Totti e Jovanotti: Due paradigmi della società

Totti e Jovanotti: Due paradigmi della società

di Christian Francia  –

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Jovanotti e Totti

Francesco Totti, nato a Roma il 27 settembre 1976, festeggia oggi 40 anni.

Lorenzo Costantino Cherubini, in arte Jovanotti, nato a Roma il 27 settembre 1966, festeggia oggi 50 anni.

Una felice coincidenza per due fra i personaggi che più hanno caratterizzato gli ultimi venti anni della storia italiana.

1) TOTTI.

Premetto che non sono calciofilo. Pur tuttavia Totti rappresenta l’unico paradigma positivo di un mondo – quello dello sport – che si è fatto divorare dai soldi, dagli interessi, dal business, distruggendo quella che era la sua essenza, ovvero la passione.

Personaggi come Pietro Mennea o Sara Simeoni sembrano lontani anni luce e quei pochissimi che ancora tengono alta la bandiera della determinazione e della tempra, come Alex Zanardi, sono cresciuti sportivamente nel vecchio millennio, ormai un’era geologica fa.

Totti è l’ultimissimo esemplare di una razza estinta. Non per il suo genio calcistico, si badi bene, non per i record che ha stracciato, bensì per l’aver anteposto i valori sia all’intelligenza che al talento, oltre che naturalmente ai soldi e alla gloria che avrebbe potuto raggiungere se si fosse venduto ai grandi club del calcio mondiale.

Parliamo di un monumento vivente che ha superato le 600 partite in serie A, che ha fatto oltre 300 gol, che ha elargito oltre mille assist, che possiede il record di marcatore più vecchio della Champions League, che detiene il record della doppietta più anziana, che gioca partite ufficiali da quasi 9.000 giorni, che ha il record del gol più veloce, del numero di rigori del campionato italiano, che ha vinto uno scudetto e un mondiale, un europeo Under 21, due supercoppe italiane, due coppe Italia, una Scarpa d’oro, ha realizzato oltre 2.000 dribbling, più di mille colpi di tacco.

Il Pupone ha regalato emozioni infinite agli appassionati di calcio con reti, assist, fantasia, intuizione, talento e rapidità di esecuzione. Ma non è questo che lo relega alla storia, bensì il legame indissolubile con la sua città e con la sua squadra: Francesco ha indossato sempre e soltanto la maglia della Roma, di cui è capitano da 18 anni.

Un uomo, una città. Un genio e la sua capitale. Un virtuoso e la sua innamorata. Un tifoso che si scopre campione. Un campione che diventa bandiera. Una bandiera che trasfigura nel mito. Un mito che incarna lo spirito della religione, perché per i tifosi la squadra del cuore è l’ultimo dogma di fede, l’unico scrigno da non violare mai, più della moglie, più della mamma.

Eppure nel calcio odierno (e nello sport in genere) si è inoculato il denaro, dissolvendo tutto ciò che non può essere subordinato al business, alla sostenibilità economica, all’ottica imprenditoriale. Ragioni che hanno fatto evaporare la sacralità del gioco più amato, rendendo mercenari quelli che erano visti come simboli di appartenenza, ovvero i campioni.

Solo uno ne è rimasto a tenere in mano il vessillo della propria fede, a professarla, a farsi esso stesso profeta, a subordinare ogni scelta di vita, ogni interesse personale, ogni tentazione economica, ogni desiderio di gloria, ogni pallone d’oro, ogni coppa, ogni trofeo alla propria inossidabile appartenenza, alla propria storia, al proprio sangue giallorosso: Francesco Totti.

Di lui Arrigo Sacchi ha detto: “Lo volli fortissimamente al Real Madrid. Ma lui non volle muoversi da Roma. Pensavo fosse un suo limite, ma ho cambiato idea. Penso che quell’attaccamento ai colori e alla sua città sia stato un gesto di intelligenza e non di timore. Quando stai bene in un posto puoi cambiare per due motivi: il denaro o lo spirito di avventura. Penso a Shevchenko e Kakà che sono andati via dal Milan. Poi, al Chelsea e al Real, hanno fatto male. Totti mi fa pensare a Gigi Riva con il Cagliari. Una prova di amore ma, lo ripeto, anche di intelligenza. E nel calcio l’intelligenza è sempre la prima cosa. Spesso crediamo che debba essere al servizio del talento e invece è esattamente l’ opposto: è il talento che deve essere al servizio dell’intelligenza”.

Sacchi la chiama intelligenza, ma è anche di più: è il riconoscimento assoluto dei propri valori e della propria fede, difesi ad oltranza e a qualunque prezzo come vertici imprescindibili e non negoziabili del proprio stare al mondo, della realizzazione personale e della coerenza perfetta con se stessi.

Buon compleanno all’ultimo capitano. Quando avrà smesso di giocare, la Roma dovrebbe ritirare la maglia numero 10 e non assegnarla più a nessun altro, chiuderla in una teca e renderla oggetto di culto e di pellegrinaggio. Grazie di esistere.

2) JOVANOTTI.

Lorenzo Cherubini, che piaccia o meno, ha segnato gli ultimi trenta anni del nostro Paese, dapprima come fenomeno musicale fine a se stesso, poi con sempre maggiore interesse per temi politici, filosofici, religiosi.

È un cantautore che si definirebbe impegnato, un pacifista, sostenitore di Emergency e di numerose altre organizzazioni benefiche. Ma soprattutto è l’innamorato d’Italia, colui che ha dato voce a generazioni di spasimanti che hanno utilizzato le sue parole e la sua musica per dichiarare il proprio amore.

Una bella storia la sua e pure una bella famiglia, peraltro senza i limiti stereotipati da famigliola del Mulino Bianco, ma anzi con una intelligenza emotiva superiore che gli ha fatto superare il tradimento che gli inflisse la moglie, dimostrando una caratura umana estranea alla quasi totalità dei personaggi dello show business.

Nonostante questo, Jovanotti porta su di sé uno stigma che ne penalizza la statura e al contempo lo rende un simbolo paradigmatico della società odierna: quello della mediocrità intellettuale.

Non è certo l’unico ad incarnare il pensiero medio, il ceto medio, direi meglio la modestia dell’ordinario, la banalità del dozzinale, l’insipienza della vita standardizzata, ma è certamente colui al quale si pensa quando si vuole restare al sole rassicurante del luogo comune, del cosiddetto buon senso, dei buoni sentimenti, dell’esecrato buonismo (spesso esasperato).

I testi di Jovanotti offrono un riparo sicuro quando non ci si vuole mettere in gioco, quando aprire le finestre della mente sembra operazione troppo ardua e rischiosa, quando la coerenza spingerebbe verso una radicalizzazione delle scelte e dei concetti.

In pratica Jovanotti incarna lo spirito democristiano, il cerchiobottismo, la mediazione che diviene melassa, assurgendo a bandiera per soggetti privi di alcuno spessore morale come Matteo Renzi.

Non è un caso che Il Corriere della Sera, custode e sacerdote della mediocrità intellettuale odierna, dedichi intere paginate al compleanno del cantante nell’inserto culturale (dicasi culturale), come non aveva mai fatto nemmeno con le ricorrenze più altisonanti delle personalità di maggior spicco del panorama intellettuale che una volta trovavano spazio sul medesimo giornale (Pasolini, Montale, Moravia, Pirandello, Gadda, ecc.).

Come mai tanto interesse attorno ad un artista come lui? Per quale motivo il dibattito culturale dovrebbe concentrarsi sulle sue canzoni e sul suo presunto pensiero?

Perché la sensibilità collettiva è cambiata e laddove un tempo – nei salotti intellettuali – si sviluppava un pensiero alto e una ricerca di elevazione del ceto medio, oggi si celebra il pensiero positivo senza basi morali né profondità di analisi.

E sotto l’insegna della cultura si infila qualunque cosa, dalle questioni sentimentali dei divi di Hollywood alla fenomenologia dei personaggi “famosi per essere famosi”, cioè a dire noti non perché sappiano fare qualcosa, bensì perché hanno fatto dell’apparire una filosofia di vita ed anche spesso un business (si pensi ai fashion bloggers, agli youtubers, alle Kim Kardashian, ai Gianluca Vacchi).

Senza voler fare i moralisti (ma anche sì), l’inconveniente è che si finisca per creare danni sociali immensi riempiendo l’immaginario collettivo di soggetti e situazioni che lascino trasparire come sia facile e perseguibile la strada che porta ad essere qualcuno.

Per tale motivo Jovanotti funziona maledettamente nel circo mediatico: perché rassicura, perché è portatore di buoni sentimenti, perché se ce l’ha fatta lui che non sa cantare, non sa suonare, non è portatore di un pensiero complesso, ma solo di un pensiero facile, svelto, casual e amichevole, allora ce la possono fare tutti.

Jovanotti è un grande ombrello sotto al quale, che piova o ci sia il sole, si può canticchiare quanto è bello l’amore, non per qualcuno in particolare, ma per la natura, per i cani, per le ragazze, perché ciò che è desiderabile è essere innamorati, non fare la guerra, ostentare tutte le buone intenzioni di questo mondo.

Jovanotti è la vittoria dell’apparenza, sempre felice e con il sorriso sulle labbra, contro la fatica dello studio, della costanza, della determinazione, dell’impegno, dell’applicazione. Tutte cose scomode che portano ad essere se stessi, ma non certo personaggi (e di sicuro non facili o popolari).

E fra l’apparire e l’essere, la partita della società attuale è stata già vinta dalla vita facile, dall’amore universale, dai testi di Jovanotti che punteggiano ogni momento della vita e rappresentano la colonna sonora perfetta per l’Italia di merda che abbiamo intorno. 

3 Responses to "Totti e Jovanotti: Due paradigmi della società"

  1. Antonio M.   28 settembre 2016 at 16:15

    Parli di questo Jovanotti ? Sono solo 5 minuti di delirio.

    https://youtu.be/263ZdbHTQqM

  2. Leda Santosuosso   28 settembre 2016 at 16:48

    la parte su Totti mi ha commosso!
    Su Jovanotti sei stato cattivissimo!
    🙂

  3. luigi   5 ottobre 2016 at 18:34

    Ho avuto la fortuna di conoscerti,sarai pure duro , crudo antipatico per qualcuno!!!!!!!
    Ma dici sempre maledettamente la verità!!!! ciao

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