Teleponte in crisi: inutile piangere sul nulla (ma è panico fra i politicanti teramani)

Teleponte in crisi: inutile piangere sul nulla (ma è panico fra i politicanti teramani)

di Christian Francia  –

Teleponte...in uno dei momenti meno noiosi
Teleponte…in uno dei momenti meno noiosi

Teleponte è l’ultima televisione superstite della provincia di Teramo, sopravvissuta a se stessa considerato che di emozioni e utilità non ne dispensa da almeno 20 anni, pur essendo nata 30 anni or sono.

Prima di parlare delle ultime vicissitudini bisogna chiedersi: cos’è Teleponte? È una televisione nel senso giornalistico del termine, che racconta e spiega la realtà ai telespettatori, oppure è una bacheca, una passerella, una vetrina ad uso e consumo della fauna locale, per pubblicizzare facce, politicanti, enti e associazioni?

Non c’è dubbio che sia una bacheca, succube dell’esistente, ancillare ad un sistema politico-sociale malato da decenni; in pratica è un megafono dove non si rivolgono domande, dove non si azzarda alcun approfondimento, dove non si osa nemmeno porsi il benché minimo dubbio.

Le responsabilità di Teleponte nel fallimento conclamato della società teramana sono almeno pari a quelle della politica e delle classi dirigenti: una televisione ispirata al motto “tutto va bene madama la marchesa”, una TV dedita all’ossequio nei confronti dei potenti di turno, all’imbonimento del teramano beota e degli anziani indifesi (dato che quelli più avvertiti si informano da molti anni su internet).

Teleponte è morta venti anni fa, il suo funerale tardivo che si vorrebbe celebrare oggi – dato che il canale è oscurato da quasi una settimana – è un rito inutile e privo di significato se si parla di televisione e di giornalismo.

Se invece si vuol piangere la chiusura di una vetrina dedicata alla magnificazione del provincialismo, al servilismo politico nei confronti del potere costituito, alla pubblicizzazione dei dinosauri che ancora affollano la nostra arretrata realtà locale (i quali drammaticamente non padroneggiano né la lingua italiana né purtroppo quella dialettale), allora da tale piagnisteo mi dissocio fermamente perché non comprendo quale forma di utilità sociale possa rappresentare l’arte del reggere il microfono dinanzi al nulla, al vuoto culturale, politico e amministrativo che spadroneggia a Teramo da molti lustri con effetti esiziali che è impossibile non registrare (da qualunque punto si voglia guardare la nostra misera realtà).

Premesso tutto questo, la cronaca ci racconta la crisi economica di Teleponte, la quale non pagherebbe da mesi gli stipendi ai suoi 14 dipendenti, non avrebbe pagato da molto tempo al provider (TVQ) il canone mensile per il canale digitale sul quale va in onda, non avrebbe pagato le bollette dell’ENEL, sarebbe sotto sfratto per morosità da parte del Consorzio per lo Sviluppo Industriale che è proprietario dei locali di via Gammarana dove ha sede l’emittente.

Una vera Caporetto. Ma non certo un fulmine a ciel sereno, se solo si consideri che un anno e mezzo fa mi ero già occupato della televisione teramana, declinando le non proprio raccomandabili figure che la posseggono ed amministrano (http://www.ilfattoteramano.com/2014/12/16/chi-ce-dietro-teleponte/).

Aldo Di Francesco - Il poco raccomandabile editore di TELEPONTE
Aldo Di Francesco – Il poco raccomandabile editore di TELEPONTE

In particolare, ho già sintetizzato il curriculum pubblico del proprietario Aldo Di Francesco, un immobiliarista teramano nonché conclamato bancarottiere, in quanto ha patteggiato nel 2008 una pena ad un anno e cinque mesi di carcere per bancarotta fraudolenta. Due anni dopo, inoltre, Di Francesco è stato condannato dal tribunale di Giulianova a un anno e sei mesi di reclusione per truffa aggravata per aver acquistato un immobile a San Benedetto del Tronto, del valore di oltre 500.000 euro, senza pagarlo. Di Francesco veniva contestualmente condannato anche a risarcire il danno alla parte civile, da liquidarsi in separata sede, e a pagare 493.000 euro di provvisionale. Lui fece appello per tale ultima condanna, ma non è facile conoscere gli esiti giudiziari di tale gravame, perlomeno sul web.

In ogni caso un tipo poco raccomandabile, al pari dell’amministratore delegato di Teleponte, tale Mario Schintu, del quale nel libro “Romanzo comunale” – scritto dall’ex assessore comunale di Roma Umberto Croppi (giunta Alemanno) – non si parla in maniera propriamente lusinghiera: Croppi si lamenta della sostituzione da parte del sindaco Alemanno, a fine del 2009, del dirigente della comunicazione “con un certo Mario Schintu, vecchio amico di famiglia, ex attivista della sezione Balduina, senza nessuna esperienza curriculare specifica, senza la minima conoscenza della pubblica amministrazione, ma con una incontenibile presunzione: si sentiva in missione per conto di Dio. Schintu vede comunisti ovunque, ne è ossessionato, li vuole combattere, favorisce un esodo di dipendenti dal dipartimento che diventa sempre più vuoto di competenze. Sembra un soldato fantasma giapponese. Anche Croppi gli si palesa come un pericoloso bolscevico. Per alcuni mesi rimane chiuso nella sua stanza senza produrre nulla, finché perfino Alemanno, dopo una serie di reprimende, è costretto a prendere atto dell’errore fatto con quella sua scelta affrettata, sbagliata. Schintu è destinato a un altro improbabile incarico, in un fantomatico ufficio emergenze, e le sue tracce si perdono nelle nebbie della burocrazia comunale. La sua busta paga continua però a sommarsi a quelle della schiera di collaboratori esterni che la nuova maggioranza avrebbe drasticamente dovuto ridurre”.

Con due soggetti del genere al comando, come avrebbe potuto finire Teleponte? Esattamente come sta finendo, ma con l’aggravante che tutti i dipendenti, quali miti agnelli, attendono la macellazione in rigoroso silenzio e senza aver mai elevato il benché minimo segnale di lamento. Ma come dice il proverbio: “Chi pecora si fa, il lupo se la mangia”.

E se Teleponte dovesse chiudere definitivamente, come viene prospettato dai media locali, non si verificherebbe nessun danno alla comunità teramana proprio perché nessuna utilità ne arreca l’esistenza (se si eccettua l’utilità promozionale dei politicanti locali, i quali si beano di ammorbare i poveri telespettatori con le loro presenze da trogloditi e sono di fatto gli unici ad essere preoccupati per l’oscuramento della loro vetrina preferita).

Quanto alla ridicola salvaguardia dei livelli occupazionali” che si invoca 
in questi casi, è proprio il caso di non invocarla se finanche i diretti interessati, cioè i dipendenti-giornalisti che hanno il privilegio di poter comunicare liberamente con un vasto pubblico, hanno ritenuto di tacere vergognosamente prima che la situazione precipitasse fino all’oscuramento del canale, cioè la fine più ingloriosa e umiliante.

Se i dipendenti avessero parlato e denunciato per tempo forse avrebbero favorito una transizione verso altra proprietà, ma la dignità giornalistica non è evidentemente nel loro DNA, per cui la morte di Teleponte non solo non mi turba, ma potrebbe addirittura essere un segnale di miglioramento per i teramani, non più vittime inconsapevoli di programmi e spettacoli niente affatto edificanti.

E “Dicendo questo, mi sento ch’i’ godo” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, verso 93).

2 Responses to "Teleponte in crisi: inutile piangere sul nulla (ma è panico fra i politicanti teramani)"

  1. Pino   7 maggio 2016 at 23:40

    Articolo di una veritá disarmante.
    È quello che gli spettatori un pó piú avveduti hanno sempre pensato ma nessuno lo ha mai scritto cosí bene.
    Sono sempre piú convinto che quando non si sa camminare con le proprie gambe, il momento che manca il bastone, si cade a terra.

  2. Oscurantismo   8 maggio 2016 at 0:51

    Veramente Gustato Bruno aveva abbandonato teleponte qualche mese fa. Mi chiedevo il perché visto che lo aveva fatto senza preavviso e senza dare spiegazioni. Verosimilmente questa è la risposta…

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