Sul Crinale degli Acquaviva (un percorso turistico per bici o auto)

Sul Crinale degli Acquaviva (un percorso turistico per bici o auto)

di Sergio Scacchia – paesaggioteramano.blogspot.it

Dall’Area Marina Protetta del Cerrano al Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga, passando per l’Oasi dei Calanchi di Atri e la Riserva naturale di Castel Cerreto.

Una distesa di pini d’aleppo, torti e nodosi. Rugosi come la figura canuta di un anziano intento al footing. Gli uccelli, tra il verde fitto, sparano trilli sensazionali. È un gran bel vedere, è un gran bel sentire.

Le biciclette sfrecciano sulla pista ciclabile che, dalla vicina frazione di Scerne porta alla torre di Cerrano, piccola appendice di quello che un giorno sarà, si spera, il “Corridoio Verde Adriatico” per due ruote, che arriverà fino a Vasto, nella bellissima area marina di Punta Aderci.

Se non ci fossero più in là i binari della ferrovia, l’albergo stile liberty, le ville e le case intonacate del rosa viola delle buganvillee del quartiere Corfù, potremmo definirla una natura selvaggia. Se volete un’Irlanda di casa nostra.

Sono a Pineto, sul mare Adriatico del teramano. Guardo le acque color cobalto: sembrano solo un accessorio che dona all’insieme un’attrazione fatale e non mi accorgo che di là si sussegue, inosservato, il mondo. Sarà per tutto questo che i turisti qui sono “stanziali”, tornano per innumerevoli estati.

Un concorso nazionale promosso dal Fondo Italiano per l’Ambiente dal nome emblematico: “I luoghi del cuore” ha decretato che, fra le zone verdi più votate d’Italia, un posto di rilievo sia occupato da questa meravigliosa pineta. Orazio qui ci viene da una vita e mezza. Ancor prima che diventasse una riserva naturale marina presidiata da poliziotti a cavallo e attraversata da un nugolo di due ruote e da podisti sfreccianti. Si dice felice che tutti finalmente abbiano scoperto questo che per lui è il posto più bello d’Italia. Non so se è veramente il più bello ma ricco di suggestioni, questo sì. Natura e storia creano un binomio fantastico.

Io e lui abbiamo tanti ricordi magici di frequentazioni, con il Club Alpino Italiano, delle nostre meravigliose montagne. “L’oasi – racconta- nella sua parte storica fu impiantato nel 1920 dal comm. Luigi Corrado Filiani su terreni demaniali avuti in concessione nel territorio di Villa Filiani, frazione del comune di Mutignano. Fu allora che Villa Filiani cambiò il suo nome in Pineto, in onore alla celebre poesia di D’Annunzio, La pioggia nel pineto. Che storia, non credi?”

Mentre percorriamo a piedi questo sito incantevole Orazio censisce, scherzosamente, tutte le piante. “Le ho contate – ride divertito – sono duemilaquattrocentodieci piante secolari, anche se la famosa nevicata del gennaio di alcuni anni fa ne ha distrutte parecchie”.

Di colpo torna serio e mi chiede se il parco del Cerrano ha qualcosa da invidiare al parco dei Trabocchi della costa teatina di cui tutti parlano. Le colline regalano, nel frattempo, scorci incredibili tra campi e mare. Davanti a noi ora si erge l’imponente torre. Il sordo brusio del mare, i profumi della resina del bosco, la solitudine, sono sensazioni impagabili. I pini mostrano, quasi orgogliosi, forme contorte dal vento.

La torre è uno tra i più imponenti fortilizi costieri rimasti in regione. Oggi ospita il Laboratorio di Biologia Marina della Provincia di Teramo. Il manufatto, risalente al XVI secolo, insiste sul luogo dove, nel medioevo, si trovava una delle tante posizioni di avvistamento come le torri di Martinsicuro, Alba Adriatica e Giulianova. Qui sorgeva il porto Cerrano-Matrinus del periodo romano (I e II sec. d.C.).

Questi giganti sul mare si rivelarono una grande invenzione nel respingere il nemico e avvertire, con spari e altri mezzi rudimentali, le popolazioni dell’interno. “Era qui l’antico punto di sosta, dove i pecorai si fermavano per far riposare i greggi lungo il tratturo teramano”. L’amico mi parla del sentiero che da Crognaleto, nel cuore dei monti della Laga, i pastori percorrevano nella transumanza, attraversando Montorio al Vomano, Leognano, Basciano, Cermignano, Scorrano, Roseto degli Abruzzi, in quella che è ricordata dagli scrittori rosetani, Arnaldo Giunco e Luigi Braccili, come la “civiltà del dolore e della speranza”.

Che bello ripensare ai pescatori che s’incantavano a vedere il bianco delle pecore e i pastori a veder le barche. Che storia, ripensare agli scambi “culturali” di pesce e formaggio. Da questi gemellaggi nascevano piatti gustosi come, ad esempio, i maccheroni alla chitarra al sugo di seppie ripiene di pecorino. Mentre saluto Orazio, sfrego le mani contro la corteccia di un pino altissimo per portare via con me l’odore della resina. Una coppietta ride divertita. Per loro ecologia si sposa solo con effusione.

Questo è solo l’inizio di un percorso che permette di pedalare o di salire in auto, su di un crinale panoramico e ventilato con vista sul mare. Il rumore della città con la sua esuberanza diventa subito un ricordo e si finisce in campagna, dove il silenzio pare caderti addosso, con tutto il tempo da dedicare a se stessi. Il traffico è quasi nullo. È la proposta della settimana per vivere in maniera diversa il nostro territorio.

I membri del Coordinamento ciclabili teramane hanno battezzato questo percorso il Crinale degli Acquaviva, dal nome della potente famiglia che governò a lungo i borghi di mezzo Abruzzo teramano.

Da Pineto si punta verso Mutignano, un piccolo borgo d’arte a circa sei chilometri. Il panorama sull’Adriatico e sui casali è fantastico. Il borgo si caratterizza per i murales sulle facciate delle case aventi per tema scene di vita rurale. Interessante la lapide con i nomi delle vittime delle bombe inglesi i quali, dalle colline di Atri, sparavano contro i tedeschi posti a valle dell’abitato. Alcune granate colpirono nove cittadini. Era il 24 marzo 1944.

Si pedala ora in discesa, riprendendo la SP 28 che sale nella città ducale. S’incontra la Via di Fonte Canale con un caratteristico lavatoio e numerosi archi gotici e vasche. Tutti conoscono Atri e i suoi gioielli, ma pochi sanno che questa città d’arte ha una parte ipogea che nasconde fontane antichissime, grotte scavate ai margini del paese e un ingegnoso sistema idraulico sotterraneo.

Il centro abitato è localizzato su tre piccoli colli denominati Maralto, di Mezzo e Muralto, a un’altezza di 445 metri e poggia quasi esclusivamente su conglomerati di tetto che, causa la loro notevole permeabilità, sono facilmente attraversati dall’acqua.

Tale caratteristica ha indotto le genti che occupavano in epoca preromana il territorio atriano a escogitare stratagemmi che sfruttassero tale prerogativa. Sono stati realizzati nel sottosuolo dei principali colli, cunicoli sotterranei destinati alla captazione e al convogliamento delle acque percolanti sorgive in zone di approvvigionamento che oggi corrispondono alle antiche fontane atriane. Tali strutture, probabilmente di derivazione persiana, consistono in ingegnosi sistemi idraulici sotterranei che, sfruttando la natura geologica del terreno e l’inclinazione dei cunicoli, permettono il deflusso delle acque in punti di raccolta, le fontane appunto.

Sistemi simili sono stati rinvenuti in altre aree del bacino mediterraneo, possiamo, infatti, ricordare i “qanat” in Siria e in Giordania, i “karez” in Afganistan e Pakistan, i “foggara” in Nordafrica, i “khittara” in Marocco, le “gàllerias” in Spagna. Non mancano esempi nella nostra penisola, a Fermo, a Chieti, a Palermo e a Matera.

L’enorme e ramificata rete di cunicoli, cisterne, pozzi e fontane, presente sotto il centro storico di Atri, faceva parte di un unico grandioso sistema idrico di epoca preromana. Uno degli ipogei più belli, presente poco fuori le mura cittadine, è quello delle “Grotte dei Sarracini” e delle “Macinelle”.

Si entra ora in Atri attraverso l’antica porta San Domenico (sec XVI). Da notare l’interessante facciata di San Giovanni Battista (sec XIV). Una viuzza ad angolo catapulta nella Piazza Duchi d’Acquaviva, con il caratteristico palazzo. È possibile scoprire il centro Oasi dei calanchi, dove la vista spazia dall’Adriatico alla Majella e al Gran Sasso. Non tutti sanno che i calanchi possono essere visitati salendo a cavallo e percorrendo una splendida ippovia, tra insoliti scenari.

Contro il cielo, le sagome dei dirupi di creste nude destano meraviglia. L’itinerario si snoda tra voli di piccoli rapaci, canne che frusciano al vento e dolci pianori invitanti denudati da secoli di pascolo. Probabilmente una giornata da incorniciare in cui l’uomo si ricongiunge alla natura.

Come uno scenario immutato da secoli, le bolge da inferno dantesco disegnano la genesi dei paesaggi argillosi, avvinghiandosi alla vegetazione a fondo valle e convivendo a fatica con il lavoro e gli interessi dell’uomo. Ai lati, sovente, si aprono ampi burroni con ripidi versanti spogli che di colpo si colorano grazie a piante di carciofi selvatici, ginestre, biancospini e rose canine. I calanchi, aspri e maestosi, appaiono in tutta la loro potenza, impercorribili e indomabili.

La sensazione di libertà che il cavallo sa dare, ben si concilia con queste colline dolci, rigate da campi di erba medica, che d’improvviso paiono comprimere il senso dello spazio, rivelando paesaggi disegnati dal rasoio brutale dell’uomo.

La Riserva naturale regionale dei calanchi di Atri si è dotata di una straordinaria e naturale arteria di collegamento del territorio, una ciclo ippovia di poco meno di trenta chilometri, che dà la possibilità di vivere in assoluta tranquillità le meraviglie di un territorio dove la potenza trionfante della natura è parte essenziale della grandezza del creato e dove le impronte digitali di Dio sono disseminate ovunque.

Per continuare il percorso degli Acquaviva, si pedala verso il borgo incastellato di Cellino Attanasio, tra storia, arte, enogastronomia. Qui l’armonia delle testimonianze artistiche s’immerge nel silenzio della campagna. Dal belvedere del paese, la vista spazia su un finimondo di colline simili a un mare reso pazzo da improvvisi cambi di vento.

La possente torre con le sue pietre racconta storie antiche. Il manufatto cilindrico in laterizio, dai merli guelfi non originali, domina il paesaggio. Alcuni monconi di mura di una seconda torre sono ciò che resta della fantastica cortina muraria innalzata dopo che l’antico feudo degli Acquaviva fu piegato nel quattrocento, cadendo sotto i colpi di un assedio senza precedenti. Matteo di Capua, al servizio degli Aragonesi, combatté contro il duca di Atri, Giosia Acquaviva che aveva osato sfidare i potenti, rifugiandosi, disperato, nel borgo.

Da poco questo notevole esempio di architettura militare medievale è stato oggetto d’interventi per scongiurare problemi di staticità. Lungo i meandri dell’abitato diventa impossibile per il visitatore non amare profondamente quell’incredibile unione di quotidianità e senso comune del bello.

In fondo al viale d’ingresso, dedicato a Luigi di Savoia, c’è la chiesa madre di Santa Maria la Nova. Risalente al trecento, la parrocchiale fu modificata nell’ottocento, a causa del crollo delle volte. Da scoprire il portale quattrocentesco di Matteo Capro, napoletano innamorato dei nostri luoghi tanto da lasciare altre opere in paesi di montagna. All’interno del tempio, che in origine era a tre navate e oggi ne conta una in meno, c’è un tesoro diffuso: un cero pasquale datato 1383, con un serpeggiante tralcio di vite tra foglie e pigne, un coro ligneo, un tabernacolo in pietra del tardo quattrocento, un ricco altare barocco.

Nel cuore delle case, superata la piazza dedicata al naturalista Rubini, si raggiunge lo slargo di S. Antonio, dove si affaccia la chiesa dedicata al santo di Assisi, Francesco, inglobata singolarmente alla struttura di un altro torrione.

Chi vuole percorrere solo un tratto di questo meraviglioso itinerario, ogni tanto trova un bivio per il fondovalle del Vomano.

Continuando s’incontra Cermignano, sede di un antico castello. Dal suo belvedere si ammira il bacino del Piomba e una scultura commemorativa ai caduti della Patria, realizzata nel 1922 dal teramano Pasquale Morganti.

Si può scendere a Montegualtieri per una visita alla torre triangolare e al vecchio mulino di Maiorino Francia, lungo il Vomano, risalente al 1868.

Altra meta è Penna Sant’Andrea, il paese del Laccio d’amore.

Volendo proseguire sul crinale, si raggiunge la località Monte Giove dove furono trovati resti archeologici dell’Età del Ferro.

È possibile visitare la Riserva naturale di Castel Cerreto, proseguire per Colledoro e Isola del Gran Sasso o recarsi a Ronzano con la sua abbazia.

Buon viaggio!

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