Margherita Sarfatti: La Regina dell’arte nell’Italia Fascista

Margherita Sarfatti: La Regina dell’arte nell’Italia Fascista

di Maria Cristina Marroni  –

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Margherita Sarfatti

Margherita Sarfatti era donna di rara intelligenza e cultura che amò, purtroppo, con intensità e trasporto l’uomo sbagliato, Benito Mussolini.

A lungo anzi la sua figura è stata schiacciata da quella del Duce, ma al contrario lei era già personaggio di rilievo nell’arte (la prima a sostenere l’idea di un’arte italiana contemporanea) ben prima di conoscerlo.

L’amore per il Duce distrusse ogni sua indipendenza, ogni forma di emancipazione che era riuscita a conquistare. A lui affidò il sogno di un’Italia diversa. Mussolini invece scorse in lei “una tappa verso il potere”.

Margherita Sarfatti - copertina libro Mondadori
La copertina del libro di Rachele Ferrario

Rachele Ferrario, nel suo ultimo libro “Margherita Sarfatti: La regina dell’arte nell’Italia fascista” (Mondadori) prova, riuscendoci, a restituire alla donna la dignità di protagonista della cultura italiana di inizio Novecento, quando alle donne era data l’opportunità di occuparsi soltanto di asili, ospedali e opere di carità.

Margherita Grassini nasce a Venezia l’8 aprile 1880 da una ricca famiglia borghese: è la quarta figlia di Laudadio Amedeo Grassini, noto avvocato, e di Emma Levi, appartenente a una famiglia di banchieri e intellettuali triestini. Della sua Venezia Margherita scriverà che era “un alveare imbottito di sogno e dolcezza”.

Margherita non frequenta scuole regolari, ma avrà in casa gli intellettuali più noti dell’epoca che, insieme alla madre Emma, le insegneranno l’amore per l’arte. In particolare la madre “di una cultura formidabile, nutriva sé e i suoi figlioli di libri, come gli altri li nutrono di pane”.

Dalla più tenera età Margherita è circondata da personaggi che entreranno nella storia del nostro Paese, come Guglielmo Marconi, primo amore adolescenziale “frutto del grande sole e della grande estate e che germogliò per una serie di stupendi mesi di agosto”, Antonio Fogazzaro, Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti.

Il 1895 è un anno formidabile: l’illuminato sindaco socialista di Venezia decide di finanziare il progetto del giovane studioso Antonio Fradeletto, inaugurando la prima grande mostra internazionale d’arte, la prima Biennale; Marconi dà vita alla prima trasmissione radio; i fratelli Lumière inventano il cinema e viene pubblicato “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro; inoltre è l’anno in cui Margherita incontra, una sera alla Fenice, Cesare Sarfatti, avvocato di successo, che diventerà suo marito tre anni più tardi. “Al fianco di Cesare darà forma nel migliore dei modi al desiderio di indipendenza intellettuale, si sentirà sicura. Lui è attratto dalla sua bellezza, dalla velocità del suo pensiero e ama il suo spirito d’azione”.

Il trasferimento a Milano nel 1902 apre a Margherita un orizzonte più ampio: è la città “che tra poco sarà narrata dai futuristi con parole e colori, la sola che possa ricordare Parigi, quella in cui ogni cosa viene motorizzata dalle languide, acute sirene delle fabbriche che seducono gli studenti verso un’estetica della macchina moltiplicata dalla benzina”.

A Milano la Sarfatti inizia a frequentare l’abitazione della coppia Turati-Kuliscioff, ovvero quello che per lei è “il salotto che comanda l’Italia”; lì conosce Filippo Tommaso Marinetti, “un catalizzatore di intuizioni”, amico di Carlo Carrà e Luigi Russolo. È con Umberto Boccioni tuttavia “che nasce il sodalizio più grande: l’avventura futurista è loro”.

Margherita incontra la prima volta Boccioni, che definirà “il più grande artista d’anteguerra” a una mostra alla Permanente nell’aprile 1909: l’affinità tra i due è immediata e ne scaturisce una passionale storia d’amore.

Il 10 febbraio 1910 Boccioni, Carrà, Russolo e Severini si incontrano in un bistrot di porta Vittoria. Da quell’appuntamento, un anno dopo la pubblicazione del Manifesto del Futurismo sul quotidiano “Le Figaro”, deriverà il Manifesto dei pittori futuristi. Nell’incipit si legge: “Voi ci credete pazzi. Noi siamo, invece, i Primitivi di una nuova sensibilità completamente trasformata”.

I soggetti ritratti dai futuristi sono la vita cittadina e la nascente industria. “Ma non è solo la pittura a renderli unici e grandi: sono la rabbia, la tensione verso la vita, il desiderio di svecchiare l’Italia dal torpore provinciale che renderanno le loro azioni e le loro opere irripetibili”.

Boccioni dedica alla Sarfatti il celeberrimo ritratto, l’Antigrazioso, che la donna acquisterà e serberà fino alla morte.

Quando Margherita conosce Benito Mussolini è ormai da tempo la nuova salonnière di Milano: nella sua abitazione di corso Venezia ogni mercoledì dopo cena si riuniscono, tra gli altri, Boccioni, Adolfo Wildt, Sironi, Libero Andreotti, Aldo Palazzeschi, Alfredo Panzini e Ada Negri. Inoltre scrive per l’“Avanti” articoli di critica d’arte.

Del futuro Duce dirà: “Sentii che emanava un’energia animalesca”, intuendo una cultura superficiale e un uso smodato delle frasi maschiliste di Nietzsche. Il tono della sua voce però la ammalia, come “la calma e la potenza del suo controllo” che “lo facevano sembrare come un uomo poderoso che spinge sulla porta per tenerla chiusa”.

Mussolini, che durante i primi appuntamenti è costretto a fare a lungo anticamera, coglie la diversità di Margherita rispetto alle altre amanti, riconoscendole una superiorità culturale. Cesare assisterà impotente alla relazione della moglie, perché la loro è “un’alleanza che va oltre le contingenze e non teme le scosse provocate da passioni esterne”.

Soltanto la morte del primogenito Roberto sul fronte, il 28 gennaio 1918, farà precipitare Cesare in un dolore talmente acuto da cui non risorgerà più, “non smetterà mai di portare il lutto vestendosi sempre di nero”. La morte del figlio avvicina sempre più Margherita a Mussolini, per superare la sofferenza la donna sarà spinta verso un “desiderio di evasione, di superamento dei limiti”.

Non vi sono dubbi che proprio con la Sarfatti Mussolini pianifica la Marcia su Roma: “Da mesi lei insiste con Benito perché scenda sulla Capitale e prenda il potere”. La donna gli ripete le parole marinettiane: “O marci o muori, ma so che marcerai”.

Dopo la fine del Fascismo ella cercherà di sminuire il suo ruolo nel colpo di Stato, ma che “Margherita sia stata l’anima del fascismo degli esordi è ormai un dato acquisito. Anche perché è tra le poche persone in Italia ad avere una visione dello scenario europeo. Grazie anche all’arte”. Secondo lo storico Renzo De Felice anche il mito della romanità derivò da Margherita.

Dell’amore tra Margherita e Benito restano le intime e passionali lettere d’amore che la Sarfatti consegna all’amica Ada Negri, affinché le distrugga. La Negri invece le salva tra le sue carte. Da donna indipendente e libera, Margherita scrive: “Mi hai presa, mi hai conquistata, ti sei fatto amare oggi? Sì? Tanto meglio, domani bisogna ricominciare da capo… Io sono nuova; io nasco ogni mattina. Ciò che feci ieri non è la ragione determinante di quanto farò domani. Mussolini non riuscirà mai a perdonarle tanta arroganza, rispetto al mite carattere delle altre amanti.

Il delitto Matteotti segnerà un distacco tra i due amanti: Mussolini diventa il Dux, Margherita si dedica sempre più intensamente all’arte con il gruppo Novecento prima e Novecento italiano poi.

L’errore più grave di Margherita, “My Fault” come lei stessa lo definirà nel 1938, è quello di diventare la biografa ufficiale di Mussolini. “Il suo Dux è il risultato di una prospettiva sbagliata. La Sarfatti pensa a un despota illuminato, capace di attorniarsi di una élite che guidi le masse”. Ma soprattutto crederà che il duce possa riportare l’arte italiana ai fasti rinascimentali. Questo sarà il peggior tradimento: “Il fascismo userà l’arte e l’architettura non tanto per esprimere una concezione del mondo, ma per il potere evocativo delle immagini e dei simboli. La grande arte non sarebbe mai rientrata all’interno della liturgia fascista”.

Due avvenimenti lacereranno per sempre il rapporto tra Mussolini e la Sarfatti: la storia d’amore con Claretta Petacci, l’alleanza con Hitler e le conseguenti leggi razziali.

“Sarà tradita tre volte: come donna che ha puntato tutto sull’uomo nuovo del fascismo; come intellettuale; e come ebrea italiana, costretta a scappare per salvarsi e a tacere per difendere la figlia rimasta in Italia”. Trascorrerà un lungo periodo tra l’Uruguay e l’Argentina e apprenderà da lontano degli eventi di Piazzale Loreto.

Negli anni Cinquanta Margherita chiederà a Indro Montanelli di accompagnarla nel luogo in cui è stato esposto il cadavere di Mussolini e descriverle la scena: “Mi ascoltò a testa bassa, forse per nascondere una lacrima”, scriverà il giornalista.

Il 18 luglio del 1947 Margherita rientra in Italia, dove vivrà come esule in patria “condannata moralmente per essere stata l’ispiratrice e l’amante del duce, compromessa come intellettuale e come donna”. Tra i pochi che non proveranno imbarazzo a mostrarsi in pubblico con lei c’è Anna Magnani.

RACHELE FERRARIO
Rachele Ferrario: Biografa della Sarfatti

Margherita Sarfatti aveva davanti una strada tracciata: vivere da ricca borghese, sottoposta al marito e alla famiglia, senza la possibilità di assunzione di un ruolo autonomo. Invece scelse un sentiero non battuto: l’evasione dalle costrizioni e dai limiti cui era normalmente condannata la donna, ma per amore ritrovò la stessa subordinazione morale e commise molti errori.

Accanto a Palma Bucarelli, e molto prima di lei, tra le donne che hanno amato l’arte e ne hanno fatto una ragione di vita, dobbiamo annoverare anche Margherita Sarfatti: il XX secolo – nel bene e nel male – porta i segni inconfondibili della sua cultura, delle sue intuizioni, delle sue passioni, dei suoi slanci.

One Response to "Margherita Sarfatti: La Regina dell’arte nell’Italia Fascista"

  1. Fritzpatrick   8 agosto 2016 at 20:58

    Finalmente un condiviso articolo

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