Nel trabocco delle delizie

Nel trabocco delle delizie

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

È calato il vento. La pioggia non scende più. Una finestra di quiete si è aperta nel moto ondoso. Le grandi pietre vicino la riva, disseminate nell’acqua, sembrano lapidi trasfigurate dal tempo.

Mi trovo davanti all’ingresso di un trabocco-locanda. Questo è il risto-trabocco di Punta Cavalluccio, aggrappato sinistramente alle rocce. Qui mi dicono si mangi da re. La ragazza che sulla lunga passerella di legno ci scorta fin dentro questo antro dei sapori, ha una leggiadria senza fine.

Mauro Trentini, il mio amico bolognese, fine fotografo, è appollaiato su una minuscola panchina sopra un masso rialzato, a scattare ricordi.

La minuscola lancetta sta scaricando pesce guizzante dentro il cestello che un ragazzo fa salire con una fune fin dentro la cucina. C’è pesce appena pescato con le reti protese sul mare, altro ben di Dio cercato dalle barchette d’intrepidi uomini, tra tonnetti dell’Adriatico da servire insieme agli strozzapreti, cozze nostrane e mezzemaniche con vongole e patate.

Poco spazio, poco soffritto, poco aglio perché da queste parti dicono che è un delitto coprire i sapori creati da un Dio buongustaio. È un tripudio di gusto, un giubileo dei sapori.

Mi si para davanti la cuoca proprietaria che, nel frattempo, continua a parlare in italiano e a tratti in tedesco con alemanni giunti fin qui da Amburgo. “Queste acque – urla con linguaggio misto al dialetto locale – sono piene di fantasmi che si aggirano nel profondo”. Qualcuno traduce alla lettera e qualche volto sbianca. La donna si accorge di essere stata forse troppo inquietante e aggiunge: “Sono tanti i pescatori ghermiti dal mare in tempesta, ma preferiscono girare alla larga dai turisti!”. Tutti scoppiano in una fragorosa risata. La donna appare soddisfatta del suo intrattenimento. Ha le forme sinuose e generose, sembra la “mujer recostada” del mitico Botero.

Un gabbiano stridulo si abbassa a pelo d’acqua, volteggia, lancia il suo grido rauco, poi riprende quota puntando dritto verso il trabocco. Il legno sembra assorbire dai suoi lunghi pilastri tutto l’umore e la salsedine del mare.

La cucina dentro è qualcosa d’inimmaginabile tra bottiglie, spezie, barattoli, riso, padelle grigie e pesanti con manici in ghisa.

Il caldo, ora che il sole è tornato a splendere dopo la pioggia, si fa sentire, è opprimente, avvolge tutto come marzapane. La vista, dal trabocco, spazia su di una piccola darsena tra barche di mille colori, intrise dell’odore del pesce.

Gli uomini sono a lavoro. Le reti sono pazientemente dipanate e riavvolte da mani esperte. Parliamo di pescatori da una vita, figli anch’essi di marinai. Le donne con proverbiale pazienza certosina ricuciono, rammendano gli squarci nelle reti determinati dal dimenarsi del pesce in trappola. Al porticciolo si avverte forte il contatto del mare.

Incredibile pensare che un tempo questi uomini di mare incollavano pezzi di ferro senza fiamma ossidrica, usando le valve di mitili finemente tritate. Mi racconta questa curiosità uno dei pescatori che, senza fermare l’attività di rammendo, disquisisce della fortuna di una cozza che può decidere, a suo dire, se staccarsi o attaccarsi all’altro con la bava. Già, la bava! Oggi è usata come attacca tutto universale. Riesce a saldarsi a specchi, legno, pietra, praticamente a tutto. Potenza della natura! Insetti, muffe, batteri fanno prodezze allucinanti per anti rughe, creme dimagranti o di bellezza.

Il pescatore si chiama Mario. Ha la faccia bruciata dal sole. Mi pianta davanti lo sguardo tenace di chi tocca terra con la tramontana di traverso. “Il mare vivilo sempre d’inverno perché d’estate lo rubano tutti e non è tuo”.

Mi chiede, ghignando soddisfatto, se mai potrò rendermi conto di cosa si prova quando si scende in acqua ogni giorno e ogni notte fatta dal buon Dio. Ha quarant’anni e più di mestiere ma giura che ogni volta è la prima e che lui nel mondo liquido, nonostante anche la pesca sia in crisi, ci sta bene, eccome! Il suo lavoro è quello che fu del padre, del nonno e del nonno di suo nonno. Con il suo gozzo ha remato fino a incallirsi le mani.

Acchiappo le nuvole e le faccio andare avanti e indietro come impazzite. Guardo l’aquilone volteggiare nel cielo ventoso. Cerco di catturare le piccole cose togliendo dalla prospettiva le abituali grandezze che si cercano stupidamente senza mai trovarle. Mi sento sazio e inebriato da profumi salmastri e dai piccoli sortilegi di un luogo che ha un’anima e anche grande. Qui tutto è una cassaforte di biodiversità.

Capisco perché il D’Annunzio scriveva: “O desiata solitudine, lungi al rumor degli uomini, o dolce speco d’incanto…”.

Non lontano ci sarebbe da visitare la lecceta di Torino di Sangro, in una lingua di terra su di una collina dominante la valle del fiume Osento, una bella riserva naturale di lecci e ornielli dove regnano pace e tranquillità. Il paese si chiama così per la presenza taurina nello stemma.

C’è una leggenda secondo cui gli abitanti, assaliti dai saraceni sbarcati nelle spiagge sottostanti, fuggirono preceduti da un toro che si fermò proprio sotto l’antica torre, mostrando il luogo sicuro dove creare il nuovo borgo da difendere.

Un’altra storia singolare racconta che il paese, per la sua posizione, spesso viene investito da grandinate estive che mettono a repentaglio i raccolti di uva e olive.

Gli abitanti, per innumerevoli anni, si sono difesi da questo flagello venerando due statue dei santi Giovanni e Paolo in abiti da guerrieri e mostranti una palma, simbolo della gloria. Nella festa dedicata ai protettori nel giugno del 1937, pare che, rientrata la processione, si scatenò una tempesta e un fulmine colpì alcuni cittadini che non avevano voluto contribuire economicamente alla riuscita della manifestazione religiosa. Pare che per molti anni dopo, tutti siano stati pronti ad elargire cospicue somme per una degna ricorrenza.

A poca distanza, sarebbe interessante dedicare del tempo alla visita del Cimitero Britannico dove sono raccolte oltre 2500 tombe dei militari del Commonwealth, caduti nelle dure battaglie del fine ’43 lungo la costiera adriatica.

Notizie utili:

Il mio itinerario sulla costa dei trabocchi è iniziato da San Vito Chietino e, seguendo la fascia costiera adriatica, con lo sguardo rivolto al mare, raggiunge Rocca San Giovanni e Punta Cavalluccio, nel trabocco dove ho mangiato divinamente. Le antiche macchine da pesca, costruite su palafitta le ho scoperte camminando per un tratto, sul lungo percorso che si snoda sull’ex tracciato ferroviario, oggi dismesso.

Non perdete uno dei trabocchi più belli: Punta Torre, con la sua piccola spiaggia deliziosa. Un altro luogo magico di Rocca San Giovanni è il Trabocco Punta Isolata.

A sud, invece si arriva o in macchina o a piedi su questo fantastico percorso ciclo pedonale, ai trabocchi di Fossacesia, per poi salire verso l’abbazia di San Giovanni in Venere del XIII secolo e godere di una vista spettacolo sul golfo. 

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