Alla scoperta di Bellante

Alla scoperta di Bellante

di Sergio Scacchia  –  paesaggioteramano.blogspot.it

La strada sale lentamente affrontando con ampie curve le alture a ridosso del lido di Giulianova. Siamo a circa diciotto chilometri da Teramo, nel territorio di Bellante e il vento porta quasi il respiro del mare.

Nell’aria frizzante del mattino, le narici percepiscono i profumi intensi della terra. In fondo, il Corno Grande sembra volersi affacciare sulle acque dell’Adriatico. Nel suo profilo, il grande D’Annunzio vide una splendida donna addormentata.

Davanti agli occhi un paesaggio collinare dolce e intensamente coltivato dall’uomo che, attraverso secoli di lavoro tenace, ha modificato l’ambiente creando la dominanza dei colori dell’olivo e del grano. Geografie minute che si legano alle vicende storiche di secoli, regalando momenti di laboriosità contadina nel segno di una cultura agreste millenaria.

Fermo l’auto per fotografare il paese visto dalla collina di fronte. Chiedo alle signore, che beatamente prendono il fresco sotto la veranda, di poter utilizzare il loro balcone. Rita e Maria Di Giovanni sono due donne gentilissime.“Qui ci conoscono tutti. Siamo quelle di Tupille” mi dicono orgogliose. Poi quando vedono comparire macchina fotografica e blocco per appunti il viso si apre ad un largo sorriso e una delle due sbotta: “mi raccomando, scriva che in questo paese si vive bene!”.

Il territorio di Bellante è il cuore della provincia di Teramo, in posizione erta e panoramica su di un colle. Basta affacciarsi dal suo belvedere a 350 metri di altezza, per godere di una vista stupenda sul Gran Sasso, i monti della Laga, la valle della Vibrata, il monte Ascensione sopra Ascoli Piceno nelle Marche, fino alle estreme propaggini dei Sibillini.

Questo è il caposaldo di una civiltà antica, misteriosa, sfuggente, luogo dove in epoche diverse e remote si sovrapposero e confusero gesta e tracce della gente italica del primo millennio.

Ti guardi intorno e capisci di essere risucchiato in un passato importante, respiri l’impalpabile magia di quello che è stato e di cui restano tracce sfumate nei numerosi reperti archeologici tra cui le famose due stele picene scritte in caratteri “osci” tipici delle popolazioni dei Sabini, Sanniti e degli Umbri.

In seguito, giunsero i Romani, si registrò la fine dell’Impero con le disastrose calate dei nomadi barbari del nord, dai Longobardi ai Goti, gli Unni fino all’era dei Franchi dopo Carlo Magno al tempo del fenomeno abitativo delle incastellazioni.

Bellante, allora, era feudo dei Signori dei Gualtieri e il borgo consisteva in un maniero militare di presidio e difesa, un castello baronale abitato dall’ambiziosa aristocrazia e le povere case in terra dei sudditi. Da allora le strade intorno furono calpestate da nobili condottieri e bagnate dal sangue di valorosi cavalieri.

Ancora oggi, tra le costruzioni moderne, si scorge l’impianto urbano a chiocciola tipico degli abitati medioevali con vie strette ed edifici caratteristici come la chiesa di Santa Maria. Una bella facciata, un portale rinascimentale, e l’interno anonimo in cui, però, vale la pena di vedere la bella tela dell’“Epifania” e le statue raffiguranti le “Virtù teologali”.

Mentre mi aggiro tra le strette vie del borgo antico mi imbatto nella bottega di un anziano artista molto singolare, Nicola Biondi. Nel suo regno, dal lontano 1950 tagliuzza migliaia di francobolli creando degli stupendi quanto originalissimi quadri di collages artistici. Mostra con orgoglio una serie di opere e poi una foto d’epoca del 1959 in cui è accanto al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.

Gli inquietanti ruderi del convento di Santa Maria della Lagryma sul Colle della Civita, oggi Borgo Martini Alfonso, fanno capire che anche qui gli abati hanno caratterizzato a lungo questo luogo. L’antico convento esisteva nel ’200 e ospitava anche il Beato Migliorato da Penne, custode dei maiali, noto per una serie di episodi leggendari che mi vengono raccontati da un anziano del luogo, tale Rocco.

Il mio interlocutore è un simpatico affabulatore, adorabile bugiardo che cerca di farmi bere che sono il primo a cui racconta queste storie. Parla di tesori celati ancora nel sottosuolo in mezzo ai ruderi, di storie inquietanti di streghe e diavoli.

Tra mille fole incredibili mi narra anche la verità sull’importanza di un secondo cenobio, questa volta benedettino, dedicato a Sant’Angelo a Marano, istituzione monacale tra le più importanti del territorio teramano per lunghi anni.

Il monastero fu depredato dai Signori di Troia che imperversarono fino alla metà del XV secolo, con prepotenze varie prima di cedere il territorio alla potente famiglia degli Acquaviva.

Oltre a spogliare dei paramenti sacri Sant’Angelo, per arricchire la piccola cappella all’interno del loro castello, questi prevaricatori sembra praticassero anche il barbaro diritto feudale dello “jus primae noctis” nei confronti delle vergini del borgo che intendevano convolare a nozze con il loro amato.

Decido di visitare anche il vicino borgo medioevale di Ripattoni. Qui la vita sembra scorrere come un tempo quando, nel X secolo, dettava legge il primo feudatario, Attone. Gli antichi palazzotti signorili sembrano condannati dal tempo e dall’incuria alla completa decadenza. Non abdica al ruolo di severo custode delle origini medioevali, l’imponente torre in centro paese.

Il silenzio è rotto da un corteo strombazzante di auto al seguito di un matrimonio che si celebra  nell’antica parrocchiale di Santa Maria in Herulis.

Seguo la polverosa comitiva e arriviamo tutti insieme davanti la minuscola chiesa, oggetto di un intervento architettonico che le ha restituito parte della sua originaria bellezza. Questo tempio campestre, ad unica navata, dalle notizie storiche incerte, è d’impianto romanico. Lo si denota soprattutto per una bella monofora e alcune colonne.

La chiesa, secondo gli scritti del Palma, era frequentata in epoche lontane dai servitori, gente umile i cosiddetti “eruli”. I padroni delle terre, come ricorda il mai dimenticato Rino Faranda in una delle sue pubblicazioni, seguivano le messe nell’aristocratica parrocchiale di San Silvestro, oggi Santa Giustina.

Tra i parenti in festa, riesco a fatica a soffermarmi sul romantico portico completamente rifatto, a tre ingressi, due ai lati, uno al centro. Nella cuspide che lo sormonta, un tempo faceva bella mostra di sé una Vergine con in braccio il Bambino stretto nelle fasce.

Vengo risucchiato dalla frotta di gente pronta ad entrare. All’interno, tratti di affreschi cinquecenteschi ricoperti da poco interessanti e successive pitture del ’700. Anticamente la chiesa era sicuramente tutta affrescata e questo rende l’idea della sua importanza artistica.

L’insieme è gradevole nonostante il tempio sia stato rimaneggiato da alcuni furti. Nell’ultimo trafugamento del 1979, scomparve una pregevole statua lignea della Madonna di fattura tardo trecentesca. C’è anche un bel soffitto con travi in legno.

Il presbiterio, un gradino più in alto del pavimento, è compreso in un arco a tutto sesto. Intorno, figure votive di piccoli putti, la Madonna del Carmine e santi a decorare tutto l’insieme. Gli sposi raggianti celebrano il loro “sì”. Sorrido e, in cuor mio, auguro loro una buona vita in due!

One Response to "Alla scoperta di Bellante"

  1. Elisabetta   20 ottobre 2016 at 23:54

    La statua rubata nel 1979 venne fatta ritrovare dai ladri dopo pochi anni e dopo essere stata restaurata è stata riconsegnata alla parrocchia nel 1986, Di solito viene posta nella nicchia sovrastante l’altare, non so perché nel giorno della sua visita non era presente

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