Luciano D’Alfonso si crede Dio (ma è solo un guitto)

Luciano D’Alfonso si crede Dio (ma è solo un guitto)

di Christian Francia  –

Luciano D'Alfonso - quadro con aureola
Il nuovo Museo abruzzese-marchigiano d’arte sacra: “Ritratto di Guittone d’Abruzzo”

Ormai non sono solo cazzate. Il governatore che rappresenta tutti gli abruzzesi delira ad ogni pie’ sospinto senza che nessuno abbia il coraggio di zittirlo e ricondurlo a più miti consigli.

Per cui, se fino a poco tempo fa al bar si discettava di gol, di sport e di gossip, adesso è sempre più di moda un nuovo svago: “Che stronzate ha sparato oggi D’Alfonso?” domandano gli avventori al barista mentre sorseggiano il caffè.

E le risposte sono gustosissime perché Big Luciano non manca mai di stupire e di suscitare un’ilarità irresistibile, dovunque egli compaia o imperversi, dal convegno di periferia a facebook.

D’Alfonso ne ha per tutti, sproloquia in ogni dove, mescola dati e fantasie, inventa perifrasi, magheggia con le metafore, rivaleggia con Crozza per le freddure che dispensa a piene mani.

Il suo percorso è esattamente inverso a quello di Beppe Grillo, il quale è nato comico e si è fatto politico, mentre il governatore è nato politico e si è fatto comico.

Qualcuno potrebbe pensare che ce l’abbiamo con lui, ma è vero il contrario: è lui che ce l’ha con noi e non la smette si sfarinarci gli zebedei.

L’altro giorno, per dire, in un intervento che passerà alla storia come “il discorso di Ancona” D’Alfonso – riferendosi all’auspicata fusione fra l’Abruzzo e le Marche nella Macroregione Adriatica – ha dichiarato: “È certo che Dio ci ha collocati insieme”.

E giù uno scroscio di risate. Risate amare purtroppo, perché quel Dio che ci ha collocati insieme alle Marche è solo Lui, Luciano. Infatti, le Marche se ne fregano di Dio perché “nel nuovo disegno nazionale di riorganizzazione del territorio, le Marche puntano ad agganciarsi alla Toscana e all’Umbria”.

La dura realtà è cosa troppo prosaica per interessare al nostro Presidente, il quale ci tiene a far ridere l’Italia intera e ha manifestato la sua voglia di Marche con l’annuncio di una corte spietata che ha fatto bagnare le mutande agli incontinenti: “Sono pronto a scommettere tutto per fare questo matrimonio. Non mollerò rispetto alla corte che farò alla Regione Marche”.

“E chissenefrega” direbbe il grande capo indiano Esticazzi. Se D’Alfonso ama le Marche ma non viene ricambiato, non basteranno mazzi di fiori o cioccolatini a fare breccia nel muro di indifferenza.

Peraltro, sempre per dire, la nostra storia agropastorale ci colloca molto più vicini alla Puglia che non alle Marche. Senza sottolineare la radicata distinzione fra lo Stato della Chiesa (di cui le Marche erano parte) e il Regno delle due Sicilie (di cui era parte l’Abruzzo insieme al Molise e alla Puglia). E nemmeno per citare la contingenza economico-bancaria, la quale vede l’intero Abruzzo come una succursale della provincia di Bari (che si è mangiata tutte le ex casse di risparmio nostrane).

L’impavido D’Alfonso nell’austero salone dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Italiana che ha ospitato il convegno sulla Macroregione Adriatico Ionica, ha scaldato i cuori dei presenti con il discorso di Ancona, invocando la logica divina che vuole le Marche e l’Abruzzo accomunati da uno stesso destino (nell’azzurro mare di maggio, verrebbe da aggiungere con licenza cinematografica).

Peccato che nessuno lo abbia degnato di una mezza parola.

Luciano non si è dato per vinto e ha insistito: “Ci dobbiamo mettere a lavorare per rompere tutte le incrostazioni, per creare, anche dentro la Macroregione, una cooperazione rafforzata fra Marche e Abruzzo. Sono profondamente convinto di una comunanza di intenti”.

Peccato che la comunanza la veda solo Lui, mentre le incrostazioni le vedono tutti.

Non pago delle figure penose che ci dispensa, il governatore ha perso ogni freno inibitore, finendo per fare pubblicità al morbo di Alzheimer e per far incazzare davvero tutti i teramani: “L’università – ha sottolineato D’Alfy sempre ad Ancona – purtroppo non l’ho potuta fare nelle Marche”.

A parte la stucchevole adulazione marchigiana, quel “purtroppo” tradisce il provincialismo del governatore che vorrebbe atteggiarsi a statista, ma resta purtroppo il classico politico prescritto, ben più noto alle squallide cronache giudiziarie per la spregiudicatezza con la quale ha maneggiato i pubblici denari.

Del resto, che Luciano schifasse l’Università d Teramo è stato sancito nel Masterplan, laddove l’attenzione riservata all’Ateneo aprutino si è riversata sulla folle idea di fare una teleferica da dieci milioni di euro che colleghi il Campus universitario con il centro cittadino, passando su un terreno altamente franoso e senza alcuna sostenibilità economica dell’investimento, in quanto gli iscritti che frequentano regolarmente l’Ateneo si contano oramai sulle dita di una mano (e non sto scherzando: recatevi di persona a Colleparco nel pomeriggio e vedrete il deserto dei Tartari).

Il disonorevole Fabrizio Di Stefano – che per ironia della sorte si è laureato nelle Marche – ha subito tuonato: “Mi domando cosa possono pensare i tanti ragazzi abruzzesi che studiano nei nostri atenei, quando lo stesso presidente rimpiange di essersi laureato in Abruzzo e mortifica una città prestigiosa ed importante come Teramo chiamandola «un posto vicino alle Marche»”.

Eh già. Oltre al “purtroppo”, ci mancava pure che Teramo venisse declassata ad anonimo “posto vicino alle Marche”. Ma ce lo meritiamo. Perché il rispetto si guadagna pretendendolo. E non ho sentito nessunissimo teramano delle istituzioni mandare D’Alfonso affanculo come merita.

Tutti zitti. Solo il deputato chietino (laureato nelle Marche) ha risposto. Solo Fabrizio Di Stefano ha denunciato la schizofrenia politica di “Un presidente che cerca di convincere i nostri imprenditori ad investire in Albania e parla di una macroregione a completa trazione marchigiana” elogiando la leadership delle Marche.

Solo Di Stefano ha invocato l’intervento della CRUA, la Conferenza dei Rettori delle Università Abruzzesi, invitandola a “prendere una posizione netta e chiara” di stigmatizzazione delle parole di D’Alfonso.

E sempre l’esponente di Forza Italia ha rimarcato una triste verità: “allo stesso modo, mi aspetto un intervento da parte dal rettore della cittadina «vicino alle Marche» o, evidentemente, la presidenza ricevuta gli tappa la bocca.

Quel rettore è Luciano D’Amico, sodale di D’Alfonso e da lui nominato alla Presidenza dell’ARPA prima e alla Presidenza della TUA S.p.A. dopo (cioè l’attuale azienda unica dei trasporti della Regione).

I teramani hanno diritto di essere infuriati, più di tutti il rettore che invece tace per squallida convenienza, ma in ogni caso vergognarsi di dire che ci si è laureati a Teramo inizia ad essere un sentimento non così difficile da provare.

P.S.: Siccome Luciano D’Amico è un uomo del fare, ha sorvolato sulle polemiche ed ha immediatamente varato il nuovo logo dell’Università di Teramo, già approvato dal Senato Accademico e dal CdA dell’UNITE. Ve lo mostriamo in anteprima assoluta:

Logo NUOVO UNITE Universita vicina alle Marche
Il nuovo logo dell’Università di Teramo

One Response to "Luciano D’Alfonso si crede Dio (ma è solo un guitto)"

  1. Antonio M.   28 maggio 2016 at 13:50

    Dinanzi al vuoto cosmico delle istituzioni a tutti i livelli, il comico che diventa politico ha permesso che l’utopia si concretizzasse in realtà.
    Una rivoluzione dove nascono oltre 1800 nuove aziende finanziate con i soldi dei parlamentari a 5 stelle; oltre 16 milioni restituiti in 3 anni e oltre 4000 posti di lavoro. Votate ancora questo sistema marcio che ci ha ridotto in questo stato. Siamo al 70 posto per libertà di informazione ormai e di questa rivoluzione in atto non si fa menzione nei media di regime.

    http://www.beppegrillo.it/m/2016/05/restitutionday_1852_aziende_nate_grazie_ai_tagli_di_stipendio_del_m5s.html

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