Moana Pozzi: Un’icona mistica e carnale

Moana Pozzi: Un’icona mistica e carnale

di Maria Cristina Marroni

Moana Pozzi. La Santa Peccatrice - a cura di Pippo Russo
La copertina del libro di Pippo Russo “Moana Pozzi. La Santa Peccatrice”

“Secondo me fare l’amore è una forma di meditazione”. Parole di Moana Pozzi, al secolo Anna Moana Rosa Pozzi, ovvero la Marilyn nazionale, la vera icona italiana della seconda metà del novecento, nel Paese più cattolico del mondo.

Marilyn Monroe, come tutti i miti, se ne andò presto a 36 anni, ma la sua immagine non smette di restarci negli occhi e nella mente, come la materializzazione dei sogni, dei desideri, della bellezza e dell’arte.

Moana, allo stesso modo, se n’è andata prestissimo a 33 anni, e la sua parabola pubblica è durata lo spazio di un mattino: appena otto anni dal 1986 al 1994. Pochissimi, eppure più che sufficienti per dare fuoco al bigottismo nazionale, ai tabù culturali, sociali e religiosi di un’Italia che si stava evolvendo attraverso le forche caudine dell’emancipazione sessuale.

È stata attrice e pornoattrice, showgirl, ma anche una politica, una scrittrice e una modella. Su di lei è imprescindibile il libro curato dal sempre acuto Pippo Russo, pubblicato dalle Edizioni Clichy, dal titolo: “Moana Pozzi. La Santa Peccatrice”.

A scanso di equivoci è bene dire subito che nel libro si parla ben poco di Moana, non perché l’autore vada fuori tema, bensì perché il materiale biografico riveste scarsa importanza nell’emersione del mito e nella creazione dell’icona.

Più che altro si tratta di un’analisi sociologica dell’Italia a cavallo fra gli anni ottanta e i novanta, cioè la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, periodo che coincise con il crollo della cosiddetta Prima Repubblica e con l’occupazione monumentale dell’immaginario erotico pubblico e privato da parte di Moana e della collega Cicciolina.

Nel 1986, all’età di 25 anni, Moana irrompe negli occhi e nelle menti degli italiani grazie al genio di Riccardo Schicchi, regista, produttore e fondatore dell’agenzia Diva Futura (anch’egli prematuramente scomparso):

– A febbraio, in uno spettacolo romano dove Moana debutta nelle esibizioni dal vivo, scattano denunce per atti osceni in luogo pubblico e oltraggio al comune senso del pudore;

– Nell’autunno dello stesso anno Moana giganteggia nella campagna pubblicitaria del settimanale porno “Men” che tappezza le città italiane di manifesti con la pornoattrice assoluta protagonista.

Moana fu per gli italiani “un segno di sfida alle loro pigrizie e doppiezze morali” e creò ben presto “una nuova devozione” attraverso la sua “presenza a un tempo mistica e carnale”.

Vista oggi, quella vera e propria epifania è la perfetta “allegoria dell’Italia che s’avviava verso l’apice del suo secondo boom economico, per poi virare in picchiata verso il declino”.

Moana Pozzi
Moana Pozzi

L’emersione del personaggio Moana rappresenta “la spinta a liberarsi da ogni pregiudizio verso la pornografia come declinazione del desiderio”. Fino ad allora la pornografia era un genere sotterraneo, legalmente consentito ma fatto oggetto di riprovazione morale. La scommessa fu di portarlo alla luce del sole “fino a renderlo una controcultura, cioè un sistema di valori e modelli di comportamento che scende nell’arena pubblica per sfidare i modelli culturali riconosciuti e affermare la propria legittimità”.

La “liberazione dei costumi e dei consumi sessuali” si realizza affermando pubblicamente “la dignità del porno come genere commerciale”, e in questo scenario Moana Pozzi rappresenta l’anello di congiunzione fra la depravazione, cioè a dire lo stigma sociale riservato alla pornografia, e la bellezza assoluta, calligrafica, paradigma della virtù.

“Si afferma l’idea che una diva bellissima, da mondo dello spettacolo istituzionale, possa scegliere il porno come campo dello spettacolo e dell’immagine in cui spendere la propria cifra estetica. Tanto più che Moana non ha una storia di disagio familiare (il padre è un ingegnere nucleare), ma è una figlia dell’alta borghesia che ha studiato dalle Suore Orsoline e ha fatto il Liceo dai Padri Scolopi.

Nel 1987 il porno italiano esce dal ghetto e ascende al rango di controcultura: Moana è il simbolo della nuova consapevolezza acquisita dall’hardcore nazionale attraverso i suoi primi film girati da Riccardo Schicchi, “Fantastica Moana” e “Moana, la bella di giorno”.

Quello stesso anno Cicciolina entra in Parlamento eletta alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Radicale di Marco Pannella (con un plebiscito di oltre 20.000 preferenze). Per la prima volta una pornostar diviene una rappresentante del popolo, sfondando un altro tabù: “Un balzo in avanti nel costume italiano, tale da far pensare che sia alle porte un tempo più permissivo in termini di morale e di libertà sessuale”.

Quello che fa di Moana un mito è la sua rinuncia volontaria ad una carriera televisiva e nello spettacolo nazionalpopolare, carriera ambitissima che le si era dischiusa da subito, per scegliere in piena coscienza la notorietà “segnata dallo stigma” del divismo erotico.

Per lei il porno diviene una vocazione che eleva “la politica del corpo e del suo uso a libertà radicale”. Nel dualismo fra rispettabilità e vizio, una giovane, bellissima, colta figlia della borghesia sceglie il vizio come mestiere, come grimaldello per scardinare la mentalità collettiva, impolverata e stanca, imbolsita da un benessere che ha anestetizzato le motivazioni e le spinte verso il progresso.

L’ascesa di Moana coincide perfettamente con la ricchezza ostentata, con il mito della “Milano da bere”, con l’Italia dell’“edonismo reaganiano” (come fu felicemente definita da Roberto D’Agostino nello show “Quelli della notte” inventato da Renzo Arbore): “Il Paese decide che è il momento della spensieratezza, e il costume nazionale si muove di conseguenza” declinando “il concetto di benessere come se fosse sinonimo dell’opulenza più spinta”.

Ma quell’ondata di liberazione dei costumi era destinata ben presto a rifluire nella risacca del perbenismo, di una Nazione che si riscoprì bacchettona, di tangentopoli, degli attentati di mafia, delle stragi di Falcone e Borsellino, delle TV commerciali di Berlusconi che erano state avanguardia di cultura liberale fino a quando sono divenute la grancassa di una politica finto-moderata che strinse un patto con le forze conservatrici.

E Moana svanì con la stessa velocità attraverso la quale aveva fatto irruzione nell’immaginario collettivo, portando via con sé un’epoca che oggi ci appare irripetibile, considerate le grame condizioni economico-culturali e politiche che siamo costretti a vivere nel tristissimo presente renziano.

Le notizie ufficiali dicono che sia morta il 15 settembre 1994 a causa di un carcinoma epatocellulare, ma come ogni icona che si rispetti la leggenda che sia ancora viva si è diffusa subito, perpetrando “il destino d’eternità di ogni mito moderno”.

Il tempo non ha offuscato la sua stella, che continua a brillare per ciò che ha rappresentato e per ciò che ancora rappresenta: il paradigma della donna giunonica che esibiva corpo e cervello, disinibita ma dalle doti intellettuali insospettabili per un’attrice scandalosa, aliena dal senso del pudore e spregiudicata nella sessualità esibita, conturbante e controversa, una ragazza che mandò in subbuglio un Paese puritano e beghino, conducendo per mano il cinema a luci rosse fuori dal ghetto e conquistandosi la meritata fama di simbolo definitivo della liberazione sessuale.

Moana ha incarnato l’ambiguità, la trasgressione, la provocazione, e ne ha fatto naturalezza e stile, finanche filosofia (come suggerisce il titolo di un suo libro del 1991, “La filosofia di Moana”): la sua frase “L’oscenità è sublime” echeggia chiaramente Carmelo Bene, ma non meno graffiante è quest’altra: “la pornografia è la rappresentazione dei nostri sogni più intimi, dei desideri più segreti”.

Tinto Brass, da esperto del ramo, ha saputo ricordarla con parole calzanti: “Moana era proprio una Casta Diva, aveva un disincanto soave, olimpico e quel sorriso ironico e sornione della Monnalisa. Aveva una sessualità pagana, trasmetteva gioia e liberazione, aveva qualcosa di misterioso: era la sublimazione della sessualità senza censurarla.

marroni
Maria Cristina Marroni

Morire giovani è una tragedia e al contempo una fortuna se si è lasciato un segno, un graffio, un’impronta, e Moana come una strega sembrava conoscere il proprio destino: “Il sesso è come la droga, non si riesce a smettere e la vita non ci promette l’eternità in cambio di precauzioni. Io magari morirò prima di altri, ma mi sarò divertita molto di più”.

Ecco, si può essere certi che si sia divertita molto di più, anche perché quel suo sorriso enigmatico e soddisfatto non riusciamo proprio a togliercelo dalla mente.

One Response to "Moana Pozzi: Un’icona mistica e carnale"

  1. Laura   26 luglio 2016 at 20:44

    ❤️

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