I cialtroni hanno vinto

I cialtroni hanno vinto

di Christian Francia  –

Tommaso Labranca T3.0
Alcune confessioni di Tommaso Labranca

Tommaso Labranca se n’è andato per sempre a 54 anni. Il profeta del trash, l’inventore del “cialtronismo”, l’intellettuale che non è mai sceso a compromessi.

L’uomo che ha capito meglio di tutti gli altri come dagli anni ’70 l’Italia si sia sfarinata, si sia sputtanata, si sia castrata, sprofondando in un infinito girone infernale fatto mediocrità crescente e di pessimo gusto.

Spietato osservatore, Labranca sapeva leggere il nostro Paese in controluce, scorgendovi la realizzazione compiuta della categoria estetica del trash: “Risultato imperfetto dell’emulazione di un modello, un’imitazione che a un certo punto fallisce e in questo scarto crea il trash”, cioè a dire una categoria estetica esaurita la quale sarebbe sopraggiunta solo la ripetizione e la noia, in una gigantesca discarica delle velleità.

“Non vado mai in ferie” era uno dei suoi obblighi di militanza culturale permanente, da bulimico cognitivo, da curioso per statuto, da guru dei fenomeni sociali analizzati al microscopio nei suoi vademecum per comprendere la cultura contemporanea, oscillante fra l’effimero e la perdita di memoria.

“Labranca ci ha insegnato a fare la raccolta differenziata della spazzatura culturale” e le sue vivisezioni della contemporaneità sono bugiardini di farmaci impossibili per curare vizi, malattie e tic della società italiana. Saggi al curaro contro coloro che definiva i “Charlie”, cioè a dire quelli che surfano sulla cultura, che non sanno andare in profondità ma neanche leggere la superficie, contro gli entusiasti ignoranti e conformisti, le vittime dell’educazione cattolica, i nichilisti, gli arroganti, gli eterni adolescenti che vogliono condividere e apprezzare, i maniaci del like e dei selfie, i presenzialisti che aspirano ad esistere, i critici e i cinici senza spessore di studi. I Charlie sono ovunque, intorno a noi. E purtroppo spesso siamo noi stessi.

Gianni Biondillo, che lo conosceva bene, ha scritto: “Ci sono scrittori che usano le parole degli altri. E, rarissimi, ci sono scrittori che inventano parole e concetti che tutti poi usano (spesso senza citare la fonte). Tommaso era uno di questi. Era un inventore di pensieri collettivi. Essere uno spirito libero in Italia significa essere rompicoglioni. Tommaso lo era. Ha rinunciato a collaborazioni fruttuosissime in televisione per evitare di umiliare la sua intelligenza leccando i piedi al cantante-scrittore-attore-di-sinistra del momento. Ha preferito vivere al limite dell’indigenza per mantenersi puro. Non ce lo siamo mai meritati. E lui, coerentemente, ha tolto il disturbo”.

In una delle sue ultime interviste ha raccontato molto di sé:

“La trentina è di sicuro il peggiore momento nella vita di una persona e nel mio caso è coinciso con il peggiore decennio del XX secolo, gli Anni ’90. Ero circondato da coetanei che vestivano come agenti immobiliari o vallette televisive, parlavano solo di «bolla speculativa della new economy» e sembravano avere molti soldi. Ora li trovi agli angoli della strada, chiedono la carità esibendo il cartello “non ho più un lavoro”. I trentenni attuali hanno lo stesso difetto dei trentenni di ogni epoca: odiano quelli più grandi da cui si sentono schiacciati”;

“Io non penso a come vestirmi nel fine settimana perché mi chiudo in casa verso le 19 del venerdì e ne esco alle 10 del lunedì mattina. Ho sempre fatto così, mi hanno sempre fatto schifo la socialità, le compagnie, gli amici, le serate, le discoteche, il ritrovarsi per decidere cosa fare, le birrerie, i pub, i discopub, corso Como e tutto il mondo della post-balera;

“Un altro momento in cui sono felice è quando uno o più ospiti se ne vanno da casa mia e torno a essere solo”;

“Il pandoro no. Ho sempre preferito il panettone, quello vero con canditi e uvetta, non quella specie di cacca remixata con creme pestifere o le versioni buoniste senza uova. Non sono tollerante. Non tollero gli eterosessuali, i bianchi, i cattolici, i Testimoni di Geova, i tizi di Save The Children con la casacca rossa che fanno i buffoni per strada per portarti via dei soldi, gli scrittori che vincono lo Strega (anche quelli che già il giorno dopo nessuno se li fila più), le scrittrici che scrivono in punta di capezzolo. Sono talmente intollerante che alla fine nessuno mi tollera;

Odio le vacanze, il mare, i resort, le smart box con dentro il buono per una notte alla spa. Non credo di aver mai fatto nulla di trasgressivo. La trasgressione è qualcosa che fai una volta e basta. Io invece sono abitudinario e mi piace rifare anche le peggio cose;

Non ho tempo libero. Per un semplice motivo: non ho tempo occupato.

Personaggio anomalo, cortese ma spietato, coltissimo ma a suo agio con l’ignoranza, critico musicale e cronista di strada, artista della parola con la quale poteva disegnare ghirigori fantastici e penetrare le tendenze, le mode, i sussulti del mondo.

Labranca merita una nicchia speciale nel pantheon della cultura italiana, proprio perché in vita gli è stato rifiutato ogni riconoscimento nonostante i suoi libri siano determinanti per comprendere ciò che siamo diventati: un popolo di cialtroni (lucidamente non escludeva nemmeno se stesso dal novero: “Ero un cialtrone anch’io. C’era un tempo in cui me la tiravo molto, perché faceva intellettuale”).

Tommaso ha saputo raccontare le nostre miserie senza tralasciare l’autocritica, tanto che dopo aver elaborato il concetto di “emulazione fallita” si autodefiniva l’emulazione fallita di Tom Wolfe, l’intellettuale americano che coniò la definizione di “radical chic”.

Polemico per natura, intransigente per vocazione, isolato per scelta, fino all’elaborazione di un libro in proposito: “Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica della periferia”. Cultore delle idiozie, maniaco dei media, stregato dal calvario della perdita collettiva dello stile, ha fondato una antropologia con la trilogia di tomi dedicati alla critica del gusto (“Andy Warhol era un coatto”; “Estasi del pecoreccio”; “Chaltron Hescon”).

Nell’epoca del livore, dell’acredine, dell’indignazione, Labranca è stato indignato più di tutti ben prima che il fenomeno meritasse una concettualizzazione, meritandosi la fama di polemista a 360 gradi e aspirando all’isolamento non solo teorico, non solo mediatico, ma come autosufficienza di periferia, come mitologia minore.

Roberto D’Agostino, recensendo nel 1998 il libro “Chaltron Hescon” (Einaudi), illumina la grandezza e le intuizioni di Labranca:

Contro l’abbiocco del buonismo opportunista, alla faccia del politicamente corretto, per uno spasso intellettuale senza profilattico accademico, venghino ad applaudire i fenomeni più imbecilli, le immagini più pagliacce, numeri nazionali dello smandrappo. Non spingete, nel libro di Tommaso Labranca, c’è posto per tutti.

Se c’è un filo rosso che lega fatti e persone e personaggi di questi ultimi anni di cronaca e costume è proprio la loro dimensione assolutamente “cialtronica”.

Lo fa sgranando un rosario di fenomenologie (dalla Walt Disney alla New Age, dal premio Strega alla critica letteraria, dal romanticismo leopardiano alla solidarietà pelosissima della beneficenza), percorrendo una via Crucis di fenomeni (Pavarotti, Battiato, Toscani, Jovanotti, Spielberg, Veltroni, Venier), per arrivare alla via più trafficata del nostro presente: la via Trucis.

Labranca, penna in resta, va alla conquista e demolizione di quel comportamento socio-culturale che i Flaiano di ieri e gli Arbasino di oggi racchiudono nel termine “mezzacalzetta”.

Un insolente pamphlet attacca-tutti, laddove ogni occasione è buona per sprofondare nel cialtronismo. È tranquillizzante, “riscatta una condizione considerata inferiore o mancante”, concede gratis la Patente del Colto. Come si può resistere al suo richiamo di Pronto Soccorso ideale?

In un’epoca poco propizia al gusto della differenza, in cui non sappiamo contro chi credere, la scelta del cialtronismo, sinceramente, piace. Ci accompagna come il canto del muezzin la vita del musulmano. È la casa di tolleranza dello spirito pigro. La sua capacità di assimilare e ingurgitare tutte le cose sarà detestabile come idea, ma l’amiamo come sostanza.

Il fenomeno, infatti, ha questo di buono: che permette alle nostre pericolanti esistenze di fare a meno di rischiare. Svicolando le insidie dell’ignoto, abbarbicandosi all’usato sicuro della quotidianità.

Col risultato che l’Italia ha perfino espresso una sua ideologia e etica. La parola modernità ha cambiato pelle. Si è stinta, ed è, di volta in volta, diventata sinonimo di colorato, di sagra paesana del made in Italy, ricchi premi e cotillons, spregiudicatezza, idiozia.

E un motivo a tanto cialtroneggiare c’è: come la pulizia diventa più importante quando la purezza non è più possibile, il Cialtrone Globale si impone nei periodi in cui forme più auguste di creatività e originalità vengono a mancare. Quando il quadro è esecrabile la cornice deve per forza sostituirsi al contenuto”.

Sono passati diciotto anni da allora, ma oggi più di prima possiamo essere certi che in Italia i cialtroni abbiano vinto, che il “cialtronismo” sia una malattia endemica, che il trash non sia più spazzatura culturale intesa come sottoprodotto di un tentativo di emulazione riuscito male, bensì sia il prodotto della digestione di una società degradata e degradante.

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