Psicopolitica: il capitalismo dell’emozione e lo sfruttamento autoimposto (da rivoluzionari a depressi)

Psicopolitica: il capitalismo dell’emozione e lo sfruttamento autoimposto (da rivoluzionari a depressi)

di Maria Cristina Marroni  –

Psicopolitica - copertina libro Byung-Chul Han
La copertina dell’ultimo libro del filosofo Byung-Chul Han

Mai come oggi crediamo di aver realizzato la libertà tout court: sentiamo di essere padroni assoluti della nostra immagine e delle nostre idee. Invece per il filosofo coreano Byung-Chul Han “la libertà sarà stata un episodio”, ovvero un momento intermedio che riporta inevitabilmente il soggetto alla sottomissione. Anzi nel suo ultimo lavoro “Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere” (Edizioni Nottetempo, 2016) si spinge a dire che nella nostra fase storica è la stessa libertà a generare obblighi. La libertà si è consumata, perché il neoliberalismo sfrutta tutto ciò che rientra nelle pratiche usuali della libertà: l’emozione, il gioco e la comunicazione.

Il capitalismo si è evoluto in neoliberalismo e ha avuto come conseguenza la trasformazione del lavoratore in imprenditore: “Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore contro se stessi”. Così si è passati dallo sfruttamento esterno all’autosfruttamento, con la conseguenza della scomparsa di un Noi politico, perché è scomparsa ogni reale resistenza al sistema. Se il soggetto diventa sfruttatore di se stesso, indirizzerà la propria aggressività verso di sé e da rivoluzionario che era (quando la sua rabbia si rivolgeva ai nemici esterni) si trasforma in depresso.

Ad aggravare la situazione concorre la società digitale: salutata agli esordi “come un medium di libertà illimitata”, si è rivelata invece esattamente il contrario. “La libertà e la comunicazione illimitate si rovesciano in controllo e sorveglianza totali attuati paradossalmente attraverso un uso intensivo della libertà. Le persone sono svuotate attraverso un auto-denudamento volontario”.

Il cittadino diventa quindi un prevedibile consumatore e l’elettore “non è disposto a un comune agire politico e neppure ne è capace: reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotti o a servizi che non gli piacciono. Anche i politici e i partiti seguono la logica del consumo: devono fornire. Perciò si presentano essi stessi come fornitori, che devono soddisfare gli elettori intesi come consumatori o clienti”.

Ai politici si chiede trasparenza, ma non quella che dovrebbe effettivamente interessare, ovvero quella degli atti pubblici, ma quella personale, che fa dell’elettore uno spettatore, che si scandalizza degli scandali privati ma evita tuttavia la partecipazione attiva, che si limita alla lamentela.

D’altra parte la tecnica di potere del regime neoliberale ammalia invece di proibire ed è per questo più potente, perché questo potere non è visto più come un nemico concreto e in più è invisibile. “La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta”.

Secondo Han la morte precoce avrebbe impedito a Foucault di superare la teoria della società disciplinare e della biopolitica, arrivando a intuirne l’inefficacia, ma non a teorizzare la psicopolitica, ovvero che il neoliberalismo aveva scoperto come forza produttiva la psiche. Oggi le forze di produzione sono immateriali e incorporee, si tratta infatti di informazioni e programmi.

“La tecnica di potere del regime neoliberale ha una forma subdola. Non si impadronisce direttamente dell’individuo: piuttosto, si preoccupa che l’individuo agisca in autonomia su se stesso così da riprodurre in sé il rapporto di dominio e, di conseguenza, da interpretarlo come libertà”.

Nell’ottica neoliberale tutto deve tendere al successo, e ciò prevede che i pensieri negativi siano azzerati, ma il dolore genera reazione e forgia l’uomo. La psicopolitica usa il like, “lusinga l’anima, invece di sconvolgerla e paralizzarla mediante shock. Seduce l’anima che la precede, invece di opporsi a essa. Ne protocolla scrupolosamente i desideri, i bisogni e le voglie, invece di deformarla”.

Il Grande Fratello non ha più un volto repressivo, ma paterno, affabile, perciò la sua sorveglianza diventa più pervasiva. Attraverso l’emozione e il gioco la psicopolitica domina sull’individuo mentre egli si diverte.

Un’altra caratteristica del neoliberalismo contemporaneo è “la fede nella misurabilità e nella quantificabilità della vita”, anzi spesso i Big data interpretano i nostri stessi desideri, dei quali non siamo perfettamente coscienti. “Gli uomini vengono processati e trattati, oggi, come pacchetti di dati, che è possibile sfruttare sul piano economico. Così diventano essi stessi una merce. Big Brother e big deal, inoltre, si coalizzano: lo stato di sorveglianza e il mercato coincidono”.

In questo sistema gli uomini vengono catalogati in base al potere di acquisto e al consumo effettivo: non manca la categoria delle star o delle superstar accanto a uomini-spazzatura, coloro che sono privi di valore economico e quindi estranee al sistema.

Tutto appare dunque quantificabile, così anche l’agire umano. Ma una società complessa non può essere completamente prevedibile, perché contiene l’improbabilità, la singolarità, l’estremo. Così si esprimeva Nietzsche: “La statistica dimostra che ci sono leggi nella storia. Sì essa dimostra quanto la massa sia volgare e disgustosamente uniforme. Avreste dovuto darvi alle statistiche ad Atene! Lì avreste sentito la differenza! Più una massa è volgare e non individuale, tanto più rigorosa è la legge statistica”.

Marroni su sfondo nero
Maria Cristina Marroni

Come ci si può dunque sottrarre da questa tecnica di dominio capillare, che ha il fine di tramandare e rafforzare il sistema dominante? Byung-Chul Han individua l’unica soluzione nell’idiota. Come affermò Deleuze durante un corso su Spinoza: “Fare l’idiota è sempre stata una funzione della filosofia”.

L’idiota vive di imprevisto e singolarità, non è catalogabile perché è l’eccezione alla regola, “è il moderno eretico” che non riemerge dal sottosuolo, ma vi si nasconde, cercando il silenzio e la solitudine. “Egli ha il coraggio di deviare dall’ortodossia: coraggiosamente, si libera dalla coercizione alla conformità”. Dalla quiete bisogna ripartire per riempirla di senso, ricercando degli angoli ciechi in cui è possibile non farsi raggiungere.

2 Responses to "Psicopolitica: il capitalismo dell’emozione e lo sfruttamento autoimposto (da rivoluzionari a depressi)"

  1. ernesto albanello   23 agosto 2016 at 15:00

    ci sono troppe sollecitazioni perché possano essere compendiate in un commento. Ne parlerò in un mio imminente “fermati a riflettere”. mi limiterò a ripartire da un passaggio conclusivo dell’intervento della cara Maria Cristina quando dice: dalla quiete bisogna ripartire per riempirla di senso! Quanta saggezza in queste brevi parole! Intanto “quiete” che implica l’abbandono del vociare, delle mascelle portate allo spasimo con emissioni di urla che si prefiggerebbero di essere persuasive! No, mi dispiace! Non mi avrete come vostro esemplare belante e replicante! Invece “il senso” e ancora di più “riempire di senso”: lavoro meticoloso e non ansioso, che si sottrae alla spasmodica ricerca di un successo effimero! Meditate, riflettete, soprattutto sviluppate l’introspezione!

  2. M.Cristina Marroni   23 agosto 2016 at 16:55

    Grazie, Dottor Albanello, per il cortese e sentito commento. Attendo il tuo “Fermati a riflettere”. Cristina

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