Sulle strade del medioevo: Bominaco e i suoi tesori

Sulle strade del medioevo: Bominaco e i suoi tesori

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

L’altopiano di Navelli, in provincia dell’Aquila, rimane un luogo straordinario anche se l’uomo negli ultimi anni sta cercando di deturparlo con un orrido rigurgito di asfalto e cemento tra svincoli di accesso che farebbero pensare a vicine megalopoli anziché deliziosi paesini.

Borghi antichi si elevano sulla piana, dopo il sisma del 2009, semi abbandonati. Nonostante tutto i grandi spazi e le distese verdi di mandorli resistono. Ancora crescono gli orapi selvaggi, mentre intorno nessuno può togliere l’indimenticabile vista di monti e antichi abitati turriti.

Questo era il “fiume d’erba silente” della transumanza con le chiese tratturali, luoghi di sosta spirituale, i preziosi resti della romana Peltuinum e il romanico immortale di Bominaco.

La terra dello zafferano che un giorno veniva calcata dai misteriosi Guerrieri di Capestrano, quelli dal cappello a larga falda. Dovrebbe essere un luogo da conservare… dovrebbe. Dovrebbe essere gridato il principio della intangibilità del patrimonio ambientale e artistico, dovrebbe essere fermato chi aspira a scippare la collettività del suo patrimonio di bellezza pervenuto dall’antichità. E invece si continua a deturpare tutto con tappeti di bitume.

Quella volta c’eravamo sorbiti una lunga escursione che dalla piana di Navelli, una manciata di chilometri dal capoluogo aquilano, attraverso viottoli colonizzati dall’erba alta e resti del tratturo Centurelle-Montesecco, per Collepietro, aveva portato i nostri piedi al borgo antico di Caporciano e poi nella piccola frazione di Bominaco.

Collepietro, in particolare, è uno splendido esempio di fortificazione medievale con stradine che convergono verso la piazza centrale dove insiste la bella parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista.

Il piccolo tratturo era una deviazione del grande percorso Regio aquilano, autostrada verde, un tempo solcata da migliaia di bestie e uomini. Toccava le propaggini meridionali del Gran Sasso e aveva, lungo il percorso della piana di Navelli, una serie di piccole chiese, dove i transumanti pregavano Dio per il buon viaggio e si accampavano durante la notte.

Bominaco è uno dei tanti minuscoli borghi aquilani che vale la pena di ammirare. Anticamente era un luogo molto conosciuto che si caratterizzava per la presenza monastica forte e per essere un luogo strategico anche per il passaggio di chierici, pastori e carbonai.

Era un luogo di scambi commerciali. Oggi è ben lontano dalla vivacità economica e culturale di un tempo. Ma tutto è suggestivo, anche il fascino del silenzio. Il posto si chiamava Momenaco, o Mommonacum (luogo dei monaci), ed era il punto di ristoro per chi puntava decisamente ad arrivare sulle coste adriatiche.

Questa era anche la terra dei Vestini, prima che giungessero anche qui, inesorabili, le legioni di Cesare. Le imponenti mura raccontano della resa di un popolo che scomparve subito dopo, decimato da guerre e pestilenze. Oggi le case hanno poco più di ottanta anime.

Noi eravamo arrivati qui per poter ammirare i due monumenti benedettini di gran rilievo che caratterizzano il posto. Prima di riempirci gli occhi del ciclo pittorico del meraviglioso oratorio del San Pellegrino e ammirare la chiesa di Santa Maria Assunta, in attesa che qualcuno venisse ad aprirci le porte d’ingresso, ci mettemmo a conversare amenamente sotto un grosso tronco di quercia per via del caldo.

Mauro, dall’alto della sua immensa esperienza di macina chilometri, guardando i suoi piedi, mi disse: “Bisognerebbe onorarli e ringraziarli ogni istante. Ci portano ovunque e senza di essi non vedremmo niente di questo mondo”. Ricordai che nelle nostre frequenti escursioni, trovandoci davanti alle limpide acque di un torrente, lui toglieva pedule e calzini e rinfrescava le estremità per lunghi minuti.

Qualche volta si denudava, senza remore, e si tuffava nelle acque fredde, uscendone fuori costipato ma felice come un bambino davanti alla tavoletta di cioccolato. Pensai alla famosa “lavanda dei piedi” di biblica memoria, che Gesù volle fare ai suoi impolverati discepoli. Il Vangelo lo narra come atto di umiltà, ma forse dovremmo vederlo come gesto di gloria per gli arti che dovevano portare ovunque il messaggio della Buona Notizia.

Nei tanti incontri che il mio camminare mi ha regalato, ho sempre notato il contrasto tra l’uomo di città, quello preso dalla velocità, dai pensieri sfibrati, dalla pingue motilità intellettuale e l’uomo dei boschi, quello dalla lucida tranquillità, dalle verità nascoste tra le piccole pieghe di una esistenza serena e poco dipendente da inopportune leggi mutevoli del progresso.

Anche per Mauro era così. La sua vita mentale era piena di saggezza pur essendo un coacervo di pochi strumenti e molta manualità. Un insieme di vita vera, vissuta all’ombra degli alberi tra gli spazi più belli del mondo, lontano mille anni luce dai pensieri impazziti di uomini che cambiano, mutano in un istante, fragili schegge di vita folle e breve. Lo adoravo per questo suo essere distante un’eternità da tutti noi insonni privi di pace.

Cercavo mentalmente un posto dove non fosse stato a camminare, che so la Francigena, Compostela, il Cammino di San Tommaso. Lui era stato ovunque. Per coste o per montagne, per colli o per fossi, lui era stato ovunque.

Mi correggo: quasi ovunque. Fu dentro all’Oratorio, dedicato, chissà perché, all’abate San Pellegrino, contemporaneo di Cristo sconosciuto da queste parti, che scoprii un posto dove non era mai arrivato.

La signora, dal ghigno facile, arrivò trafelata e attaccò per non essere attaccata: “Dovevate telefonare prima. All’ultimo momento non è che posso far miracoli. Ho anch’io una mia vita”. Interruppi le sue litanie ricordando che c’eravamo guardati bene dal lamentarci dell’attesa. A pensarci bene, avevamo aspettato qualcosa come quasi un’ora. Il tempo, quando Mauro snocciola il suo decalogo di buona vita, diventa davvero un optional, un simpatico orpello di cui ridere.

All’interno del San Pellegrino, mi sentii tramortire! L’immagine che ci accolse fu quella di San Cristoforo. La custode, evidentemente preparata, svelò che quella figura di santo serviva per invitare i fedeli alla preghiera. Era credenza di tempi antichi che vedere l’immagine preservasse il visitatore, almeno per quel giorno, da una morte improvvisa nelle ore immediatamente successive. Sapete com’è? Mai dire mai. Feci anche io una preghiera.

Ero stato altre volte in visita dentro questo gioiello del passato medioevale abruzzese, ma stavolta era, se possibile, da mettere in prima pagina nell’album dei ricordi più belli. Davanti agli occhi c’era un tripudio di colori e figure da vertigine.

C’era la vita del Cristo e anche quella decisamente minore del monaco San Pellegrino, unitamente a un singolare Giudizio Universale sparso qua e là a destra e a sinistra, dove spiccava l’immagine più terribile, quella di San Michele Arcangelo che pesa le anime con la stadera. I dannati torturati dal demonio erano impressionanti, se messi di fronte a un San Pietro quasi gongolante, intento ad aprire a pochi le porte del Paradiso.

Ma forse il gioiello più grande era l’inedito calendario monastico-contadino delle mansioni svolte dai frati nel famoso “ora et labora” di benedettina memoria. I segni zodiacali venivano evidenziati da figure eleganti di cavalieri su cavalli bardati, improbabili contadini con vesti belle, certamente lontane dalle realtà popolane.

Una leggenda racconta che l’oratorio fu fatto costruire dal re Carlo nell’VIII secolo, è ricordato in una iscrizione in pietra. E ci si può chiedere: di quale Carlo parliamo, forse il Magno? O forse il Calvo? E la ricostruzione, successiva a un disastroso terremoto, venne affidata all’abate Teodino, un vero esperto, nel medioevo, di ristrutturazioni sacre.

I lavori restituirono un oratorio più piccolo come ampiezza e più grande come arte. Sì, perché parliamo di una minuscola aula con volta a botte tra grifi e draghi in pietra, impreziosita dal più ricco ciclo pittorico medievale dell’intero Abruzzo.

In un comprensorio come quello aquilano, dove da oltre sette anni dal terremoto è impossibile trovare una chiesa senza imbracature e puntelli, dove hanno chiuso nel cuore della città di Aquila, Collemaggio e San Berardino per pericoli di crolli, questo doppio tempio dell’anima è uscito indenne dal disastro. E sì che l’abbazia del borgo medievale ha tutto simile a Santa Maria ad Cryptas nella vicina Fossa, chiesa che ha avuto seri danni in tutto il perimetro di struttura.

Ci recammo poi nell’adiacente badia dell’Assunta, immersa tra pini neri e silenzio sacro. Un bell’esempio di romanico basilicale, simbolo dell’austera e laboriosa regola benedettina. Santa Maria ha un passato prestigioso che si perde nella notte dei tempi. Era dipendenza dell’abbazia di Farfa, poi di quella di Valva e, nel X secolo, aveva una notevole importanza.

Ero preso dalla gioia di poter ammirare con attenzione il bell’ambone, il ciborio e il candelabro pasquale. Davanti avevo una costruzione edificata su di un piccolo sperone dove, nella notte dei tempi, esisteva un tempio pagano dedicato alla dea della bellezza, Venere, protettrice dell’antica Peltuinum, nella piana di Navelli.

La semplicità della facciata non corrispondeva alla ricchezza dell’interno, tre navate e tre absidi rivestite da un bel soffitto. Le stesse absidi semicircolari, impreziosiscono all’esterno la facciata posteriore. Il magnifico ambone era lì, pareva attendermi sin da quando fu realizzato nel 1180, per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Quattro eleganti colonne con capitelli scolpiti in stile corinzio dove si alternano tori alati, aquile e, nell’architrave, scene di animali e vita quotidiana, fino ad arrivare a una scena cruenta: un branco di lupi che sgozza un agnello, chiara allegoria del Bene e del male in lotta eterna.

Pensai che l’abate Giovanni, il committente dell’opera era davvero uno tosto. Il tutto era impreziosito dal ciborio e dal pregevole candelabro del XIII secolo a completare l’armoniosa composizione del catino absidale, illuminato dal bianco della pietra e dalla luce delle piccole finestre a feritoia, una delle quali aveva impresso nell’epigrafe il tema conduttore della chiesa: “Virgo Celestiale”.

Non sarebbe stata però una giornata indimenticabile se non avessimo visitato i resti del castello e della torre circolare di avvistamento, chiusa dal XIII secolo da un recinto di forma trapezoidale. Salimmo così verso la piccola montagna davanti, in una scena surreale. Il sentiero evidente, pur agevole, era costellato di piccole pietre aguzze e cespugli spinosi. Per me, affascinato da quella torre dove avrei ammirato un panorama indimenticabile, non c’erano sassi o rovi. Era come se tutto fosse gomma o spugna, qualcosa di delicato su cui passare. I sentieri impervi si addolciscono quando c’è passione. Arrivati in cima fui gratificato da una veduta spettacolare.

Dai ruderi del castello, risalente al XIII secolo, e della torre di avvistamento del XV, si apriva ai nostri occhi mezzo Abruzzo. Vedevo distintamente Rocca Calascio, la terra delle Baronie, i paesi dello zafferano, il Gran Sasso, fino al mare Adriatico che si intuiva dietro una sorta di cortina fumogena di nuvole grasse.

Era un gran bel vedere da questa opera difensiva che pareva vigilare silenziosa sull’antico complesso abbaziale che un tempo annoverava anche un grande monastero, oggi scomparso, un’antica abbazia del mille, dipendenza della grande Farfa, con mura che si affacciavano meravigliosamente sulla grande piana, tra distese arate, piccoli poderi, paesini fortificati.

La struttura fu rasa al suolo dalle indiavolate truppe di Fortebraccio da Montone, il famoso capitano di ventura nei primi anni del 400 durante la sanguinosa guerra tra Angioini e Aragonesi. Capii come funzionava il sistema di allarmi visivi che collegavano le varie torri di avvistamento, quando fui in cima. La strategica posizione del recinto fortificato fu chiara. Permetteva di dominare un’ampia porzione di territorio. Un presidio a guardia di Caporciano, San Pio delle Camere, e Barisciano verso L’Aquila.

Appunti di viaggio:

Bominaco si raggiunge seguendo la statale 17 che congiunge L’Aquila a Bussi. Il capoluogo si raggiunge agevolmente con l’autostrada A24 Teramo-Roma, mentre Bussi ha il suo casello nell’autostrada A25 Roma-Pescara. Poi, se avete buone gambe e orientamento camminate nella piana di Navelli fino al km. 30 per Bominaco. In macchina è veloce l’arrivo. All’altezza di San Pio delle Camere, vedete il bivio che porta a Caporciano. Da lì se ve la fate a piedi sono tre chilometri per la frazione di Bominaco, altrimenti con l’auto sono pochi minuti.

L’accesso al complesso abbaziale, cui si entra attraverso un cancello in ferro, è gratuito. Un cartello avverte che le chiavi sono custodite da gente del posto e ci sono i numeri per contattarli. Poi, lasciate un’offerta! Per altre informazioni municipio Caporciano 086293731.

Non vi lascio indicazioni per mangiare. Ovunque cucinano ricette con zafferano e verdure tipiche dell’aquilano. Io ho mangiato bene al ristorante del borgo che si chiama “A Bominaco”, non lontano dai monumenti sacri.

One Response to "Sulle strade del medioevo: Bominaco e i suoi tesori"

  1. ernesto albanello   26 giugno 2016 at 15:45

    Carissimo Sergio, è bellissimo essere condotti da te che ci offri una descrizione illuminante di territori a neppure un’ora d’auto da Teramo che non meritano davvero di essere trascurati.
    Bominaco è senz’altro tra questi e tu sapientemente ce l’hai presentato indicandoci persino la dimensione conventuale del borgo, da cui trarrebbe origine la denominazione. Che dirti? Davvero grazie da parte mia e di tutti gli estimatori dell’Abruzzo interno!

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