Di Sante e Lanciotti: I due abusivi della Camera di Commercio

Di Sante e Lanciotti: I due abusivi della Camera di Commercio

di Christian Francia  –

Di Sante e Lanciotti - i due abusivi
Giandomenico Di Sante e Gloriano Lanciotti

Che meraviglia la nostra bella Teramo: tutto è bloccato, tutto è fermo, tutto è illegittimo, tutto è compromesso, tutto è silenziato, tutto è coperto da quel velo di compromissione, di inciucio, di accordi trasversali, di interessi inconfessabili, di potere familistico, di omertà generale.

Proprio oggi il sindaco Brucchi ha dichiarato in pompa magna ad un quotidiano locale che lui andrà avanti fino al 2019 perché “negli ultimi dodici anni Teramo è cresciuta molto”.

In verità, l’unica cosa che mi sembra cresciuta negli ultimi dodici anni è la neoplasia che compromette le fisiologiche dinamiche istituzionali, il tumore sociale che ci minaccia, il cancro che mina alla radice la nostra comunità.

Come altro definire l’incapacità di reazione nei confronti di soprusi ed ingiustizie, delle illegalità diffuse a macchia d’olio?

Come definire l’impotenza della Giustizia, delle Procure, della Corte dei Conti, dei Difensori civici, degli Organi preposti a garantire la difesa dell’ordinamento giuridico e ad attuare le normative anticorruzione?

Il caso della Camera di Commercio di Teramo non solo è vergognoso ed angosciante, ma dura esattamente da un anno (7 aprile 2015), quando fu illegittimamente nominato Presidente il cavalier Giandomenico Di Sante, arzillo ottuagenario che colleziona talmente tante poltrone che avrebbe bisogno di cento culi per poterle occupare tutte.

Le brame e le ambizioni di Di Sante sono senza limiti, ma è inquietante che intorno a lui permanga una cortina di silenzio, dove tutti sono ossequiosi e nessuno alzi il ditino per far presente che non può presiedere la Camera di Commercio. Tutti tranne l’API, l’associazione dei piccoli imprenditori teramani.

Il Fatto Teramano sollevò clamorosamente la questione già un anno fa (http://www.ilfattoteramano.com/2015/04/17/clamoroso-illegittima-la-nomina-del-neopresidente-della-camera-di-commercio-giandomenico-di-sante/), ma incredibilmente nulla si è mosso negli ultimi dodici mesi.

Infatti, l’articolo 5 comma 9 del D.L. n. 95/2012 (nel testo vigente ad aprile 2015) prescriveva a chiare lettere che “È fatto divieto alle pubbliche amministrazioni”, fra le quali vengono esplicitamente annoverate le Camere di commercio, “di conferire incarichi dirigenziali o direttivi o cariche in organi di governo, ad eccezione dei componenti delle giunte degli enti territoriali, a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza. Incarichi e collaborazioni sono consentiti, esclusivamente a titolo gratuito e per una durata non superiore a un anno, non prorogabile né rinnovabile, presso ciascuna amministrazione”.

Orbene:

1) Siccome Giandomenico Di Sante è inequivocabilmente un lavoratore in quiescenza, cioè un pensionato, poiché ottantenne;

2) Siccome la Camera di commercio è formalmente una Pubblica Amministrazione destinataria del divieto di legge sopra citato;

3) Siccome la Camera di commercio non è un Ente territoriale (come ad esempio il Comune) come tale rientrante nel novero delle eccezioni di cui al predetto divieto, bensì è un “Ente pubblico non territoriale” come formalmente ribadito anche dalla Ragioneria Generale dello Stato (http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/Attivit–i/Vigilanza-/Elenco-Ent/);

4) Siccome la carica di Presidente è inequivocabilmente la più rilevante fra le “cariche degli organi di governo” richiamate dalla normativa appena evidenziata;

5) Siccome l’incarico presidenziale affidato a Di Sante dal Consiglio camerale non è né gratuito né limitato temporalmente ad un anno, come esplicitamente dichiarato nel comunicato ufficiale presente anche sul sito istituzionale della CCIAA: Di Sante “resterà in carica per il quinquennio 2015-2020” (http://www.te.camcom.it/archivio10_notizie-e-primi-piani_0_96_0_3.html);

6) Se ne deduce che Giandomenico Di Sante non poteva essere eletto né Presidente né membro della Giunta della Camera di commercio di Teramo, in quanto i pensionati non sono per legge incaricabili a poltrone pubbliche come quella in esame.

Ad agosto 2015 poi – per aggiustare le migliaia di amici degli amici che ammorbano da pensionati enti ed istituzioni italiche – la norma in esame è stata modificata dal Parlamento nel seguente modo: “Gli incarichi, le cariche e le collaborazioni di cui ai periodi precedenti sono comunque consentiti a titolo gratuito”. Cioè a dire: continuate a tempo indeterminato a tenere occupate le poltrone con i pensionati, ma almeno fate finta di non dargli i relativi stipendi (tanto l’esercizio del potere consente tutti gli aggiustamenti del caso).

La tracotanza della camera di Commercio di Teramo però è tale che – se ancora adesso vi fate un giro sulla pagina del presidente Di Sante all’interno del sito istituzionale della Camera di Commercio (http://www.te.camcom.it/index.php?id_oggetto=3&id_cat=0&id_doc=56&id_sez_ori=1783&template_ori=1&&gtp=1) – trovate serenamente indicate le cifre esatte della sua attuale retribuzione: “Compenso annuo netto: Euro 30.110,49” (quindi il lordo è di molto superiore); “Gettone di presenza (seduta di Consiglio): Euro 239,99 a seduta”; “Gettone di presenza (seduta di Giunta): Euro 103,00 a seduta (trattasi di rimborso minute spese non documentate)”.

Che dorata vecchiaia! Tutta rigorosamente in violazione di legge. Ma la Corte dei Conti dov’è? Non la cercano nemmeno a “Chi l’ha visto?”.

Ricordo che Di Sante è stato eletto all’unanimità dal Consiglio Camerale, composto da 27 membri che rappresentano le categorie produttive del territorio teramano, per cui considerate come il sistema di potere è compatto nel perpetuare se stesso in barba ad ogni legalità.

Del resto pensano tutti (sbagliando) che la legalità non dia da mangiare, mentre al potente di turno qualche piaceruccio personale glielo si può sempre chiedere, ragion per cui il sistema medievale del quale facciamo parte non consente alcuno sviluppo e alcuna crescita, restando bloccato alle vecchie logiche politico-clientelari.

Infatti, per chi ancora non lo sapesse, il ragionier Giandomenico Di Sante è titolare di un elenco infinito di incarichi che è letteralmente impossibile censire in maniera esaustiva:

– Presidente CDA Banca dell’Adriatico Spa;

– Presidente C.C.I.A.A. di Teramo;

– Amministratore Unico Di Sante Mobili e Arredi Srl;

– Amministratore Tema Immobiliare Srl;

– Amministratore Mobildisante Srl;

– Amministratore Mobilificio Italiano Silvi Srl;

– Amministratore Ediltordino Srl;

– Amministratore Unico Arreda Facile Srl;

– Presidente Unione Commercio Turismo e Servizi Provincia di Teramo;

– Presidente CONFCOMMERCIO Regionale Abruzzo;

– Presidente Federazione Negozi Arredamento (FEDERMOBILI) Provincia di Teramo;

– Presidente 50 & Più ENASCO Provinciale di Teramo;

– Consigliere CDA Università degli Studi di Teramo;

– Consigliere CDA Fondazione A.R.I.A.;

– Vice Presidente Regionale U.C.I.D. (Unione Cristina Imprenditori e Dirigenti);

– Presidente della CONFCOMMERCIO Provinciale di Teramo dal 1996 e tuttora in carica;

– Presidente dell’Associazione Mobilieri della Provincia di Teramo;

– Vice Presidente della Camera di Commercio di Teramo dal 15 marzo 1999 fino all’aprile 2015;

– Componente della Camera arbitrale della Camera di Commercio di Teramo;

– Componente della Giunta del Consorzio fieristico del mobile della Provincia di Teramo;

– È stato Consigliere dell’I.R.F.O. (Istituto di Ricerca e Formazione);

– Presidente Provinciale ENASCO (Confcommercio) della Provincia di Teramo;

– Consigliere Fondazione Università degli Studi di Teramo;

– Presidente della Banca CARISAP Spa dal 18/03/2013 al 14/04/2013;

– Socio di Expò 2000 S.r.l.;

– Socio dell’impresa agricola Di Sante Giandomenico e Tito;

– Titolare della ditta individuale Di Sante Giandomenico.

Per tali pochi incarichi, e per chissà quanti altri ancora, il povero ragionier Giandomenico dichiara il misero reddito annuo di 213.095,00 euro (ultima dichiarazione disponibile), dichiara di possedere una proletaria Panda 4×4, di essere proprietario di 11 terreni a Canzano, di 39 terreni a Castellalto, di un unico terreno a Silvi, di 15 terreni a Teramo (per un totale di 66 terreni), nonché di essere proprietario di un fabbricato a Canzano, 2 fabbricati a Castellalto e 3 fabbricati a Teramo più altri 2 in usufrutto (per un totale di 8 fabbricati).

Si può ben dire che sull’impero di Di Sante non tramonta mai il sole, è tramontata solo la legalità.

Tuttavia, nonostante l’estrema compattezza di enti ed istituzioni nella difesa corporativa, l’unica voce che si leva fuori dal coro è quella dell’API, l’associazione dei piccoli imprenditori teramani, la quale per bocca del suo presidente Alfonso Marcozzi da mesi denuncia la “Deriva monarchica” della Camera di Commercio.

L’API si sgola nel sottolineare una ulteriore illegittimità concernente il presidente Di Sante, il suo vice presidente Gloriano Lanciotti e l’intera Giunta camerale, e cioè l’impossibilità del quarto mandato. Di Sante infatti fa parte della Giunta camerale consecutivamente dal 1999; quindi ha svolto tre mandati e non avrebbe potuto essere rieletto all’interno della giunta stessa per il quarto mandato.

Si noti che nel 1999 si affacciarono alla politica Gianni Chiodi (prima candidatura da sindaco di Teramo), Paolo Tancredi, Paolo Gatti, l’attuale sindaco Maurizio Brucchi, per cui avrebbe dovuto essere chiaro come il nuovo millennio sarebbe stato più decrepito del vecchio, cosa che è puntualmente accaduta.

L’associazione dei piccoli imprenditori sbandiera tre sentenze del TAR (Lombardia, Campania e Calabria) e un’ordinanza del Consiglio di Stato che dichiara illegittima la rielezione del Presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, in quanto sarebbe arrivato al suo quarto mandato.

Marcozzi polemizza da mesi inascoltato: “Messa in discussione la legittimità della Presidenza assunta dal Cavaliere Giandomenico Di Sante e dal componente di Giunta Gloriano Lanciotti, torniamo a ribadire l’inefficienza di tutti i componenti del Consiglio Camerale, che rappresentano le categorie produttive del territorio teramano, che stoltamente lo hanno eletto all’unanimità gettando discredito sull’unico Ente composto unicamente da imprenditori, rendendo illegittima la composizione della nuova Giunta, mettendo in discussione l’intera attività della Camera di Commercio di Teramo che si espone ai più svariati ricorsi: difatti, chiunque dovesse sentirsi danneggiato da qualsiasi provvedimento camerale avrà tutti i diritti di agire in giudizio per far dichiarare l’illegittimità dell’Organo Esecutivo dell’Ente. C’è bisogno di autocritica; noi imprenditori siamo buoni ad attaccare la politica che è dedita ad accaparrare poltrone ma, guarda caso, in un consesso che dovrebbe essere composto esclusivamente di imprenditori (ci sono anche i direttori) ci comportiamo nello stesso modo, forse anche peggio”.

Ma ancora nulla si muove.

Sempre l’API ha scandito ripetutamente il fatto che l’Ente Camerale sia “infettato dagli interessi particolari” e come sia “disarmante che i rappresentanti delle varie categorie imprenditoriali, nonostante le nostre denunce, non abbiano voluto ascoltare, hanno preferito, di nuovo, rifugiarsi nella difesa degli interessi particolari, hanno preferito di nuovo trasmettere all’esterno un segnale di colleganza di relazioni che si basa sui privilegi (leggi: compensi, gettoni, ecc..) piuttosto che sui meriti; relazioni che favoriscono intrecci, inefficienze, accrescimento della spesa pubblica”.

Dopo attacchi del genere da parte di una intera categoria imprenditoriale, le dimissioni del Presidente Di Sante e dei componenti del Consiglio Camerale sarebbero state un atto dovuto, ma solo in caso di dignità da difendere (per cui non c’è problema).

Tre giorni fa, dopo aver urlato inutilmente che “con Di Sante e Lanciotti si rischia la paralisi”, l’API è tornata caparbiamente alla carica ribattendo sul tasto dell’illegittimità delle ultime elezioni alla Camera di Commercio, sempre sulla scorta del decreto legislativo del 2010 che vieta il quarto mandato.

La Camera di Commercio, da vero gattopardo, si è lavata le mani incaricando un legale di fiducia per redigere un parere “pro-veritate” sulla questione. Peccato solo che “Da sei mesi siamo in attesa del parere richiesto dalla Camera di Commercio ad un apprezzatissimo professionista ma non è specificato l’importo, non vi è copertura finanziaria nel bilancio dell’ente e del parere non c’è ancora traccia. Per avere garanzie, abbiamo inoltrato un esposto alla Corte dei Conti”.

State freschi, verrebbe da dire… se aspettate gli organi competenti Di Sante fa a tempo a farsi pure il quinto di mandato.

“Ma perché tutti tacciono a Teramo?” si chiede sgomenta l’API. Perché non bisogna disturbare i padroni, impegnatissimi a farsi pagare stipendi, emolumenti, gettoni per le sedute di giunta e gettoni per le sedute di consiglio. E così sia.

Si può ben dire che pure gli imprenditori fanno schifo come i politici, che “pecunia non olet” e che ciascuno “fa li cazzi sua” come insegna il magistero pontificio di Papa Razzi.

3 Responses to "Di Sante e Lanciotti: I due abusivi della Camera di Commercio"

  1. Nunzio   5 aprile 2016 at 18:44

    È la solita storia di servi (tutti i cittadini) e padroni…

  2. Antonio   5 aprile 2016 at 19:40

    Una sola parola: GERONTOCRAZIA!!!

  3. guseppe garibaldi   5 aprile 2016 at 20:43

    In attesa, il Cavaliere sta piazzando, con buoni risultati, la figlia.

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