Io sono sempre Charlie

Io sono sempre Charlie

di Christian Francia  –

Charlie Hebdo - doppia vignetta sul terremoto 2016
Le due vignette del settimanale satirico francese Charlie Hebdo sul terremoto italiano

Io sono e resto sempre Charlie. Mi riferisco ovviamente al settimanale satirico Charlie Hebdo e alla vignetta sul terremoto del Centro Italia che distrugge quel poco che resta della credibilità del popolo italiano. Vignetta, lo dico subito, che non fa ridere come non fa mai ridere la morte, ma che ho trovato bellissima proprio perché ha ficcato il dito nella piaga italica.

Intanto vorrei esprimere il mio disprezzo per tutti coloro – e sono migliaia – che in Italia si affrettarono a sventolare lo slogan “Je suis Charlie” all’indomani della strage perpetrata nella redazione del giornale francese nel gennaio 2015, specie coloro che giustamente pretendevano che la satira fosse sacra e intoccabile, avente il diritto di maramaldeggiare e di prendere in giro Maometto e tutte le religioni.

Ebbene, dopo la pubblicazione della vignetta che umilia gli italiani non esiste più traccia di un solo uomo che abbia avuto il buon senso e la coerenza di dire che se era vero allora che la satira fosse sacra e intoccabile, non potrebbe che esserlo ancora oggi, sebbene ad uscirne con le ossa rotte siamo proprio noi.

Ci piaceva da matti che Charlie prendesse di mira la religione islamica, anche perché molti connazionali la ritengono la radice del terrorismo e dell’attacco alla storia e ai valori europei.

Ma appena Charlie ha messo nel mirino gli italiani tutti i media senza eccezione alcuna si sono sperticati a manifestare uno sdegno assoluto e a sottolineare il cinismo e il cattivo gusto. Ma probabilmente nessuno è riuscito a centrare il cuore della questione. Che è il seguente: Perché sta morendo la satira in Italia?

La satira è un genere artistico-letterario che mette in ridicolo vizi e difetti di una categoria di persone o di un singolo individuo, evidenziandone la distanza dalla morale, dalla legalità o da valori generalmente condivisi (ad esempio la coerenza).

A qualcuno potrà apparire secondario, ma la presenza e la floridezza della satira è un segnale infallibile del grado di civilizzazione di un Paese, per cui il disprezzo sempre più diffuso nei confronti di coloro che satireggiano evidenzia la regressione intellettuale del nostro popolo, non a caso parallela alla regressione economica, politica e sociale.

Voglio essere tranchant: Per me la satira deve essere sacra e intoccabile senza nessuna esclusione (ivi compresa la blasfemia), in quanto è il vertice dove confluiscono la libertà di espressione e l’imprescindibile necessità di deridere il potere e i vizi della società.

Se qualcuno pensa il contrario credo debba proporre una legge che limiti la libertà espressiva e vieti il dileggio, ma penso che sarebbe un brutto giorno per la nostra società.

Più semplicemente, la maggior parte dei giornali italiani si è limitata a manifestare sdegno e disprezzo per la vignetta di Charlie sul terremoto italiano, invocando le categorie di “rispetto”, di “cinismo”, di “volgarità” e di “buon gusto”, e la sintesi è stata fatta dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano che ha chiesto ai disegnatori francesi di infilarsi la matita nel culo.

1) RISPETTO. Mi limito a far notare che il rispetto, al pari dell’amore, non è suscettibile di essere declinato all’imperativo, per cui non si può costringere nessuno ad amare, tanto quanto non è possibile ordinare a nessuno di rispettare qualcuno o qualcosa (non a caso le leggi non esigono rispetto, bensì obbedienza).

Non si vede quindi per quale motivo vi sarebbe un obbligo di rispettare il dolore delle vittime del terremoto, quando invece sussiste un problema gigantesco di responsabilità singole e collettive su questa ennesima strage che si poteva certamente evitare se si fossero applicate le leggi in vigore, se gli italiani fossero stati più accorti (quanti di noi sono certi di abitare e lavorare in edifici antisismici?), se la classe politica fosse stata più seria e lungimirante.

Ciò che la vignetta di Charlie Hebdo mette alla berlina è la maniera italica di vivere, cioè facilona e mafiosetta. Ed è una critica azzeccatissima.

E se è vero che la seconda vignetta non coglie nel segno perché le nostre case non sono state fatte dalla mafia (almeno quelle di Amatrice), è però verissimo che le “lasagne” in altre nazioni europee (per non parlare del Giappone o dell’America) non si sarebbero verificate in caso di un terremoto dell’intensità di quello del 24 agosto scorso.

Qualcuno sottolinea che l’Italia ha una storia millenaria e che quindi ci sono migliaia di edifici antichi che ovviamente non sono antisismici.

Obiezione non accolta. Perché da noi ad esempio esiste da decenni l’obbligo di assicurare tutte le automobili per i danni che potrebbero cagionare a terzi, per cui sarebbe stato intelligente stabilire per legge l’obbligo di un fascicolo del fabbricato che rechi nero su bianco la capacità di resistenza di ogni edifico, in modo da rendere edotti tutti i proprietari dei rischi a cui vanno incontro abitando e frequentando le loro proprietà immobiliari.

Così come dovrebbe essere certo al 100% che scuole e palazzi pubblici siano a prova di qualsiasi terremoto; in caso contrario, sempre in base alla scusa che non ci sono soldi, i prèsidi dovrebbero prendere atto dell’impossibilità di svolgere le attività didattiche all’interno di edifici insicuri ed approntare di conseguenza delle tende riscaldate dove tenere le attività scolastiche in sicurezza. Se necessario anche per decenni.

A meno che non si voglia continuare a considerare la vita umana scarsamente rilevante, al pari di quanto è successo fino ad oggi.

2) CINISMO, VOLGARITÀ E CATTIVO GUSTO. Quanto all’assenza di buon gusto della vignetta di Charlie Hebdo, è da sottolineare come il cattivo gusto sia l’ingrediente principale di una satira che si rispetti, tolto il quale resta solo il semplice umorismo.

Per cui discettare sul “politicamente corretto” come categoria dello spirito da applicare alla satira è come voler mettere la museruola oppure imporre uno stile, cosa che puzza di intolleranza e anche un po’ di totalitarismo, visto che tutti i regimi dittatoriali si sono caratterizzati per la limitazione della libertà di espressione in nome della salvaguardia di concetti improbabili quali l’unitarietà dello Stato, la sicurezza dello Stato, la reputazione del governo e così via.

Del resto, la volgarità nei modi di esprimersi è un elemento stilistico che spesso denota la nobiltà dello spirito di chi utilizza il turpiloquio per manomettere la piattezza del linguaggio quotidiano e per scuotere le coscienze degli interlocutori.

Quanto al cinismo di cui la vignetta è intrisa, è un’arma della quale è utile far uso, specie nell’accezione di “impudente ostentazione di disprezzo verso le convenienze”. È infatti facile spargere solidarietà pelosa e fintissima compassione, mentre è molto impopolare mettere sotto gli occhi di tutti il dato di fatto che le “lasagne” siano il risultato non già della natura matrigna e crudele, bensì della somma delle irresponsabilità collettive di cittadini e politici insieme.

3) IMPRESCINDIBILITÀ DELLA SATIRA. Veniamo ora al cuore del problema come sopra accennato, e cioè all’analisi del declino della satira in Italia, con le implicazione che questa tendenza comporta.

In un bel reportage di pochi mesi fa, lo scrittore Nicola Lagioia si è domandato cosa resti della satira in Italia, considerato che quest’anno ricorre il ventennale della chiusura dell’ultimo periodico che abbia sferzato davvero gli Italiani, cioè “Cuore – Settimanale di resistenza umana”. Chi abbia almeno 40 anni sa bene cosa rappresentasse “Cuore” e quanto manca oggi una voce irriverente come quella.

Mannelli-Boschi T3.0
La vignetta di Mannelli apparsa ad agosto 2016 su Il Fatto Quotidiano

Nell’agosto 2016, infatti, siamo arrivati al miserrimo punto nel quale si nega pubblicamente da ogni parte – non dico di fare una caricatura – ma addirittura di disegnare il Ministro Boschi nella medesima posa ed abiti di un suo pubblico incontro, aggiungendo la seguente didascalia: “Riforme: Lo stato delle cos(c)e”. Deprimente volontà censoria.

Eppure solo 40 anni fa una rivista come “Il Male” (che generò altre esperienze come Cannibale, Frigidaire, Tango, Zut, lo stesso Cuore) poteva permettersi qualsiasi incursione senza che nessuno battesse ciglio, nonostante ci si trovasse negli anni di piombo.

Aldo Moro - vignetta Il Male di Pino Zac
La vignetta su Aldo Moro di Pino Zac

Aldo Moro disegnato da Pino Zac come una testa di cazzo due mesi prima del suo rapimento; il titolo “La misura è colma” con un vaso da notte pieno di merda fumante e decorato con le facce di Berlinguer, Andreotti, La Malfa; Andreotti che sodomizza la giustizia oppure disegnato come una faccia da culo.

Tutte scene che oggi desterebbero scandalo, ma che allora piacevano al punto da far vendere 150.000 copie di ogni numero (nella tanto bistrattata Prima Repubblica), incontrando il consenso del cosiddetto ceto medio, lo stesso che oggi si indigna su facebook “se qualcuno in tv dà del rabbino a qualcun altro per sottolinearne l’avarizia – o se dice di aver lavorato come un negro oppure di aver lavorato come un ciuco”, scandalo al quale “seguono scuse alle associazioni antirazziste e perfino alle associazioni per la sindacalizzazione degli animali da soma”.

Andreotti - vignetta de Il Male
Andreotti disegnato come una faccia da culo da Il Male

Quelle goliardate di cattivo gusto deridevano il potere e i politici senza sconti, picchiando duro anche contro i giornali, rei (come del resto ancora oggi) di non svolgere il loro ruolo e di essere succubi dei poteri forti e delle istituzioni “che avrebbero dovuto controllare e all’occorrenza biasimare”.

Si derideva il suicidio di Raul Gardini, si elencava su “Cuore” – tra i “motivi per cui vale la pena vivere”“Craxi che fa il pissing su Martelli”. Ma si picchiava mediaticamente non solo sui potenti bensì anche sui lavoratori, rei di rendersi succubi dei padroni, come nella vignetta di Andrea Pazienza che ritrae un metalmeccanico piegato a novanta gradi e la leva del cambio infilata nel sedere, accompagnata dalla didascalia “Gli operai Fiat hanno il cazzinculo di serie (cazzinculo® è un brevetto Fiat)”.

Andrea pazienza - Operai FIAT hanno Cazzinculo di serie
La vignetta di Andrea Pazienza contro gli operai

Oggi Pazienza è stato giustamente santificato in quanto morto, ma se fosse vivo verrebbe lapidato per il suo cattivo gusto. E allora cosa ci è successo? Siamo migliorati oppure siamo peggiorati? Io dico che siamo peggiorati e di parecchio.

Lo ha spiegato meglio di chiunque altro l’immenso Leo Longanesi: “Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”.

Proprio così. Chi è libero può dire ciò che vuole (io per esempio lo faccio da sempre a mio rischio e pericolo), persino la verità.

Di certo per essere liberi si paga un prezzo, un prezzo che sempre meno si è disposti a pagare, forse perché è andata perduta una coscienza collettiva, forse perché non si crede più a nulla, forse perché non conviene sotto nessun aspetto che non sia quello di restare masochisticamente fedeli ai valori del bene pubblico, della coerenza, della legalità, cioè a dire tutto il ciarpame ideologico che non interessa più a nessuno.

Per questo una volta si poteva rappresentare il capo della Democrazia Cristiana come una testa di cazzo e si aveva il diritto di farlo perché la classe politica al potere era giustamente sospettata di essere collusa con la mafia e con i servizi segreti deviati, di aver contribuito a depistare le indagini sulle stragi di Stato, di consentire crimini e riciclaggi di denaro, di rubare e tradire gli elettori.

Mentre oggi non è più consentito essere corrosivi nonostante le magagne siano sempre le stesse e la classe dirigente sia infinitamente più rozza e ignorante.

O meglio: non è più consentito nel circuito mediatico mainstream, cioè quello ufficiale dei telegiornali, dei canali televisivi all-news, dei quotidiani nazionali, i quali tutti – non a caso – soffrono di una terribile crisi di credibilità e di un gigantesco abbandono da parte degli utenti.

Mentre internet è la nuova piazza, il nuovo centro dove esercitare la libertà a tutto tondo, dove chi ha il coraggio delle proprie idee può e deve misurarsi con il chiacchiericcio di fondo prodotto dalla feccia della società che anela a dire la sua.

Negli anni ’70 il Corriere della Sera osò chiedere ad uno come Pier Paolo Pasolini di scrivere e di esprimere liberamente il suo pensiero (ovviamente contrario alla linea editoriale del quotidiano). Ne nacquero polemiche infinite che fanno discutere ancora adesso.

Ma c’è da chiedersi se esistano ancora i Pasolini, se siano ancora possibili i Pino Zac, gli Andrea Pazienza, i Carmelo Bene. Lo sono. Basta volerlo. E ci sono. Esistono e parlano. Ma restano confinati nelle catacombe della rete, emarginati dal cordone di sicurezza che gli organi di informazione hanno eretto a difesa del potere.

Cosicché la società è sempre più asfittica e povera intellettualmente, sedata dal bromuro del “politicamente corretto” che si è fatto dittatura, è assurto a dogma indiscutibile, a censore indefesso di qualunque tono che si discosti dalla piatta monotonia pretesa dai manovratori; fino al punto che le questioni non si discutono più nel merito bensì nella forma, fino all’estremo che si dedicano le prime pagine al dito che indica la luna mentre si riservano i trafiletti alla luna medesima.

Quanto ci sarebbe invece bisogno di ironia e di autoironia, di cultura e di culture, di intelligenza e di creatività, di sussurri e di grida, di forme di creatività urticanti, di toni alti che sveglino le coscienze.

C’è bisogno di uno, cento, mille Charlie Hebdo, non solo in Francia, ma nella nostra povera Italia, dove l’anticonformismo viene bandito, il cattivo gusto viene ostracizzato e dichiarato inaccettabile, la realtà viene rimossa perché è disturbante, lasciando che a parlare siano solo i lacchè del potere e i cronisti dell’ovvio.

Per tali motivi la separazione fra la società e le istituzioni è sempre più ampia, la distanza fra i rappresentanti del popolo e i loro rappresentati è sempre più grande, la narrazione pubblica è sempre lontana dalla vita reale delle persone (Matteo Renzi e Luciano D’Alfonso ne sono esempi agghiaccianti).

La satira è sacra, è lo spazio della libertà e sovente la voce della verità, sin dai tempi dell’antica Grecia e dell’antica Roma, sin da Aristofane, passando per Rebelais, fino a Karl Kraus, Prezzolini, Longanesi, Totò, Flaiano, Dario Fo e Daniele Luttazzi. La satira può scoreggiare, ruttare, insultare ed essere blasfema. Non ha mai bisogno di giustificarsi. La sua cifra è la purezza di spirito e l’autonomia di pensiero, la sua qualità è quella di ingrandire vizi e difetti dei suoi bersagli affinché tutti possano vederli, riconoscerli, riderci sopra e (auspicabilmente) guarirne.

Svegliamoci, perché ci stiamo incarcerando volontariamente, ci stiamo castrando da soli, ci stiamo svendendo a quella melma preconfezionata che Lagioia descrive come “Il conformismo bacchettone di un certo PD, unito alla violenza della macchina del fango brevettata dal Popolo della libertà, unito al giustizialismo cieco del peggior Movimento Cinque Stelle, unito al razzismo (se non verso un gruppo etnico, verso una categoria sociale) della Lega, unito all’assurdo sentimento di superiorità etica della sinistra radicale”.

Usciamo dai cliché dei benpensanti, dalle isterie di chi ha costantemente bisogno di rassicurazioni preconfezionate, dalla frustrazione di chi non vede sbocchi plausibili per le buone idee, dalla rassegnazione di chi pensa che non ci sia spazio per i bastian contrari, i contestatori, i ribelli, gli anarchici, i sovversivi e i rompicoglioni.

La satira è utile quanto lo sono le api, che impollinano e pungono, producono miele ma anche veleno, perché se non si può ridere delle nostre piccolezze e delle nostre miserie allora vuol dire che non siamo più disposti a riconoscere che siamo miseri e ridicoli, e forse stiamo diventando troppo permalosi come lo erano un certo Benito e un certo Adolfo.

Charlie Hebdo ha vinto perché ci ha fatto indignare, perché ci ha costretto a prendere atto che il mondo ci vede come carne da macello per riempire le lasagne, perché ci ha turbato e ha imbarazzato le nostre coscienze mettendo in ridicolo la nostra presunta reputazione, perché ci ha svelato per quello che siamo: un popolo di irresponsabili che vivono quotidianamente di furbizie, di scorciatoie, di atteggiamenti mafiosi che abbiamo nel DNA senza nemmeno accorgercene.

Lunga vita alla satira!

10 Responses to "Io sono sempre Charlie"

  1. Paolino   5 settembre 2016 at 17:51

    Vero che la satira è un arte e col tempo si è pure persa.. mi ritrovo in tante cose dell’articolo ma sinceramente tutto ha un limite.. l’idea che mi son fatto è che il motto dei francesi sia “bene o male basti che si parli di noi”. E ci riescono bene! I morti però vanno lasciati in pace secondo me, Charlie Hebdo non me lo sono inculato mai e continuerò a farlo pure stavolta, non sono mai stato “Je suis Charlie” e non lo sarò mai, proprio perchè un qualcosa imposto dall’alto al branco di pecore che siamo. Certo è che se fossi di Amatrice e magari i piedi nelle lasagne sarebbero la rappresentazione di un mio parente sarei un bel pò incazzato. Colgo l’occasione per congratularmi per il lavoro che svolgere.

  2. Anonimo   5 settembre 2016 at 19:56

    Lasciare in commento sulla satira è un dovere.
    La satira è la satira, anche quanto potrebbe apparire di cattivo gusto, ma come dici tu giustamente, abolirla equivarrebbe a rinunciare ad una grossa fetta di libertà. ( con quel poco che ci è rimasto!)
    Tanti italiani vi rinuncerebbero volentieri ma son sicuro che molti di essi ancora non si rendono conto che ci sta governando un parlamento eletto illegittimamente
    Fare della satira, non quella “giocherellona” ha avuto sempre una certa dose di pericolosità ed è forse per questo che da noi sta quasi scomparendo.
    Chi è nato servo di sè stesso difficilmente acquisirà la mentalità del “padrone della sua libertà”.

  3. fessacchiotto   5 settembre 2016 at 22:07

    Bell’articolo. Nulla da dire. Non so quanto tutte le ( furbesche ?) manifestazione a base di pasta all’amatriciana abbiano contribuito alla vignetta. Rassegnamoci : in Italia la satira non ha mai riscosso il favore popolare .

  4. Melox   5 settembre 2016 at 22:23

    stiamo proprio regredendo…il giorno che sentii Bisio in Tv che spiegava una battuta del comico a fianco a se ho capito che oramai era tutto finito. E il trend non cambierà perché la gente si sente al sicuro quando sente sempre le stesse cose. E’ un dato scientifico.

  5. Melox   5 settembre 2016 at 22:23

    comunque complimenti Christian. Questo è un articolo di caratura internazionale. Andrebbe tradotto in inglese e francese almeno.

  6. Giacinto Palmarini   5 settembre 2016 at 22:52

    Bravo Christian. Anche se temo che alla satira non piacerebbe sentirsi dire sacra. Eh eh eh.
    Ho solo da aggiungere che la cosa più agghiacciante del caso della vignetta è che era scritta da Charlie e ho timore che alcune reazioni di taluni imbecilli tendano a giustificare la violenza come possibile risposta alla carica provocatrice della satira. La dice lunga sui tempi che corriamo. In questo caso la vignetta ha avuto questo altro effetto indiretto che rivela una realtà di regressione civile oscura e inquietante. Quale alternativa allora agl’integralismi che crediamo di combattere? Lunga vita alla libertà di espressione, ai valori che ci rendono unici e culturalmente egemoni nel mondo….comincio a dubitarlo.

  7. Blade Runner   5 settembre 2016 at 23:31

    Francia sindaco!

  8. Walter Nanni   6 settembre 2016 at 18:28

    È davvero cosa rara leggere sul web o sulla stampa italiana una riflessione così acuta. Per quanto possano valere, i miei complimenti.

  9. Raoul   6 settembre 2016 at 22:09

    Bravo Christian,
    hai scritto un bell’articolo sulla satira anche se si potrebbero aggiungere tante altre considerazioni. Te lo dico da collezionista in quanto possiedo quasi tutto il pubblicato dal 1960 ad oggi sia in Italia che in Francia, oltre a molto materiale precedente. Purtroppo si leggono moltissimi commenti di tantissime persone che non hanno la più pallida idea di cos’è e cosa significa la parola satira. A tutti consiglio comunque la lettura di un bel libro apparso in Italia dal titolo: “Hanno ucciso Charlie Hebdo” scritto da Meotti G. Ma per chi non vuol capire o sapere e per i voltagabbana, la verità sarà sempre diversa o falsa.

  10. marco   9 settembre 2016 at 9:13

    è un articolo di cui condivido anche le virgole. chi non ha occhi e cervello per leggere e capire la satira si dovrebbe limitare a leggere il topolino.
    e gli imbecilli che fanno di una vignetta una “questione personale” dimostrano solo di non avere cervello.
    io del terremoto ho paura e, per quel poco, mi sono “cappiato” e sacrificato per dare una mano sia nel 2009 che in questi tempi. e la vignetta la trovo bellissima, azzeccatissima.
    mi piacerebbe sapere tra i criticoni chi si è corciato le maniche….

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