Presidenza del Ruzzo: Dodo ha ragione da vendere quando chiede la testa di Forlini (nella desolante logica spartitoria che ha sbranato Teramo)

Presidenza del Ruzzo: Dodo ha ragione da vendere quando chiede la testa di Forlini (nella desolante logica spartitoria che ha sbranato Teramo)

di Christian Francia  –

Piero Chiara - la spartizione (DODO)
La copertina di un vecchio libro di Piero Chiara su Dodo Di Sabatino

Un plauso a Dodo Di Sabatino per aver gettato la maschera. Leggete le sue parole: “Il mio gruppo non può continuare a puntellare la maggioranza senza ricevere nulla in cambio”. Più chiaro di così! Il capobastoncino di quell’accozzaglia maleodorante chiamata “Teramo soprattutto” (che annovera tre consiglieri comunali) invia l’ultimatum a Brucchi con indicazione precisa della poltrona che pretende di occupare: “Voglio Di Lucanardo al Ruzzo”.

Giancarlo Di Lucanardo è un ex sindaco di Cortino nonché ex presidente dell’ATO, ma “soprattutto” è un candidato consigliere comunale presentatosi con la lista di Dodo alle elezioni del 2014, laddove ha ottenuto 112 voti di preferenza.

Quindi Dodo, molto chiaramente e senza gli infingimenti che gli sono consueti, chiede che alla sua ciurma venga dato un osso da spolpare, altrimenti i suoi marinai minaccerebbero l’ammutinamento, determinando la caduta della maggioranza centrodestroide.

Brucchi ha tentato di barattare la presidenza del Ruzzo con quella della Te.Am., ma sembra che l’alternativa non interessi in quanto Dodo ha un altro socio politico, Giacomino Di Pietro, a sua volta ex presidente del Ruzzo, per cui la richiesta è precisa e non fungibile con altri surrogati.

Di Sabatino (per gli amici LGTB: “Martina”) è molto seccato per essere stato costretto a formalizzare al sindaco la richiesta spartitoria (che ha provocato una grandine di scandalizzate proteste): “Abbiamo fatto la nostra parte per la riorganizzazione della squadra di governo, mi sembra evidente che siamo gli azionisti di maggioranza di questa amministrazione senza avere membri nel CdA del Comune. Ora però laddove ci sono dividendi, non vedo perché l’azionista di maggioranza non debba beneficiarne e rinunciare a una persona degna in un CdA come Di Lucanardo alla presidenza del Ruzzo”.

Traduzione: Senza di noi Brucchi starebbe già a casa e il Comune di Teramo sarebbe commissariato, per cui – non avendo ricevuto nemmeno un assessorato – appare necessario che il prossimo 16 luglio il Ruzzo elegga un nuovo presidente targato “Dodo soprattutto”.

Ma Di Sabatino ha voluto essere estremamente chiaro: “Non possiamo pensare di restare in questa maggioranza senza poter dire la nostra e di certo non ci conviene rimanere per condividere solo le perdite”.

Traduzione: Se non otterremo la presidenza del Ruzzo non rimarremo un giorno di più in maggioranza e per il centrodestra sarà la fine ingloriosa dopo dodici anni di stupri continuativi alla città.

Il sindaco sgrana il rosario sperando che la sete di Dodo si plachi con la presidenza della Te.Am., perché purtroppo il grosso della sua maggioranza (vedi i consiglieri gattiani) fa il tifo affinché rimanga Antonio Forlini alla presidenza del Ruzzo.

Direi che l’assemblea dei sindaci del Ruzzo, fissata al 16 luglio, e il successivo consiglio comunale di fine luglio rappresentino le ennesime forche caudine di Brucchi, anche perché oltre al malpancista gattiano Alfredo Caccioni c’è un altro malpancista gattiano che abbisogna di amorevoli cure: Vincenzo Falasca.

L’affascinante Vincenzo ha osato sparare sul suo padrino/padrone politico: “In questa maggioranza 12 consiglieri su 18 sono espressione di liste civiche. Eppure vedo poco civismo e tante spartizioni che hanno il sapore delle vecchie logiche di partito. A me da consigliere civico non interessa rifondare il centrodestra piuttosto che il centrosinistra”.

Il riferimento è a Paolo Gatti che pochi giorni prima ha dichiarato di voler rifondare il centrodestra. Per cui apprendiamo che Falasca non abbia nessuna intenzione di seguire il suo capobastone (almeno fino a quando non abbia a sua volta ottenuto il giusto ristoro politico per i suoi servigi).

In ogni caso, qualcuno lo avverta che lui non è affatto un consigliere civico, bensì di Forza Italia, il partito del suo padrone. E se il suo padrone dovesse tornare di nuovo nei post-fascisti di Fratelli d’Italia, Falasca sarebbe di FdI. E se il suo padrone dovesse confluire nella Lega Nord, Falasca diverrebbe della Lega Nord. E se il suo padrone dovesse andare nel paese dei Balocchi, pure Falasca andrebbe nel paese dei Balocchi. Perché non è consentito far parte per anni di una coalizione di centrodestra e poi vantarsi di essere civici, altrimenti di diventa dei quaquaraquà.

Falasca ha fatto per cinque anni l’assessore di partito nel centrodestra alla Provincia di Teramo, per poi confluire in “Futuro In” che è una lista padronale formata dai più squallidi dei forza italioti, cioè quelli che si vergognano di definirsi berlusconiani pur avendo sempre votato Berlusca. Una lista che al servilismo berlusconiano ha aggiunto il servilismo nei confronti di Paolo Gatti, dimostrando di essere schiavi dediti volontariamente al culto dei padroni.

Ragion per cui sarebbe meglio che Falasca la facesse finita con gli infingimenti e dicesse subito quale osso pretende per starsi zitto. Del resto, quando tutto va a ramengo ciascun consigliere alza la posta delle proprie pretese per mantenere a galla la barca, quindi il magico Brucchi deve rattoppare ogni giorno una falla mentre la nave affonda (e ad annegare sono i cittadini, mica i malpancisti).

È sorprendente che a prendere posizione contro Dodo non sia stata l’opposizione, bensì i sodali di coalizione come Paolo Tancredi, il quale è incazzatissimo perché non conta più nulla e nessuno passa da lui per concordare azioni e strategie, nemmeno chi – come Dodo – era revisore nella defunta Banca di Tancredi (ehm, volevo dire “di Teramo”).

Persino i dalmati hanno perso l’occasione di tacere e Angelo Puglia si è avventurato nell’ennesima brutta figura: “Questa maggioranza sta andando avanti su criteri che non hanno nulla a che vedere con il bene della città ma con il mercato delle vacche. Noi civici nel documento presentato al tavolo politico avevamo chiesto proprio un tavolo di monitoraggio sulle partecipate. Evidentemente le logiche di spartizione hanno prevalso.

Come? Proprio Puglia parla di mercato delle vacche, lui che si è fatto assumere in Regione Abruzzo dal suo capobastone Mauro Di Dalmazio per riuscire a raggranellare uno stipendio (dopo aver perso quello da presidente del consiglio comunale)? È davvero troppo. Puglia stia zitto per sempre perché i suoi giudizi – non essendo liberi – non meritano ascolto nella pubblica opinione. E si vergogni.

È comunque un fatto che la spartizione di incarichi e poltrone sia l’unico collante della maggioranza più agghiacciante della storia teramana, pur tuttavia Dodo questa volta ha ragione da vendere per un motivo fondamentale e cioè che anche l’attuale presidente Antonio Forlini è figlio legittimo della logica spartitoria.

1) Nessuno dimentichi che Forlini non è nato sotto al cavolo, bensì è passato attraverso una candidatura alle elezioni politiche del 2013 sotto le insegne di Mario Monti (l’infame ex presidente del consiglio che ha affamato l’Italia senza mai essere stato eletto da nessuno, colui che ha fatto cento salassi ai portafogli degli italiani, primo fra i quali la famigerata Legge Fornero).

Antonio Forlini scrisse candidamente nella sua scheda di presentazione: Ho deciso di candidarmi con la Lista Scelta Civica per Monti perché ritengo che sia finito il tempo dei lamenti e degli indugi e che ci si debba impegnare in prima persona a fianco di chi ha idee, carisma e competenze per riportare l’Italia al rango che merita.

Scheda candidatura Antonio Forlini con Scelta Civica
La scheda della candidatura di Antonio Forlini per “Scelta Civica”

I voti raggranellati da Forlini contribuirono a far eleggere il portatore sano di idee, il politico carismatico, il genio delle competenze, ovvero il disonorevole Giulio Cesare Sottanelli che da tre anni bivacca alla Camera dei Deputati ed ha riportato la provincia teramana al rango che merita, cioè all’uso indiscriminato dello “scht” (esempio: “queschto noschtro paese”).

Ma non è certo questa la colpa principale di Forlini, bensì soltanto la spia della sua nomina di matrice spartitoria, al pari di quanto pretende oggi Dodo.

2) Il capobastoncino Di Sabatino sottolinea quale motivo di discredito per Forlini la circostanza che il presidente del Ruzzo abbia sconsideratamente rinunciato alla certificazione volontaria del bilancio, la quale “è un elemento di garanzia e credibilità per le banche, e per una società indebitata come il Ruzzo non mi sembra questione da poco conto”.

Dodo potrebbe anche aver ragione nel merito, ma la sua credibilità come tecnico di bilanci è svanita nel momento del fallimento della Banca di Teramo, di cui egli era revisore senza che mai sia emersa una sua formale contrarietà alle gestioni tancrediane. Sarebbe opportuno che Dodo taccia per sempre in materia di bilanci. Si limiti a pretendere le poltrone che desidera, sperando che la gente si svegli ed inizi a schifarsi di lui, riempiendolo di spunti ogni volta che lo incontra per strada.

3) Quanto a Forlini, le sue colpe principali sono altre e non sono mai state emendate durante la sua presidenza del Ruzzo.

Noi di Teramo 3.0 denunciammo già nel dicembre 2013 l’inopportunità della nomina di Forlini e ne chiedemmo inascoltati le dimissioni (http://www.ilfattoteramano.com/2013/12/25/crac-tercas-forlini-reoconfesso-teramo-3-0-chiede-le-immediate-dimissioni-dal-ruzzo/).

Forlini, per chi non ha memoria corta, fu uno dei protagonisti del crac della Banca Tercas che ha creato una voragine finanziaria di dimensioni mai viste alle nostre latitudini (da 650 milioni al miliardo di euro). Le correlate indagini penali hanno ipotizzato il volontario prosciugamento dei fondi della banca per favorire alcuni imprenditori e soci in affari, per cui i PM hanno formulato accuse gravissime per le quali in America si sconta l’ergastolo: associazione per delinquere finalizzata all’ostacolo delle funzioni di vigilanza, appropriazione indebita,  bancarotta fraudolenta e riciclaggio.

L’inchiesta penale ha coinvolto gli ex componenti del CdA Tercas, fra i quali l’attuale presidente della Ruzzo S.p.A. Antonio Forlini, indagato insieme ad altri 28 per ipotesi di reato che sembrerebbero essere state formalizzate in un concorso in bancarotta preferenziale e patrimoniale.

Ma aldilà delle responsabilità penali ci sono quelle amministrative, dato che le sanzioni abbattutesi da parte di Bankitalia sugli ex membri del CdA Tercas hanno colpito pure Antonio Forlini al quale è stata comminata una multa pari a 90.000 euro (la sanzione è relativa a numerose e gravi violazioni compiute in qualità di Consigliere di Amministrazione della Tercas, violazioni che vanno dalla “carenza nell’organizzazione e nei controlli interni da parte dei componenti del disciolto CdA”, alla carenza “nel governo, gestione e controllo del credito da parte sempre del board”, passando pure per la sanzione delle “posizioni ad andamento anomalo e previsioni di perdite non segnalate all’O.d.V. (Organismo di Vigilanza) da parte dei componenti dei disciolti CdA e Collegio sindacale”).

Nessuna tragedia più grande del crac Tercas si è mai abbattuta sull’economia teramana, eppure nonostante le colpe accertate Forlini gode ancora oggi del credito e della fiducia di tutte le istituzioni, a dimostrazione che ogni popolo ha i governanti che si merita e il popolo teramano è una merda che si merita Forlini, Dodo e pure Satana se si candidasse a qualche presidenza pubblica.

Già nel 2013 domandammo – ma mai nessuno si è degnato di fornirci pubbliche risposte – “Chi affiderebbe ad un uomo che ha ricevuto consimili sanzioni per l’esercizio di attività societarie il ruolo delicatissimo di risanare la moribonda società pubblica Ruzzo S.p.A.? Noi certamente no, ma la politica ovviamente sì”.

Ed aggiungemmo con facile premonizione: “Il presidente Forlini è stato scelto poiché stimato sia in ambienti del PD che in ambienti del PDL, i quali si suppone che gradiscano entrambi il tombamento di tutte le responsabilità dei disastri (finanziari, gestionali e legati alle assunzioni allegre) compiuti fino ad oggi durante i decenni trascorsi nei quali PD e PDL si sono alternati continuativamente alla guida della società idrica teramana (disastrosi gli ultimi due anni a guida Strozzieri e Scuteri, entrambi fallimenti derivanti da nomine di Paolo Gatti)”.

I successivi due anni e mezzo si sono incaricati di confermare quanto già denunciammo: “L’inizio della presidenza Forlini non appare per nulla incoraggiante: a quasi quattro mesi dalla nomina ci si sarebbe aspettati dal presidente l’invito all’Assemblea dei soci a voler promuovere un’azione di responsabilità contro gli amministratori uscenti e precedenti del Ruzzo per la evidente cattiva gestione (che Forlini stesso non può disconoscere), e l’azione di responsabilità di cui all’art. 2393 del codice civile dovrebbe essere promossa su precisa deliberazione assembleare entro 5 anni dalla cessazione delle cariche, con il voto di soci che rappresentino almeno un quinto del capitale sociale. Al Ruzzo  ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di sfacelo di un’azienda pubblica, all’interno della quale non si trova nemmeno un 20% di soci (i soci sono i Comuni della Provincia di Teramo) che trovi opportuno cercare ed attribuire le responsabilità delle gestioni che si sono succedute. Nessuno si lamenti se poi i cittadini si schifano per dover sempre pagare di tasca propria gli evidenti errori di chi amministra e se fanno di tutta la politica un fascio, sperimentando sulla propria pelle che cane non mangia cane e che gatto non mangia Gatti”.

Oggi possiamo ben dire che la presidenza Forlini è stata una presidenza di sistema, ben conscia che lo sfacelo del Ruzzo è figlio di quanto i soci hanno voluto e preteso: raccomandazioni, favori, assunzioni clientelari, appalti assegnati ad imprese amiche senza gara né evidenza pubblica, spaventose incongruenze sul personale con grandi esuberi amministrativi e grosse deficienze nei settori tecnici. Insomma l’ennesimo carrozzone che ha prodotto cento milioni di euro di debiti.

Per questi motivi Dodo ha ragione da vendere quando pretende la testa di Forlini.

Ma è proprio lui – per le sue colpe nella defunta Banca di Teramo e per essere sodale politico di uno dei più importanti ex amministratori del Ruzzo come Giacomino Di Pietro – l’unico a non avere titolo per accampare pretese in materia di Ruzzo.

Però al Manuale Cencelli non si comanda, specie se a pretenderne l’applicazione sono veterodemocristiani come Dodo, e i destinatari della richiesta sono veterodemocristiani come Brucchi, e le vittime della logica spartitoria sono postdemocristiani come i montiani Forlini e Sottanelli.

Evviva la DC! Evviva il tramonto teramano! Teramano soprattutto, of course.

6 Responses to "Presidenza del Ruzzo: Dodo ha ragione da vendere quando chiede la testa di Forlini (nella desolante logica spartitoria che ha sbranato Teramo)"

  1. mivergognoxvoi   5 luglio 2016 at 2:06

    ma vergognatevi, per non dire annate tutti affanc… L’avete rovinata questa città! Siete cosi luridi che non mi viene neanche di chiamarvi uomini!

  2. Giovan Battista Nisii   5 luglio 2016 at 8:14

    Incommentabile. Teramo, fatto diventare ormai un insignificante “paesone” privo di tutto e soprattutto di un governo del municipio che stimoli dinamiche socioculturale. Ma dovrebbe scomparire quel ceto politico che al di là delle etichette ha affossato cinicamente Teramo. E sopra le nostre teste volteggiano ancora i D’Alfonso e i renzi….

  3. Fatemi Capire ...   5 luglio 2016 at 11:32

    Mi collego alla frase dell’articolo “… è stata una presidenza di sistema, ben conscia che lo sfacelo del Ruzzo è figlio di quanto i soci hanno voluto e preteso: raccomandazioni, favori, assunzioni clientelari, appalti assegnati ad imprese amiche senza gara né evidenza pubblica, spaventose incongruenze sul personale con grandi esuberi amministrativi e grosse deficienze nei settori tecnici. Insomma l’ennesimo carrozzone che ha prodotto cento milioni di euro di debiti.”

    Vi siete mai informati del bando fatto per 4 posti garanzia giovani come letturisti di contatori fatto un anno fa dal ruzzo ?
    Lo stato tramite i fondi europei ha dato a codesta ditta personale senza tirar fuori un centesimo ; il progetto ha lo scopo di formare e di inserire i ragazzi nel mondo del lavoro.
    Qualcuno sa come è andata a finire? Hanno assunto i tirocinanti o dopo averli “formati” sono stati salutati con un grazie e arrivederci ?

  4. Anonimo   5 luglio 2016 at 21:52

    E’ evidente che teramo esprime questa classe dirigente. Non altro.

  5. roberto   6 luglio 2016 at 23:47

    Più che del caso Tercas, mi sarei preoccupato di conoscere cosa ha fatto Forlini per il Ruzzo in questi tre anni…….come è cambiato il Ruzxo in questi tre anni…..è facile sparare a zero senza sapere……documentatevi

  6. Franz   8 luglio 2016 at 15:02

    Sicuramente una cosa è certa. Forlini è stato amministratore del Ruzzo non per le sue capacità manageriali che sono tutte da verificare visto anche i numeri dell’ultimo bilancio, ma perchè è stato il primo non eletto di Scelta Civica alle ultime elezioni politiche che hanno visto rappresentarci in parlamento niente popo di meno che Giulio Cesare Sottanelli. Quindi il sig Florio Corneli rappresentante di Federmanager Abruzzo ha fatto un autogol pazzesco affermando che si vuole togliere i manager capaci me mettere i primi non eletti ma ha dimenticato che Forlini sta li appunto da primo non eletto…. ma in Italia si dimentica presto…del resto prima il grande manager Forlini dormiva sui banchi del CDA della Banca Tercas che ha fatto e sta facendo puangere tanti teramani….per quello che gli amministratori non hanno saputo fare,,,, Ma di cosa vogliamo parlare???? Viva l’Italia!!!!

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