Enrico Toti: 100 anni fa moriva l’eroe per antonomasia

di Christian Francia  –

Enrico Toti mentre lancia la stampella contro il nemico
Enrico Toti compie l’ultimo gesto della sua vita

Sebbene la cultura classica ci abbia giustamente intriso dell’imperitura gloria riservata all’eroe troiano Ettore, nonché degli onori da tributare all’ingegno ineguagliabile di Ulisse, per me l’eroismo per antonomasia, quello paradigmatico al quale guardare con l’orgoglio di essere Italiani, è quello di Enrico Toti.

A 25 anni, mentre lavorava come fuochista presso le Ferrovie dello Stato, perse la gamba sinistra ed iniziò il suo mito. Nonostante la perdita del posto, la capacità di reazione di Enrico fu inimmaginabile: si dedicò con perseveranza all’attività sportiva di nuotatore e di ciclista, si applicò nell’elaborazione di sue invenzioni (come la bici modificata con un pedale soltanto), diventò viaggiatore percorrendo in bicicletta e con una sola gamba mezza Europa (dalla Francia alla Lapponia, dalla Polonia alla Russia), nonché un pezzo di Africa.

Il suo spirito di avventura trova la sua occasione allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ma le sue ripetute domande di arruolamento vengono ovviamente respinte. Indomito, Toti sale sulla sua bici e si reca al fronte in Friuli, laddove fa il volontario civile al seguito delle truppe.

Il suo impegno gli vale la stima dei bersaglieri ai quali dà manforte, tanto che fu proclamato egli stesso bersagliere e ricevette i gradi insieme all’elmetto piumato. Il 6 agosto del 1916 Enrico andò incontro alla gloria lanciandosi con il suo reparto contro le truppe nemiche austro-ungariche.

Cadde sul Carso crivellato dalle pallottole degli avversari, ma con un gesto eroico passato alla storia scagliò la stampella verso il nemico esclamando “Nun moro io!” (io non muoio!), appena prima di essere colpito a morte, ma facendo in tempo a baciare il piumetto dell’elmo.

Questo il racconto di un commilitone: “Venne subito l’ordine d’avanzare ed Enrico era tra i primi. Aveva percorso 50 metri quando una prima pallottola lo raggiunse. M’avvicinai mentre eravamo entrambi allo scoperto. Non ne volle sapere di ripararsi. Continuava a gettare bombe, e per far questo si doveva alzare da terra. Fu così che si prese una seconda pallottola al petto. Pensai che fosse morto. Mi feci sotto tirandolo per una gamba ma questi scalciò. Improvvisamente si risollevò sul busto e afferrata la gruccia la scagliò verso il nemico. Una pallottola, questa volta l’ultima, lo colpì in fronte.

Quel gesto immortale, geniale ed eroico nel senso più puro, quel sacrificio umano splendente e generoso quant’altri mai, quel gesto raffigurato sulla “Domenica del Corriere” poco più di un mese dopo la morte (una raffigurazione che entrerà negli occhi degli Italiani per rimanervi quale icona inarrivabile di coraggio), è e resta per me l’insegnamento più cristallino di cosa voglia dire donare se stessi.

E se ci si dona non ad un amore, non ad un figlio, ma alla Patria, per di più offrendo il petto (e giammai la schiena) alle pallottole, allora – a 100 anni da quel 6 agosto 1916 – sarà necessario tornare a riflettere su cosa significhi oggi per noi la parola Patria, di quali valori sia ancora depositaria, se abbia ancora un senso per le nostre coscienze oppure se sia il simulacro di un passato sepolto che non parla più a nessuno.

EnricoToti disegnato da Achille Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere del 24 settembre 1916
EnricoToti disegnato da Achille Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere del 24 settembre 1916

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