La mia vita con Picasso

La mia vita con Picasso

di Maria Cristina Marroni – 

Pablo Picasso non amava la sconfitta. Nella vita privata lui era il grande matador, che conduceva il gioco, e le sue donne le vittime sacrificali: potevano resistere, ma alla fine non avevano altra scelta che la resa.

Nei rapporti umani egli evitava tutte le formule stereotipate, così come aveva scelto di fare nella sua arte: molte furono le donne stregate dal suo incontenibile genio, alcune, come Marie-Therese Walter e Jacqueline Roque si suicidarono, altre, come la prima moglie Olga ChoChlova e l’intellettuale Dora Maar, vissero una profonda crisi emotiva.

Le donne amate diventarono per l’artista muse ispiratrici: a loro Picasso dedicò molti dipinti, ma dentro quei ritratti imprigionò la loro anima. Terminata l’infatuazione, restava la solitudine e la riprovazione, perché Picasso odiava la debolezza, in cui respirava l’odore della morte. Per conservare la sua stima occorreva perciò essere preparati al peggio e compiere la prima mossa: essere dee o zerbini.

“Ogni volta che cambio donna dovrei bruciare la precedente. Così me ne sbarazzerei, e non sarebbero tutte lì a complicarmi l’esistenza. Questo forse mi ridarebbe anche la giovinezza. Si uccide la donna e si cancella il passato che lei rappresenta” (Picasso).

Françoise Gilot incontrò per la prima volta Picasso, nel 1943, all’età di ventuno anni quando aveva già nitida la percezione che la sua vita dovesse essere dedicata all’arte. Allora l’artista, che aveva invece sessantuno anni, era ancora il compagno di Dora Maar, fotografa e pittrice, amica dai tempi dall’adolescenza di Michel Leiris, Man Ray, André Breton, Paul Eluard.

La mia vita con Picasso copertina libro
“La mia vita con Picasso”, copertina libro Donzelli

Françoise era impavida e “serenamente spoglia di tutte quelle illusioni che l’inesperienza regala alla giovinezza”. Iniziò a frequentare la dimora di Picasso in rue des Grands-Augustins e in poco tempo ne divenne il nuovo amore, percependo sin da subito l’eccezionalità di quell’esperienza. Rimase accanto al pittore quasi dieci anni, condividendo con lui la passione per l’arte e diventando la madre di due dei suoi quattro figli: Claude e Paloma.

Un giorno, per darle una lezione di vita, Picasso condusse Françoise nel Bateau-Lavoir, un luogo di Parigi che rappresentava per lui l’età dell’oro “quando ogni cosa era fresca e schietta, prima che lui avesse conquistato il mondo e poi scoperto che questa conquista era un’arma a doppio taglio, e a volte sembrava che il mondo avesse conquistato lui”. Lì in una catapecchia abitava una vecchia malata e sdentata, distesa sopra un letto fetido, a lei l’artista rivolse alcune parole e poi le lasciò del denaro. Era Germaine Pichot: ora in quel terribile stato, ma da giovane talmente bella da portare al suicidio un giovane pittore, amico di Picasso. Quella visita fu un po’ come quando si mostra a qualcuno un teschio per indurlo a meditare sulla vanità dell’esistenza umana.

Negli anni trascorsi accanto a Picasso, la Gilot conobbe molti artisti tra cui Mirò, Matisse, Braque e Giacometti, l’intellettuale Gertrude Stein e il poeta Paul Eluard.

In particolare Picasso amava Matisse, che irradiava una serenità commovente. “Pablo aveva quasi una venerazione per lui perché i suoi modi riflettevano un equilibrio interiore, una calma che dava pace anche a un uomo come lui. Matisse aveva eliminato dal proprio animo ogni senso di rivalità, rendendo così possibili i loro rapporti di amicizia. (…) Nei confronti di Pablo, Matisse aveva una specie di atteggiamento paterno, e questa era una buona cosa, perché nei rapporti di amicizia era sempre Pablo che prendeva e gli altri che davano. Come un ballerino, Pablo cercava di incantare Matisse ma, alla fine, era sempre Matisse a conquistare Pablo”.

Picasso amava molto anche Giacometti, perché egli si poneva sempre degli interrogativi per chiarire il senso reale di ciò che stava meditando. “La scultura di Giacometti è quello che resta quando la mente ha dimenticato tutti i particolari. Lui si preoccupa di una certa illusione dello spazio che è lontana da ogni mio concetto, ma che è qualcosa cui nessuno ha mai pensato prima in quel modo. È veramente uno spirito nuovo nella scultura”.

La Gilot potè sperimentare l’essenza dell’arte di Picasso, volta a stabilire quelli che potrebbero definirsi rapports de grand écart, ovvero i rapporti più inaspettati tra le cose “poiché c’è una certa difficoltà nello stabilire le relazioni proprio in questo modo, e in tale difficoltà c’è un interesse, e in questo interesse c’è una certa tensione, e per me tale tensione è molto più importante dell’equilibrio stabile dell’armonia, che non mi interessa affatto. La realtà deve essere lacerata, in tutti i sensi della parola”.

Per l’artista la gente dimenticava spesso l’unicità degli elementi naturali, di qui la sua insistenza nel ricercare rapporti fra gli opposti: una piccola testa su un grande corpo; una grande testa su un piccolo corpo. Di qui anche la volontà di svelare allo spettatore qualcosa che lui non sarebbe stato in grado di scoprire senza l’arte di Picasso.

Tutte le energie di Picasso erano però rivolte alla sua arte e come un vampiro sadico per nutrire proprio la sua arte “succhiava l’anima del mondo e delle persone. E ne faceva capolavori, così che gli altri morissero in lui”.

Françoise capì presto che in Picasso esisteva una specie di vocazione da Barbablù che “gli faceva desiderare di tagliare la testa a tutte le donne che aveva collezionato nel suo piccolo museo privato. Ma lui non tagliava le teste del tutto. Preferiva che queste donne, partecipi a un  momento o all’altro della sua vita, continuassero a vivere e lanciassero occhiate furtive e gridolini di gioia o di dolore, e facessero qualche gesto da bambola disarticolata” bastanti a provare che avevano ancora un soffio vitale, sospeso però a un filo di cui lui era padrone.

E fu per lei la solitudine e con essa il bisogno di trovare più calore umano. La Gilot si rese conto che da Picasso non potesse aspettarsi nulla di più di quanto avesse donato al mondo con la sua arte. “Lui aveva operato in me quella metamorfosi della mia natura e ora che si era attuata non voleva parteciparvi”.

Così scelse la fuga, ruppe le sue catene ed ebbe, unica tra tutte le sue amanti, il coraggio di lasciare il genio. “Per te la realtà è morta, finisce qui. Se cerchi di fare un passo fuori dal mio universo – che è diventato il tuo, perché ti ho scoperto quando eri giovane e non ancora formata, e intorno a te ho fatto terra bruciata – tu vai nel deserto. E se mi lasci, è proprio quello che ti auguro”.

Nel deserto ci sono i miraggi, ma anche oasi e talvolta un bicchiere d’acqua è il più prezioso dei doni. Françoise bevve da quel bicchiere e fu libera, finalmente.

 

La mia vita con Picasso, di Françoise Gilot e Carlton Lake, Donzelli Editore, 2016.

2 Responses to "La mia vita con Picasso"

  1. Renee Fabbiocchi   30 aprile 2016 at 17:59

    AdOro le Biografie d’ Artista e queste NOTE su Picasso di certo sono state scritte bene!
    Mi chiedo soltanto se non fosse anche giusto scrivere su Artiste DONNE & VIVENTI specialmente se nate a Teramo e FUGGITE per il mondo ed in cerca di SOStegno per alti progetti educativi! Vi chiedo quindi di Visualizzare su Google la mia ” Scuola del Cuore buono” a Volterra e di aiutarmi a diffOndeRe la mia richiesta!
    Trovo onesto e doveroso assumersi la Responsabilita’ del Presente per MIGLIORARE LA VITA dei giovani e delle citta’ Stesse con NUOVE Dimensioni di trasFORMazioni di GAS in LUCE, di odi in Pace!
    https://www.facebook.com/713354805354554/videos/996043150419050/

  2. Andrea   30 aprile 2016 at 18:02

    Anche Francoise Gilot è un’artista vivente e donna.

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