Sant’Omero, ovvero le terre di Sant’Imerio

Sant’Omero, ovvero le terre di Sant’Imerio

di Sergio Scacchia – paesaggioteramano.blogspot.it

A vederlo così il paese di Sant’Omero non varrebbe un soldo di cacio. Mezz’ora di macchina e si è davanti l’ospedale civile, martoriato giorno dopo giorno dall’incubo della chiusura, con la macchina che corre veloce portando i suoi scarichi bluastri verso il cuore della Vibrata e nell’ascolano.

E invece io dico che Sant’Omero è una meta colpevolmente trascurata, affascinante, acquattata com’è nella sua valle verde, circondata da terreni ubertosi che paiono dipinti da un pennello cinese.

Un luogo che facciamo nostro solo d’estate, quando va in scena il Festival del Teatro comico e quando valenti cuochi cucinano in mille maniere il baccalà proveniente dalle isole Svalbard in Norvegia.

Solo allora, tra grasse risate, linguine al sugo di pesce, arrosto e fritto di stoccafisso, mentre impazza la sagra paesana con tanto di trepestio variopinto, ci ricordiamo di questo antico sito archeologico che, nel corso degli anni, ha regalato preziosi reperti dell’antica Roma, profonde cisterne, singolari pavimenti stile pompeiano, statue acefale.

Basterebbe guardare la luce e i paesaggi intorno, con i Monti Gemelli scuri e netti in fondo all’orizzonte e una lingua di mare azzurrissima alle spalle da togliere il fiato, come davanti alla profondità di una tela di Monet.

Lungo l’acciottolato del minuscolo centro storico, inginocchiato sul marciapiedi, un vagabondo chiede soldi per cibo. Una torma di gattoni neri belli pasciuti fa capire che in paese per loro c’è trippa, eccome! Luogo strano, quieto, tra la fronte a cortina di una anonima e semplice chiesa in laterizio ed un altro tempio antico sconsacrato e utilizzato per happening politici.

Borgo caro ai pre romani Piceni, oggi poco più di qualche vecchia casa sventrata, una manciata di nuove abitazioni con sui muri glicine e bougainville. Più avanti, case meno recenti con gronde e finestre che evidenziano l’usura del tempo.

E poi un palazzo marchesale della nobile famiglia dei De Mendoza di epoca rinascimentale, austero quanto basta per fomentare storie di fantasmi, streghe e forzieri strapieni di monete d’oro.

Eppure quanta religiosità nelle vicende del Vico Stramentario com’era chiamata questa zona che diede i natali ad uno degli anacoreti più studiati dagli agiografi, quel santo dal nome strano, tal Imerio, strano anche nei comportamenti. Si narra che si nutrì per anni di erbe, acqua, preghiere e atti di carità, prima di diventare, addirittura, vescovo a Cremona.

E quanta umiltà anche nella storia davvero d’altri tempi, del beato Migliorato, il fraticello che per ore e ore custodiva i porci ringraziando Dio per quel lavoro infame. La donna dietro il bancone del bar, mentre prepara un caffè, mi racconta che il povero beatificato, era solito flagellarsi, chiedendo perdono a Dio per avere osato rubare un grappolo di uva, anni prima, ad un fattore del luogo.

Di santi da queste parti se ne intendono eccome! In paese mi imbatto nella miracolosa e vecchia immagine di Santa Apollonia, protettrice di chi è affetto da dolori al cavo orale. Campeggia dentro una piccola nicchia che fatica a contenerla. Mentre guardo l’immagine sacra, la signora dell’abitazione vicina, pensando abbia mal di denti, mi rivela che la devozione alla santa è millenaria perché con una semplice preghiera che sgorga dal cuore, il dolore va via che neanche il dottor Knapp, quello della farmacia, si spiegherebbe perché.

Fuori il paese di Sant’Omero, in aperta campagna, si trova la chiesa più antica d’Abruzzo. Mi reco fin là per fotografarla. Un contadino d’alta statura mi viene incontro salendo dal fosso verso il casolare rusticamente composito. Ha lui la chiave del santuario mariano di Santa Maria a Vico.

Fuori, la chiesa sembra celarsi con la sua facciata semplice. Un portone non originale con chiodini ai lati. Solo al di sopra del portale, un archivolto con bassorilievi caratterizzati da simboli evangelici e segni floreali, denota una plastica valenza artistica. C’è anche una chiassosa e piccola campana che a mezzodì suona l’Angelus e indica l’ora di preghiera.

La chiave gira nella toppa, la porta cigola. La struttura basilicale a tre minuscole navate accoglie chi, stupito, pensava ad un interno compresso. I piloni con capitelli che sorreggono l’impianto sono di una semplicità disarmante. Gli affreschi si intuiscono meravigliosi dietro le ingiurie del tempo e dell’abbandono, anche se, anni fa, sono stati effettuati restauri e consolidamenti.

I resti sui muri narrano dell’Annunciazione, regalano una Madonna Incoronata col Bambino. Sono dipinti che si intuiscono nei resti ma hanno rara efficacia visiva.

Qui, nella notte dei tempi, insisteva una vasta area su cui troneggiava l’antico tempio di Ercole. La lapide del 100 d.C. rinvenuta nel 1884 a due metri di profondità, accanto alla chiesa, testimonianza di affezionati dell’Imperatore, ha fatto sì che nascesse anni fa il “Sodalizio dei Cultori di Ercole” che svolge meritoria attività di cultura e promozione del territorio.

Tutta la piana è stata ed è ancora oggi preda di scavatori clandestini, i cosiddetti tombaroli. Questi individui penetrano, sovente, nelle proprietà private abbacinati dalla prospettiva di ritrovare pezzi di coccio antico. L’attrazione per le tombe e tutto ciò che è il passato remoto, non muore mai. Esse conservano ben più che poche ossa. Forse dei morti resta, col ricordo, anche un’impronta del loro passaggio. Le pietre si imbevono delle loro storie di vita.

Riaffiorano qua e là frammenti fittili romani e altri resti dissepolti negli ultimi tempi dalle motoaratrici e disseminati tutto intorno, cocci e pietrame di lastricati romani sconvolti dai vomeri profondi, testimonianze inconfutabili di antichissimi abitati.

I racconti un po’romanzati dei contadini della zona vertono su certe statuine di bronzo disseppellite proprio in questi campi, rubacchiate per pochi soldi da individui del nord Italia edotti dell’importanza antropologica di tali resti.

Non tornavo qui da parecchi anni. Nell’usura di decine di migliaia di foto scattate da turisti distratti, molti provenienti dalla capitale, pare quasi che la chiesa abbia perso una parte della sua sacralità, quasi rubata dagli improvvidi scatti.

È lì da sempre, Santa Maria a Vico, da prima del 1000, forse creata da Dio nei sei giorni in cui decise di dare vita ad un mondo inanimato. Era lì anche quando fungeva da tempio di Ercole e i guerrieri venivano a pregare prima di guerreggiare.

A destra c’è ancora il grande albero guardiano dai tanti anni, quasi uno stendardo alto, gioioso, verdissimo. Seduto sul bordo dell’antico fontanile, mi godo la pace del tramonto incombente. Ha smesso di piovere e il cielo è drammaticamente bello, con grandi nuvoloni alternati a raggi dorati  ed enormi sacche nere di pioggia lontana.

Sono dentro un mondo antico. Niente è mutato da anni: stesse terre, stessi colori, forse la stessa donna, con qualche ruga in più, che trascina con posa mascolina, la carriola piena di zolle. Sembra uguale anche la coppia di anziani che passeggia lungo la via di campagna e che saluta con un cenno stanco della testa, il passaggio della mia auto che di fatto ha spezzato l’incanto della loro quiete.

Info di riepilogo:

La splendida chiesa di Santa Maria a Vico, un antico frantoio oleario in legno, il tempio di Sant’Angelo Abbamano, l’inedito quadro della Madonna con bambino e cardellino, la parrocchiale della SS. Annunziata restaurata dopo settant’anni, esempio di barocco-rococò di incredibile bellezza, il guerriero loricato, il simulacro di Sant’Apollonia.

Sono alcuni dei tesori che vanta il borgo di Sant’Omero e che le istituzioni dovrebbero valorizzare meglio e inserire nei circuiti turistici.

L’area archeologica potrebbe essere il fiore all’occhiello della provincia. Qui, nella notte dei tempi, insisteva una vasta area su cui troneggiava l’antico tempio di Ercole.

La lapide del 100 d.C. rinvenuta nel 1884 a due metri di profondità, accanto alla chiesa di Santa Maria a Vico, testimonianza di affezionati dell’Imperatore, ha fatto sì che nascesse anni fa il Sodalizio dei “Cultori di Ercole” che svolge attività di cultura e promozione del territorio.

Per raggiungere S.Omero:

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Val Vibrata, continuare sulla SP259 in direzione di Pescara, seguire le indicazioni per Sant’Omero.

Da Pescara

Prendere la SS16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A14, uscire a Val Vibrata, continuare sulla SP259 in direzione di Pescara, seguire le indicazioni per Sant’Omero.

Da Chieti

Dalla SS81 imboccare l’autostrada A14, uscire a Val Vibrata, continuare sulla SP259 in direzione di Pescara, seguire le indicazioni per Sant’Omero.

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