Teramo-Campli-Civitella a piedi: Il trekking sotto casa

Teramo-Campli-Civitella a piedi: Il trekking sotto casa

di Sergio Scacchia – paesaggioteramano.blogspt.it

L’idea di un bel trekking che parte dalla città di Teramo, me la diede il mio amico Giuliano Bernardi, faccia scolpita con l’accetta e cotta dal sole. A sessant’anni suonati, ogni giorno che il buon Dio regala, accumula quanti più chilometri può a piedi.

Lo incontrai mentre grondava sudore e marciava come di consueto. La bocca aperta a portare più ossigeno ai polmoni, le guance scavate e la pelle tirata. La testa nuda, lucida, bagnata, che appare più grande di quello che è. Gli occhi duri, puntati dritti. Era un piacere guardarlo. Le braccia compivano movimenti ampi e lenti. Le gambe pendolavano, avanti e indietro con i quadricipiti che si gonfiavano a dare leggerezza al corpo.

Era stato a Campli partendo dal lungofiume di Teramo. Oltre dieci chilometri, passo più, passo meno. “Amico mio – mi disse – la nostra città offre percorsi collinari di rara bellezza e pochi ne usufruiscono”.

Scoprii, tempo dopo, che un’associazione l’ASD Angeli dal 2010 organizza ogni anno, in occasione della festa della mamma, una passeggiata da Campli a Teramo, con l’intento di far scoprire ai teramani, un antico percorso, arteria importante di comunicazione tra i popoli del nord Italia e quelli centrali. Lo storico itinerario prosegue oltre Campli percorrendo la sommità delle tondeggianti colline per raggiungere Civitella del Tronto, quindi si inoltra di là dai confini del Regno, verso Ascoli Piceno.

Io, con il mio zaino, partendo da Teramo, sono sceso in un’alba di giugno al Ponte degli Impiccati. Il manufatto ha questo nome spaventoso che evoca momenti storici bui e tempestosi. Conosciuto dai teramani come “lu ponte degli Impisi” cioè gli appesi, queste quattro pietre scampate ai disastri dell’uomo e della natura, risalgono al XII secolo o giù di lì. Da qui, fino agli inizi dell’800, passavano i condannati a morte per impiccagione e ghigliottina reclusi nelle carceri della Teramo di allora, ubicate nell’ex convento di Sant’Agostino.

Il pezzo dell’arcata del ponte che ha resistito al tempo, già seminterrato, scomparve oltre trent’anni fa, inghiottito da improvvidi interramenti, durante la realizzazione del Piazzale San Francesco.

Si pensava a un veloce recupero e a un progetto che determinasse una passeggiata culturale lungo fiume, attraverso emergenze storiche come il vecchio Tiro a Segno in stile liberty, la Fonte della Noce che ricorda il passaggio della Regina Giovanna in città e la riqualificazione definitiva dell’antica Borgata Vezzola.

Oggi oltre all’abbandono, un pezzo importante della storia di Teramo è preda di cani randagi che, attraverso una passerella improvvisata, entrano all’interno dell’impalcatura arrugginita che protegge il ponte dalle sterpaglie, utilizzando il luogo come ricovero. I botoli inselvatichiti ringhiano ai cittadini che dal Parco fluviale passano davanti ai resti risalendo verso Circonvallazione Ragusa.

Chissà cosa penserebbe il compianto giornalista Fernando Aurini. In un Messaggero del 1992, scrisse del più famoso boia del ponte degli Impiccati, tale Antonio Cesarini detto “Mastro Antonio”. Raccontò di rime scritte da Francesco Gaspari, detto il poeta Caracoccia, lontano antenato del famoso giornalista Rai Gianni Gaspari, il quale, rinchiuso nelle carceri di Sant’Agostino, perché giacobino, illustrò nei suoi scritti la ghigliottina.

Questo strumento di morte dalla Rivoluzione francese rimase in uso a Teramo fino al novembre 1889, data di esecuzione dell’ultima condanna a morte. Nell’articolo, il concittadino parlava anche dell’altarino con il dipinto a olio su tavola di fine settecento, raffigurante i patroni della nostra città, San Berardo e la Madonna delle Grazie. Il quadro, realizzato a suffragio delle anime dei condannati alla forca, giace oggi in qualche deposito comunale.

Certo è che i resti pretenderebbero una considerazione diversa, una più attenta manutenzione e studi che permettano di poter riscoprire il vecchio tracciato d’accesso alla città di Interamnia. Mi sento baldanzoso come mi accade ad ogni inizio di trekking. Le gambe flettono e sobbalzano agili, tamburellanti sulla terra. Sembrano voler procedere con la tenacia di una locomotiva, con la leggiadria di un nibbio. Macino metri e il guscio del mio corpo si confonde quasi con il respiro del vento che gonfia gli alberi.

Sono come il cavaliere della nota poesia di Edgar Allan Poe che “andava adorno e fiero nel giorno e nella tenebra in viaggio, intrepido a cercar d’Eldorado sempre errante!”. Spero non abbiate creduto troppo a questa descrizione che non mi appartiene. Io ad ogni escursione sono stanco dall’inizio, sempre.

Lasciata alle spalle la fantastica cartolina di un Gran Sasso che spunta tra le nebbie, raccontando migliaia di anni di storia geologica, seguo una traccia che penetra nella macchia fluviale, risalgo il lungofiume del Parco del Vezzola percorrendo la pista ciclopedonale fino al medievale Ponte degli Stucchi, posto sul greto del corso d’acqua. L’opera, oggi in abbandono, era un passaggio cruciale per chi anticamente voleva raggiungere Ascoli Piceno, grande direttrice di una Strada Reale che il Palma ipotizzava collegasse Teramo e Bellante attraverso la collina di Scapriano, a Ponte Vezzola. Sono nel punto di confluenza delle acque del torrente che scende da Vena a Corvo.

Se continuassi lungo il greto del fiume, troverei un ambiente selvaggio con affluenti che formano suggestivi canyon. Arriverei nella Piana Dèlfico, così denominata per essere stata una delle tante proprietà di questa agiata famiglia di Teramo. Deviando in alto visiterei il paese di Castagneto, arrivando in montagna attraverso Ioanella, Poggio Valle, il paese abbandonato di Valle Piola e Acquaratola.

Un’erta, di circa cento metri, invece mi conduce al piazzale del Palazzetto dello Sport. Proseguo sulla stradina secondaria asfaltata, alternativa a quella principale per attraversare il piccolo abitato di Scapriano. Sembra di essere nel deserto. Le abitazioni e i suoi abitanti sono sprofondati in una atmosfera pigra e solo due tizi discorrono nei pressi della fontana in piazzetta. Uno di essi, seduto sul gradino di un basamento, rampogna il governo reo di far crescere tasse come funghi.

Salendo ancora costeggio la chiesetta di San Martino restaurata grazie all’interessamento di un’associazione locale. In breve raggiungo la strada principale, con traffico scarsissimo, guadagnando la sommità della collina. Da qui scopro un panorama, amici miei, inenarrabile. Un vero spettacolo mozzafiato: il mare Adriatico, i Monti Gemelli, la catena del Gran Sasso, la roccaforte di Civitella.

Tendo a lungo in avanti le braccia prigioniere degli spallacci dello zaino, aprendo e chiudendo le mani per riattivare la circolazione in fase critica. La borsa con gli obiettivi, ondeggia ai miei passi e il peso dell’armadio che porto dietro con sopra il sacco a pelo, crea l’effetto pendolo che costringe a camminare piegati in avanti come se si stesse partecipando alla campagna di Russia.

Mentre medito sul pensiero ossessivo di essere ormai vecchio per queste cose, inizio una discesa dapprima morbida poi ripida lasciando la strada principale per inoltrarmi su una stradina bianca. Raggiunto il greto del torrente Siccagno che costeggia l’abitato di Campli, risalgo la scalinata trovandomi proprio di fronte alla celebre Scala Santa e ai suoi ventotto gradini in legno di quercia da scalare in ginocchio per lucrare l’indulgenza.

Ventotto come i gradini di accesso al pretorio di Ponzio Pilato, sul quale camminò Gesù all’inizio del suo calvario. Pare impossibile che un paese di campagna, ospitante poche centinaia di abitanti abbia un passato così illustre, una storia opulenta, un così notevole numero di pregevoli opere d’arte: Santa Maria in Platea, chiesa madre che prende il nome dalla statua della Madonna con Bimbo, collocata nella nicchia sopra il portale, la chiesa della Misericordia, uno dei primi ospedali d’Abruzzo per indigenti, quella di San Francesco, San Paolo o il convento francescano di San Bernardino, fondato nel 1449 da San Giovanni da Capestrano, guerriero di Dio.

C’è poi San Giovanni Battista, nel quartiere medievale di Castelnuovo, due musei, uno archeologico e uno di arte sacra e, infine la Scala Santa, appunto.

Correva il 21 gennaio del 1772, quando Papa Clemente XVI attribuì tale privilegio alla città. Da allora, il credente ancora oggi sale a fatica le scale per arrivare al “Sancta Sanctorum” che libera il penitente dai peccati. Purificato, il fedele scende in piedi accompagnato dalle scene gioiose della Resurrezione ai lati del muro.

Data l’ora vicina al pranzo voglio dar lustro alla tradizione gastronomica del paese che, dal 1964 s’identifica con la sagra della Porchetta Italica, manifestazione citata nelle più grandi pubblicazioni degli esperti di arte culinaria, entrata nell’immaginario collettivo delle migliori tradizioni culturali e folcloristiche della nostra terra.

L’evento non è eccessivo definirlo “archeologia culinaria”, vero monumento al gusto. Un appuntamento estivo tra i più importanti non solo nel cartellone delle manifestazioni provinciali e regionali, ma di tutt’Italia, secondo solo a sagre dal sapore internazionale. Il rapporto fra i camplesi e il maiale è sempre stato profondo.

Nicolino Farina, storico, autore fra l’altro di un bellissimo libro guida sulla cittadina farnese, ricorda che il fiume Castellano che scorre nel cuore dei Monti della Laga, in antichità era chiamato dai Romani “Trans Suinum”, dalla sua corruzione deriva il toponimo di Castel Trosino e che le località vicine, ai margini delle zone boschive delle Montagne Gemelle, fino a qualche anno fa erano rinomate ovunque per l’allevamento dei maiali che scorrazzavano liberi nei boschi. Carni toniche e saporite da bestie sempre in movimento particolarmente indicate, continua il Farina, per essere trasformate in croccanti e fumanti porchette.

L’antica “Campulum” continua a custodire gelosamente le sue origini curando la scelta dell’animale, la sua salatura, l’aromatizzazione e la cottura nel forno rigorosamente a legna, con metodi millenari tramandati da padre in figlio e ricordando i tanti artisti del gusto che hanno contribuito negli anni a rendere salda la tradizione, i grandi maestri macellai come Salvatore e Gigino Meloni o la famiglia storica dei Ricci.

I due panini, dico due, che divoro seduto nella bella piazza Farnese mi restituiscono forza e coraggio per continuare il cammino. Dopo essermi rifornito di qualche provvista per il viaggio, proseguo verso Civitella del Tronto e la fortezza borbonica, attraversando il greto di un torrente in direzione del convento di San Bernardino che la gente del luogo chiama per l’appunto “San Bernardino oltre la fiumata”. La cinta del convento presidia il lato a monte della strada. L’edificio che dovrebbe essere in ristrutturazione per ospitare le suore benedettine, mi pare ancora in disuso.

Appena fuori il borgo d’arte, m’imbatto in una lunga cicatrice chiara. È una cava. L’ultima volta che sono passato di qua, questa ferita della terra procurata dall’uomo che cerca di sfruttare il suolo a più non posso, rifletteva un timido raggio di sole. Il dardo luminoso cercava di bucare la nebbia che ristagnava nella valle. Per me le cave, non so come la pensiate, sono delle pustole infette nel corpo del territorio che rubano frammenti di vita. Non mi sono simpatiche, cambiano il paesaggio, anzi diventano in maniera subdola il paesaggio stesso. È l’espressione istrionica e camaleontica di una distruzione ambigua che si nasconde dietro ad una attività.

Certo, non biasimo ferocemente chi ha bisogno di lavorare ma agli esperti di ghiaia, sabbia o pietrisco, vorrei chiedere di trovare una soluzione alle oltre diecimila cave dismesse o alle circa seimila attive che, secondo Legambiente, martoriano il povero territorio dello Stivale. Sono le cave che, secondo me, contribuiscono a modellare negativamente marne e arenarie degli Appennini. La montagna è sempre in movimento sotto i nostri piedi. Nel teramano, alcuni paesi galleggiano su frane dormienti. Non a caso, anche nella frequentatissima Roseto degli Abruzzi, in riva all’Adriatico, a volte viene giù tutto semplicemente in qualche ora di pioggia.

La terra ci avverte sempre, prima di sciogliersi e seppellire tutto sotto il suo manto grigio e uniforme. Solo che noi, con la nostra protervia, ignoriamo i segnali e crediamo di essere immuni da catastrofi. Geologi, agronomi, studiosi, tutti a minimizzare e poi, i semplici, i contadini a piangere subito dopo un disastro.

Andando spesso per mulattiere nelle montagne gemelle e poi nella Laga, mi pare che i paesi soffrano le vertigini, non per l’altezza, ma perché spesso sono aggrappati al nulla, su pendii scoscesi. Quando scende acqua a volontà non ti resta che incrociare le braccia sul petto a formare una croce e abbracciare nel silenzio tutta la vita affidandosi al Dio che abita anche in quei luoghi.

Risalendo sulla sommità della collina, oltre i grappoli di ginestre a far ala al tracciato, mi trovo a sinistra la Piana di Campovalano con i suoi scavi archeologici delle tombe degli antichi Piceni e la chiesa di San Pietro.

Dietro di me, oltre gli uliveti, c’è lo sperone che ospita il minuscolo abitato di Nocella, con la sua torre dall’orologio a una sola lancetta. Un tempo era famoso per le produzioni artigianali di statuine votive e terrecotte di uso quotidiano di artigianato evoluto, oggi è conosciuto per le gustose storie di rivalità con i vicini camplesi.

A destra il mare Adriatico in lontananza, davanti la possente Civitella del Tronto abbarbicata sul suo sperone e sotto il convento di Santa Maria dei Lumi. La catena del Gran Sasso termina il mio cono ottico lungo la strada bianca dalla polvere antica, regalando un panorama impagabile. Per fortuna mia moglie mi attende con la macchina, proprio davanti al convento.

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