Amatrice: Non uccide il terremoto ma l’uomo!

Amatrice: Non uccide il terremoto ma l’uomo!

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Dedico una serie di appuntamenti ai luoghi bellissimi che in agosto sono stati martoriati da un maledetto sisma, con la speranza, la certezza anzi, che torneranno al loro antico e proverbiale splendore!

Adesso che il maledetto terremoto dell’agosto scorso l’ha quasi completamente rasa al suolo, tutti stanno realizzando che Amatrice non era solo l’antico e gustoso piatto dei pastori della Laga, quel manicaretto che i ristoratori del borgo hanno sapientemente armonizzato con la sapida cucina romana.

Per anni, Amatrice è stata accomunata a questo piatto della tradizione italiana, la famosa ricetta delle cinque P: pomodoro, pancetta, pepe, pecorino e pasta, naturalmente, spaghetti o bucatini.

Si è discusso se l’amatriciana dovesse essere bianca, la cosiddetta “griscia”, il vero cibo pastorale per i transumanti che vivevano negli stazzi d’alta quota e di certo vedevano raramente il pomodoro.

Adesso che il terremoto ha azzerato tutto e, ironia della sorte, proprio quando ci si accingeva alla kermesse della pasta, la famosa sagra meta di migliaia di buongustai e curiosi, ecco che tutti hanno scoperto questo luogo di riposo e di bellezza incredibile.

E già partono i rimpianti per quello che era e adesso non è più.

Amatrice verrà ricostruita, questo è certo anche se non sappiamo quando, data l’esperienza del terremoto dell’Aquila dove, a distanza di sette anni, tutto è ancora da finire, ma nulla sarà più come prima.

Un borgo nient’affatto fortunato, quello di Amatrice.

Nel corso dei secoli più volte è stato distrutto e altrettante volte ricostruito. E non solo a causa di eventi calamitosi che, giova ricordarlo, non sono sempre e solamente colpa della natura, ma anche della ferocia inaudita di uomini terribili.

Intorno al 1525, ad esempio, il bel paese adagiato sotto le cime più elevate del Lazio, fu messo a ferro e fuoco da Carlo V. Il terribile sovrano fece distruggere tutto, anche numerosi capolavori custoditi nelle chiese.

Anche numerosi sismi hanno radicalmente cambiato la faccia di questa bella località. Uno fra tutti, quello del 7 ottobre del 1639, quando la terra sprigionò una magnitudo di 6.2, distruggendo tutto. Le cronache raccontano che anche i principi di Amatrice, la nobile famiglia degli Orsini, contarono vittime nel casato.

Oggi tutto sembra perduto ma può essere consolante ripensare alle tante distruzioni subite, così da sperare fortemente in una pronta rinascita.

Intanto oltre alle numerose vittime di questa immane tragedia, dobbiamo registrare ingenti danni al patrimonio artistico: Sant’Agostino, chiesa gioiello di architettura romanica e gotica, consacrata nel 1328, con la facciata quasi completamente crollata, insieme al suo meraviglioso rosone; il centro storico medievale semidistrutto con il suo simbolo, l’Hotel Roma, meta imperdibile del turismo; la Torre Civica che svettava sul corso principale del borgo reatino; la splendida Icona Passatora, chiesina quattrocentesca cosiddetta Cappella Sistina dei pastori, ai piedi di Cima Lepri nella frazione di Retrosi, con i dipinti di Cola d’Amatrice, che presenta lesioni importanti, la chiesa di San Martino, ai piedi delle rocce del Peschio Palombo, un’opera splendida che pare fosse stata edificata dai francesi arrivati al seguito di Carlo d’Angiò e che aveva resistito alle intemperie di secoli.

Cosa dire? Non vogliamo far mancare la nostra vicinanza, il nostro contributo non solo economico ma anche di preghiera verso chi è stato colpito così duramente, le tante famiglie spezzate, ma vogliamo ricordare le intense parole del vescovo di Rieti, durante il funerale delle vittime ad Amatrice: “Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo”.

Stringiamoci tutti per far rivivere una bellezza di cui dobbiamo essere custodi.

Scrivevo così di Amatrice tempo fa…sembra un secolo!

Mi chiedo perché il mondo abbia smesso di camminare. Siamo ormai una generazione – di un mondo occidentale industrializzato – stanca, sola, pigra, che trova inutile il girovagare, camminatori virtuali che vivono prigionieri di tristi pensieri.

Io, al contrario, amo contare a lungo i miei passi. Mi trovo a fare il classico “struscio” per la bella Amatrice, in territorio laziale, ammirando la chiesa di S. Agostino con il suo ricco portale gotico e l’artistico rosone centrale.

Sono presso la porta Carbonara, uno dei passaggi della cinta trecentesca che un tempo circondava la città. Ho un’ebbra passione per questa cittadina. Mi chiedo cosa ci faccia, sperduta tra i monti. Mi colpisce sempre la facciata orizzontale con il ricco rosone e il bellissimo portale tardo gotico, finemente scolpito.

Percorro per intero il muraglione che porta a San Francesco. La chiesa è uno dei monumenti più belli della città. Intorno alla seconda metà del XIII secolo i francescani si insediarono ad Amatrice e successivamente portarono a compimento la chiesa, dedicata in origine alla Vergine e a S. Francesco. Nel 1639 e nel 1703 due gravissimi terremoti sconvolsero la zona e il complesso subì notevoli danni. La facciata presenta un portale a cuspide nella cui lunetta è visibile un gruppo in terracotta policroma con la Madonna e il Bambino in mezzo a due Angeli.

Tra le emergenze architettoniche di questo centro montano spicca la duecentesca Torre Civica, rimaneggiata alla fine del Seicento, e che secondo una tradizione orale, tramandata in loco, oscilla di venti centimetri quando suona il grosso batacchio della campana.

Fu il principe Alessandro Maria Orsini ad isolare e rinforzare la torre nel 1684, preoccupato dalle eccessive oscillazioni. A questo personaggio, ultimo principe di Amatrice, è legata una delle pagine più oscure della storia cittadina. Nel 1648 fu accusato del barbaro omicidio della moglie, la principessa Anna Maria Orsini, e costretto a scontare 36 anni di carcere a Castel Sant’Angelo a Roma.

“Benvenuti ad Amatrice, città degli spaghetti all’amatriciana”, recita un cartello all’ingresso del paese. È qui, infatti, che la famosa ricetta ha preso forma. C’è ancora chi conosce il luogo solo per il sentito dire del piatto famoso degli spaghetti che qualcuno vorrebbe realizzato con tagliatelle o fettuccine e che rappresenta una delle superbe gastronomie dello Stivale d’Italia.

La vicenda di questo piatto è sospesa tra storia e leggenda. Me la racconta un aristocratico del luogo, il Conte De Amicis. È un conte davvero, ragazzi! Non ne avevo mai visto uno finora! Racconta (pensate, ha anche la “r” moscia come si conviene a un sangue blu), che una sera del 1847 si trovò a passare in questi ameni luoghi venendo dai bellissimi borghi della vicina Salaria, attraverso Ascoli Piceno e Arquata del Tronto, Ferdinando III sovrano indiscusso del Regno di Napoli. All’illustre visitatore furono offerti, in segno di riverenza, i tipici spaghetti confezionati con il guanciale, i san marzano e il pecorino. Il re, notoriamente buongustaio, fu rapito irrimediabilmente dal sapido gusto di questo piatto povero dei pastori così sublime nella sua semplicità, e indisse senza indugio una grande festa che durò più giorni, tra mescite di vini e libagioni abbondanti.

Molti anni più tardi il noto scrittore laziale Baccari scriveva che: “…la pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale per fare un cibo sovrannaturale…”.

Amatrice non è solo la città della pasta ma un vero paradiso, un’oasi naturalistica ricca anche di tesori artistici di pregevole fattura come la monumentale chiesa di Santa Maria del Suffragio.

Non dimentichiamo di visitare il tempio dedicato alla Patrona di Amatrice “Maria SS. di Filetta”, evocatrice di memorie miracolose e meta di una processione infinita nel giorno dedicato all’Ascensione. Questo è uno dei luoghi che proverebbero la benigna protezione della Vergine verso le nostre terre.

Raggiungo il piccolo villaggio di Filetta sulla riva destra del fiume Tronto per scoprire la storia antica di una pastorella, Chiara Valente cui, tra una tempesta di vento e pioggia improvvisa apparve, in tutta la sua magnificenza, la Madonna, squarciando le nuvole bigie. In mezzo a quella luce vivida, Maria S.S. promise protezione infinita a quelle contrade, assicurando nei secoli guarigioni prodigiose e salvezza dai nemici.

Ma Amatrice è anche palazzi turriti che testimoniano l’importanza storica dell’antico borgo fortificato e della sua assolata conca. Capirete dopo una visita accurata che, di là dell’originale piatto pastorale, semplice, povero ma genuino, esiste tutta una serie di emergenze ambientali e architettoniche da lasciare stupefatti.

Su consiglio del distinto signore, vado a leggermi un libro sulle rive del lago di Scandarello.

Come arrivare:

Dall’Autostrada A14 Adriatica, uscita casello di S. Benedetto del Tronto. Seguire le indicazioni per Ascoli Piceno. Da Ascoli Piceno seguire la via Salaria in direzione Roma-Rieti fino al Km 136,400, bivio per Amatrice in località Ponte Nea.

Da L’Aquila (prossimità casello L’Aquila Ovest della A24) si arriva ad Amatrice percorrendo la SS260 “Picente”. Lungo il tragitto si hanno chiare indicazioni per Amatrice.

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