio Berlusconi: ha incarnato lo zeitgeist (come fu scelto Gianni Chiodi a candidato governatore)

Gli 80 anni di Silvio Berlusconi: ha incarnato lo zeitgeist (come fu scelto Gianni Chiodi a candidato governatore)

di Christian Francia  –

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IL BERLUSCA

È troppo facile scrivere di Silvio Berlusconi, ma al contempo è difficilissimo. Per uno come me che nel 1994 – quando scese in politica – aveva vent’anni, il Berlusca ha rappresentato tutto, ha permeato di sé l’Italia, è entrato nel DNA di ciascuno e pure nel mio. Si è inoculato come un tumore maligno e ci ha trascinato verso la morte senza che niente e nessuno riuscisse a combatterlo e a debellarlo (tragica e fatale la facezia: “Non temo il Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”).

Così che oggi, appena festeggiato il suo ottantesimo compleanno, possiamo riderne e disperarci insieme, per tutto il male che ha fatto al Paese e anche per il male che continuerà a fare attraverso il renzismo, la cialtroneria dilagante, la bugia elevata a sistema scientifico, lo smontaggio sistematico delle istituzioni, la dissoluzione ideologica e valoriale, il satirismo ostentato (a tal proposito, si dice, si mormora, che un noto governatore, anch’egli affetto da satiriasi, frequenti con solerzia la Croazia laddove delle strafighe targate Ipa Adriatic sollazzerebbero il suo regale augello).

Berlusconi ha semplicemente incarnato lo Zeitgeist, ovvero «lo spirito del tempo», cioè a dire il clima ideale, culturale, spirituale caratteristico della nostra epoca tramontante.

Le definizioni su di lui riempiono le enciclopedie della cronaca degli ultimi decenni, ma per essere il più distaccati possibile mi affido a quella dello scrittore Premio Nobel José Saramago: “Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte del paese di Verdi se un vomito profondo non riesce a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e distruggere il cuore di una delle più ricche culture europee”.

Troppo tardi, caro José, tutto è compiuto, il virus ha vinto, nessun vomito lo ha sconfitto, le nostre vene sono corrose, il nostro cuore è distrutto e della nostra ricca cultura resta un simulacro portato dal vento.

Che ne è stato della promessa rivoluzione liberale? Una frottola. Una fandonia. Un errore lessicale. Ciò che si è verificato è stato un lassismo individualistico, un immenso “faccio come cazzo mi pare in barba a regole e leggi”.

L’assenza di una base teorica e di contenuti qualitativi ha reso il berlusconismo una malattia senile della zoppicante democrazia italiana. Gli accoliti del sire di Arcore si sono trovati appiccicati in una marmellata dove la destra non è mai stata destra ed ha avuto in sorte la residualità, mentre i cosiddetti liberali non hanno mai chiarito nemmeno a se stessi cosa cavolo esistessero a fare, considerato che il liberalismo è una filosofia che richiede studio e discernimento, non la strisciante prassi dei servi sciocchi che pigolano per continuare a tenersi attaccati al tram del berlusconismo che gli ha garantito poltrone e stipendi.

Del resto, il berlusconismo senza Berlusconi semplicemente non è, constatazione elementare discendente dall’assenza di un pensiero politico e sociale che abbia funto da base a quell’accozzaglia di sottosviluppati e di baldracche che ha costituito il circo mediatico del centrodestra.

Berlusconi è stato una figurina, un santino, l’antipolitico per eccellenza che scese in campo durante la disgregazione della Prima Repubblica per fare da mastice a quel che era rimasto di una classe dirigente che ideali politici almeno ce li aveva, ma il suo ventennio ha rappresentato il vuoto pneumatico, la paralisi dell’economia italiana, la disgregazione dell’ordinamento giuridico, la tumefazione delle classi popolari e del ceto medio, il tramonto di una Nazione.

Berlusconi è riuscito ad essere morto da vivo e per questo riuscirà pure ad essere vivo quando sarà morto, perché con lui l’ottimismo della volontà e il culto pervicace della personalità hanno sconfitto la verità e l’onestà, lasciando un monito ai posteri: non esistono valori, non esiste la ragione, non esiste l’intelligenza, non esiste la cultura, esiste solo la caparbia determinazione che fa premio sulla coerenza e sulla logica, solo l’istinto di sopravvivenza che fa premio se soverchia quello altrui, in una sopraffazione continua che invera le teorie hobbesiane.

E tanto più Berlusconi sarà vivo quanto più i suoi discepoli, i suoi elettori, i suoi estimatori lo rinnegheranno come fece Pietro con Gesù, stracciandosi le vesti ed urlando “io non c’ero e certamente mai l’ho votato”.

Dunque cosa resterà di questi anni 80 di Silvio? Cosa resterà di tutto il dolore e la fatica che ci ha inflitto il ventennio senza olio di ricino?

L’unica risposta se la fornisce uno scrittore, Aldo Busi, con l’incipit del suo “Seminario sulla gioventù”: “Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato”.

La cifra umana e politica del Berlusca è tutta racchiusa in definizioni fulminanti, bugie estemporanee, battute al vetriolo, slogan pubblicitari che hanno inghiottito ogni capacità di resistenza degli Italiani: “La rivoluzione liberale”; “Meno tasse per tutti”; “L’Italia è il paese che amo”; “Il nuovo miracolo italiano”; “L’unto del Signore”; “Forza Italia”; “Vi prometto un milione di posti di lavoro”; “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”; “I ristoranti sono sempre pieni”. Tutte cazzate. Specchietti per le allodole.

Eppure il vitalismo cazzaro del Banana, i manifesti 6×3, le frasi ad effetto, stanno lì a rappresentare quanto fosse giusta l’intuizione che gli Italiani fossero allodole da buggerare, da raggirare, da truffare, da inculare. Una storia italiana fatta di edonismo, di marketing, di Publitalia usata come strumento politico per mutare per sempre i consumi e la pubblicità.

Un demagogo piacione, qualunquista, affarista, che come imprenditore meritava qualche plauso, ma come politico è stato quel cancro che lui pensava fossero i magistrati. Eppure ha anticipato di due decenni il Movimento5Stelle: si pensi solo alla sua discesa in campo “contro i professionisti del teatrino della politica che non hanno mai lavorato in vita loro”.

Silvio è riuscito a mentire pure a se stesso quando accusò gli avversari (“tutti comunisti”) di “non credere più a niente”, quando al contrario era lui a non credere in nulla se non ai soldi. E se di liberale in lui non c’è mai stato nulla, sotto altro aspetto è riuscito a costruire una mitologia personale e famigliare basata sulla propria carriera, sui successi professionali, sul Milan come categoria dello spirito.

Re delle gaffes, ha definito Romano Prodi “un utile idiota”, ha detto di Antonio Di Pietro che “mi fa orrore”, ed è stato misogino e sessista nella misura in cui le donne o sono sexy e puttane oppure fanno tutte schifo: a Mercedes Bresso ha detto “sempre arrabbiata perché al mattino è costretta a vedersi allo specchio”; ha definito Rosy Bindi “più bella che intelligente”; ha dato della “Culona inchiavabile” ad Angela Merkel.

E questa continua forzatura della lingua, questo tracimare nel linguaggio sboccato che mai prima aveva avuto accesso nella sacra liturgia delle nobili stanze della politica e nei palazzi del potere, ha trasformato per sempre il modo di esprimersi, cucendo la volgarità dei frequentatori dei bar e delle curve da stadio con le classi dirigenziali, in modo da rendere tutto indistinguibile in un livellamento verso il basso che non accenna ad arrestarsi (si pensi da noi a Rudy Di Stefano o a Giorgio Di Giovangiacomo).

La parabola del re delle televisioni è triste perché è inconsistente, vuota di ideali e priva di risultati concreti, parte da “L’Italia è il Paese che amo” e finisce con L’Italia “Paese di merda” pronunciato in una intercettazione telefonica, con l’ulteriore danno di aver divorato anche i figliocci politici e non aver lasciato alcun possibile erede, se non Matteo Renzi che paradossalmente guida il partito che ha combattuto il centrodestra nell’ultimo ventennio e adesso ne incarna le politiche e pure i desideri (si pensi che l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato intoccabile fino a quando è stato difeso dalla sinistra, poi lo stesso PD lo ha ucciso senza che il popolo facesse una sola smorfia di disgusto o di fastidio).

Ed è questa l’occasione, nella ricognizione della fenomenologia berlusconiana, di divulgare un episodio significativo del modus operandi del personaggio, cioè a dire la scelta di Gianni Chiodi quale candidato governatore dell’Abruzzo nel 2008.

In quella estate fu arrestato l’allora presidente di centrosinistra della Regione Ottaviano Del Turco, per cui si aprì un’autostrada per la vittoria del centrodestra alle elezioni di dicembre. I candidati papabili erano il sindaco di Celano Filippo Piccone e il sindaco dimissionario di Teramo Gianni Chiodi.

In una cena a casa Berlusconi, alla presenza di Gianni Letta e di altri commensali fra i quali Italo Bocchino (che mi ha raccontato personalmente la circostanza), il padrone di Forza Italia operò la scelta dinanzi alle fotografie dei due possibili candidati. Benché fossero entrambi nati nel 1961, Piccone aveva una incipiente calvizie e una evidente minore presa estetica rispetto a Chiodi, belloccio e fisicamente attraente.

Berlusconi liquidò la decisione in un paio di secondi, studiando le fotografie dei due e dicendo che non c’era partita per l’evidente superiorità estetica di Gianni. Nessuna considerazione politica o strategica emerse, né alcuno dei commensali pensò di obiettare o di argomentare in altro modo una decisione tanto delicata per il destino di una intera Regione, tanto meno qualcuno ebbe l’idea di mentovare il “Modello Teramo” (che solo molto dopo si sarebbe scoperto essere il “Bordello Teramo”).

Racconto questo affinché i cittadini sappiano quale è lo spessore delle persone alle quali affida le redini del governo.

Per finire, come in ogni storia squallida, bisogna sottolineare come quasi tutti gli alfieri del ventennio siano divenuti a vario titolo nemici di Berlusconi, giungendo con imperdonabile ritardo sulle posizioni degli antiberlusconiani della prima ora (quorum ego), definiti da certa stampa moderata come “demonizzatori”.

Parliamo di Fini, Casini, Alfano, Formigoni, Follini, Bossi, Pisanu, Urbani, Bondi, Bonaiuti, Verdini, Capezzone, Cicchitto, Guzzanti, Fede, ecc.

Gianfranco Fini, l’alleato principale per 15 anni, ha detto: “Il signor Berlusconi è un corruttore. E ora se vuole mi quereli”. Naturalmente ricevette la sua mercede dai giornali del padrone, i quali lo sputtanarono in ogni maniera con la storiella dell’appartamento di Montecarlo (che resta comunque una vergogna), storiella per la quale Valter Lavitola ebbe a dichiarare di aver ricevuto da Berlusconi “400-500 mila euro di rimborsi spese” per farla venire a galla. Un metodo mafioso veramente pregevole. Ma c’è da dire che l’ingenuo Fini se l’è meritato, perché pure un cieco avrebbe potuto prevedere con chi aveva a che fare. Gianfranco sconsolato concluse: “È il più grande bugiardo sulla faccia della terra e si convince delle bugie che dice”.

Pier Ferdinando Casini, altro ingenuo (e opportunista), per lunghissimi anni ha avallato ogni legge ad personam e coperto ogni macroscopico conflitto di interessi del padrone, salvo accorgersi con infinito ritardo che “Il Partito della Libertà ha più i requisiti di una proprietà privata di qualcuno” (ma non mi dire…).

Sandro Bondi, il più ingenuo di tutti (direi il coglione per eccellenza), ha detto: “Berlusconi ci lasciava giocare con la politica e con le idee, fino a che non toccavamo la sostanza dei suoi interessi e del suo potere. Berlusconi è come il Conte Ugolino della Divina Commedia, quello che divora il cranio dei suoi figli e lo fa per sadismo. Sono giunto alla conclusione che non vi è alcuna grandezza tragica in lui”. Stranissimo, perché Bondi fu l’unico che ha urlato al mondo intero per anni e senza paura di apparire ridicolo la “forza morale, religiosa, umana” del suo padrone. Nel mio piccolo, con tutta la forza morale (anche se per nulla religiosa) che ho in corpo, vorrei gridare a Sandro Bondi un immenso VAFFANCULO COGLIONE!!!

Giuliano Urbani, politologo e fondatore di Forza Italia, è andato dritto ai bilanci: “Avevamo un gigantesco debito pubblico, e in questi vent’anni non l’abbiamo ridotto di un euro, anzi è ulteriormente cresciuto. Il sistema politico fa ridere, o piangere a seconda dei punti di vista. Le energie fresche della società civile scese in campo con Berlusconi nel 1994 hanno assorbito i vizi della vecchia politica, dal clientelismo alla lottizzazione, alla corruzione”. Ogni riferimento alla realtà – anche abruzzese – calza a pennello, specie il riferimento al clientelismo e alla lottizzazione.

Berlusconi è stato un incubo collettivo dal quale era impossibile svegliarsi e, appena svegli, ci siamo ritrovati la faccia di Matteo Renzi (con alle spalle il pizzetto mefistofelico di suo padre Tiziano).

Se ci si gira indietro, legati indissolubilmente alle proprie vicissitudini della vita quotidiana, restano appiccicati ai ricordi gli infiniti processi penali del satiro evasore fiscale, le condanne, le prescrizioni, le leggi vergogna, fra le quali spicca quella sull’accorciamento infame della prescrizione che perfino l’ANAC riconosce come “un incentivo alla corruzione”.

Le TV berlusconiane, al netto delle risate del momento, da trenta anni ci hanno rincoglionito oltre ogni dire, al punto che chi come me ne ha una quarantina di anni, è oggi finanche incapace di qualsivoglia protesta, corteo, manifestazione, rivendicazione dei propri diritti.

Siamo stati cresciuti come una generazione di debosciati dediti agli aperitivi, alle seratine e alla mancetta elargita dai genitori e dai nonni. Nulla più. Una generazione perduta per la miopia dei nostri genitori e per la scomparsa del nerbo morale che avrebbe dovuto tenerci dritti, invece che smidollati come lombrichi quali siamo.

Per tutto questo, Berlusconi ti ringraziamo e ti auguriamo altri 80 di questi anni.

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3 Responses to "Gli 80 anni di Silvio Berlusconi: ha incarnato lo zeitgeist (come fu scelto Gianni Chiodi a candidato governatore)"

  1. Antonio   30 settembre 2016 at 17:32

    Che dire…ancora una volta tanto di cappello ! articolo da antologia …

  2. Antonio M.   30 settembre 2016 at 17:45

    Dinanzi a cotanta maestria nell’esposizione, che onora il merito ineguagliabile di Francia, di fatti agghiaccianti permessi per decenni dal popolo italiano, si sovrappone senza soluzione di continuità, il degrado politico odierno anch’esso permesso dal torpore di un’intera nazione. Si muore in silenzio.

    per non dimenticare. Votateli ancora.
    https://youtu.be/swntE1iWB5Y
    https://www.facebook.com/M5Scarlaruocco/videos/992736167504155/

  3. Simone   30 settembre 2016 at 18:18

    Essendo un quarantenne, devo purtroppo confermare quanto scrivi nella parte finale. Forse se fossimo più reattivi ed interessati alla politica non saremmo a questo punto in Italia.

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