Il tesoro sconosciuto di Cugnoli

Il tesoro sconosciuto di Cugnoli

di Sergio Scacchia – paesaggioteramano.blogspot.it

“Antica è la strada che conduce alla conoscenza”. Ero piccolo quando mio nonno pronunciava questa frase, dopo avermi raccontato l’ennesima storia fantastica partorita dalla sua fervida mente. Le fole del buon vecchio avevano il potere di rendermi inquieto. Dopo il racconto, mentre il cielo imbruniva, i luoghi che mi erano familiari sembravano trasfigurare di colpo: oscuri, ignoti, ostili. Una strana paura mi saliva alla gola. Credevo che esseri infernali dimorassero fuori dalla porta, in attesa di poter entrare e ghermirmi.

Il fruscio delle foglie al vento non era musica, ma sussurri di malintenzionati, e i disegni della carta da parati sul muro – nel chiarore che filtrava dalle finestre – sembravano facce orrende. Riuscivo ad addormentarmi solo pensando a luoghi idilliaci, a piccoli paradisi con verde ovunque e pace. Proprio come queste colline che ora ho davanti agli occhi!

L’estate della campagna pescarese è qualcosa di incantevole. Lontano da grigliate, assembramenti e motori, tutto si immerge in un silenzio rotto qui e là dallo scampanio di sparuti greggi che puntellano le piccole alture verdi e il fondovalle di coltivi, uliveti e piccoli casali isolati.

Lo senti, quando il vento soffia dal vicino Adriatico, il respiro della terra. Nell’aria frizzante del mattino le mie narici stanno percependo l’umore asprigno e dolciastro che poche terre come l’Abruzzo sanno emanare.

Sono molti i borghi, i minuscoli abitati, ognuno dei quali sarebbe da raccontare con dovizia di particolari: Moscufo, Loreto Aprutino, Brittoli, Nocciano, Pietranico e Alanno dove ci sono i migliori esempi di barocco abruzzese. Sono tutti centri, seppur piccoli, in grado di sorprendere il visitatore con i loro tesori.

In qualcuno di questi minuscoli abitati le mani dell’uomo hanno saputo preservare, in altri purtroppo la sapienza del paesaggio non si è perpetuata nel tempo e l’armonia delle testimonianze artistiche e monumentali si sono perse, insieme al silenzio della campagna.

Su di un colle ameno, affacciato sulla piccola e assolata valle detta del Cigno, c’è lo sconosciuto paese fortificato di Cugnoli. Siamo a poco meno di quattrocento metri di altezza e qui dimorano circa millecinquecento anime di Cugnolesi che da sempre sono vissuti in paese.

Certo, dell’antica cinta di mura e degli ulteriori muraglioni difensivi su cui poggiavano le antiche case è rimasto ben poco, ma l’atmosfera del tempo che fu è ancora palpabile. Saranno forse i palazzotti gentilizi del quattrocento e del cinquecento, scampati miracolosamente alla distruzione, a dare ancora stimoli storici al visitatore. Qui è di casa la laboriosità contadina e la cultura agreste millenaria.

Al mio arrivo trovo seduto, ai tavolini fuori il bar, un signore in età avanzata. Ha l’aria svagata tipo Mr. Bean. All’interno del locale un anziano dormicchia e un altro è intento a leggere il quotidiano. L’uomo rimane interdetto quando chiedo dove è possibile ammirare il meraviglioso ambone di cui tutte le guide d’arte parlano.

Quest’opera è l’ultima indimenticabile creazione dello scultore Nicodemo che dal 1100 in poi imperversò con la sua arte in tutto l’Abruzzo, creando i capolavori forse più conosciuti custoditi a Santa Maria al Lago di Moscufo e Santa Maria in Valle Porclaneta presso Rosciolo.

Il manufatto è un pregevole pezzo della scultura abruzzese nel romanico. Fu quello un periodo che generò opere di grande pregio e diverse botteghe d’arte regalarono tesori immortali all’Abruzzo. Fra questi, da non dimenticare il fantastico ciborio di San Clemente al Vomano, molto vicino a Teramo.

Mi accorgo che il mio interlocutore non ha assolutamente idea di cosa sia un ambone. Per fortuna sa darmi l’indicazione per la chiesa parrocchiale anche se aggiunge “sa, io sono un credente ma frequento poco …”.

La viuzza antica che mi porta a Santo Stefano Martire è caratteristica, tra piccoli balconi con panni stesi e fiori sui davanzali. Raggiungo la chiesa del XIII secolo, posta in una minuscola piazza e subito ho una delusione.

La facciata anonima è intonacata alla ben meglio con una finestra e un portale non certo indimenticabili. Forse è interessante lo stemma cinquecentesco e la piccola lastra in pietra decorata da un bassorilievo raffigurante il toro alato, simbolo dell’evangelista Luca che è sicuramente posteriore di poco all’edificazione del tempio.

Anche l’interno, in stile barocco, impallidisce davanti ai vicini oratori di Pietranico e Alanno. Le decorazioni a stucco sono pesanti e modeste. Ma l’ambone, posto in prossimità del presbiterio, sulla sinistra, riempie di luce tutto l’ambiente.

Davvero l’arte è l’ombra di Dio sulla terra, penso. Per contemplare la bellezza ci vuole coraggio e amore. È come vertigine, acqua fredda di montagna che purifica l’incontro con l’Onnipotente.

L’opera risulta completamente estranea a tutto l’ambiente. Direi forse che la chiesa risulta estranea all’opera che starebbe bene in solitudine, messa per conto proprio a disposizione di chi voglia ammirarla. Il parroco che incontro dopo qualche minuto conferma la mia impressione. L’opera, mi svela, era stata concepita per un’altra chiesa oggi scomparsa, poi fu portata in questo tempio, nato a posteriori.

Molti i temi trattati nelle sculture lavorate per arricchire l’ambone: le imprese del re Davide, la bellezza di Dio attraverso i fiori, i misteriosi intrecci arborei o le strane forme geometriche che imprigionano l’uomo nel peccato e le fantastiche creature mezzo uomo e mezzo animale.

Tutti gli altri piccoli capolavori custoditi nella chiesa passano in secondo piano davanti a questo ambone superbo, ma sono comunque da ammirare, come la scultura in legno dell’Annunciazione, la piccola statua in terracotta del Madonna con Bimbo del XV secolo o le pitture non eccelse ma comunque di buona fattura, realizzate da artisti di una bottega che operava nella zona all’inizio del Settecento.

Mi fermo anche nella chiesa della Madonna del Carmine, prima di arrivare al castello da cui si ammira la vallata in tutta la sua bellezza. Trovo delicato il quadretto in cui, sulla soglia di casa, la donna sta dedicandosi al ricamo e ai merletti, vanto del paese. Peccato che mi venga impedita una foto.

Sono contento, è valsa la pena salire fin quassù per ammirare bei panorami sulla vicina Majella e questo capolavoro medievale che riempie occhi e anima. Decido di mangiarmi una cinquantina di arrosticini per poi terminare la giornata dedicandomi alla natura, salendo fino al valico di Forca di Penne.

Arrivare a Cugnoli? Semplice:

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Roma, prendere l’autostrada A 25, uscire a Scafa/Alanno, proseguire per Alanno percorrendo la SP 40, continuare sulla SP 49 seguendo indicazioni per Cugnoli.

Da Pescara; Prendere l’autostrada A 25 per Roma, uscire a Scafa/Alanno e proseguire per Alanno percorrendo la SP 40, continuare sulla SP 49 seguendo indicazioni per Cugnoli.

Io ho mangiato bene nella fattoria di Maria Donata dove la signora Stefania cucina da Dio! Cercatela, è in via Cesura, sempre a Cugnoli. Un agriturismo dove dormire beati! Fatevi cucinare la pasta e fagioli come la si faceva un tempo!

2 Responses to "Il tesoro sconosciuto di Cugnoli"

  1. Remo   26 luglio 2016 at 16:00

    Ringrazio l’amico Sergio Scacchia e mi complimento per la suggestiva scrittura.

  2. Anonimo   10 dicembre 2016 at 16:12

    da vecchio Cugnolese ho gustato le immagini e le parole. Ma che penna raffinata ha Scacchia.

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