Campotosto: Il lago delle meraviglie

Campotosto: Il lago delle meraviglie

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

(dal libro Kalipè: il mio viaggio libero)

L’uomo è un albero capovolto che ha le sue radici più vere in alto, nel cielo.

Ogni uomo è così: albero con radici di cielo.

È la radice che mi porta non sono io che porto le radici.

È il cielo che mi porta.

(Padre Ermes Ronchi in “Sulla soglia della vita”)

È proprio vero! La bellezza salverà il mondo. Ero estasiato dai colori del lago di Campotosto. Anno dopo anno la distesa d’acqua cedeva il posto ai canneti colonizzanti. La sua superficie appariva immobile come quella di uno specchio, turbata solo dal volo di piccoli rapaci che salivano in cielo, aiutati dalle correnti, verso le cime soprastanti. Oche giulive planavano docilmente sulle acque.

Pensai a come dovremmo esportare meglio la nostra natura, come promuoverla turisticamente senza doverci spremere troppo le meningi. Abbiamo, nella nostra terra baciata da Dio, tante bellezze. Posti così fantastici da credere che il Signore abbia cominciato proprio qui quando decise di creare il mondo, dedicando un po’ più del suo tempo alla valle che avevo negli occhi, facendo il resto del mondo in gran fretta e finendo in tempo la domenica successiva per mettersi in poltrona a riposo.

Né il lago, tantomeno i canali soffocati dalla vegetazione spontanea, risultavano navigabili. Circondato da boschi e piccoli abitati, era anch’esso un paese stagnante. Gli appassionati di ornitologia qui sul grande invaso di Campotosto, da sempre hanno il loro paradiso in terra.

L’airone si lasciò trasportare pigramente dalla corrente sopra la palude, veleggiando piano nell’aria fresca del mattino. Sembrava troppo grande per poter restare sospeso in volo. Era un gigante se confrontato ai tanti uccelli acquatici quasi coperti dalla sua ombra. Inclinando le ali, planò docilmente sulle acque, atterrando come un boeing 777 con due colpi d’ala in frenata. Scosse il capo quasi con arroganza, attraversò senza fretta una secca, con esagerata cautela, guardandosi intorno, prima di arrestarsi immobile, simile a statua, sulle zampe esili come canne.

Il vecchio borgo di Campotosto era illuminato a sprazzi da un sole malato. Una posizione incantevole quella del paese, stretto tra la sponda del Rio Fucino e la riva del lago omonimo che ha occupato quella che un tempo era una fertile pianura con, al centro, una piccola palude e un’estesa torbiera.

Peccato che l’abitato, a causa dei terremoti frequenti e delle difficoltà di vita che s’incontravano in queste terre alte, fosse ormai spopolato per gran parte dell’anno e di pastori e contadini se ne trovino ormai col contagocce. Le vie si rianimavano solo in estate quando tutti arrivavano a villeggiare, in cerca di aria fresca, buon cibo e lunghe escursioni in ambiente.

Il sisma del 2009, che stroncò irrimediabilmente questa parte d’Abruzzo, aveva reso molte case scheletriche e i frontoni sembravano usciti da un film di Dario Argento. Ogni giorno, nuove crepe non censite adornavano i muri. D’inverno era difficile anche riuscire ad accendere un fuoco gagliardo nel camino.

“Una cosa morta – mi disse un giorno il proprietario del bar in piazza, uomo di candido pelo e indubbia allegria – un patrimonio ormai perduto”. Però ovunque pareva regnare l’armonia, quella che nelle nostre città sembrava un autentico miraggio nel deserto.

Era sicuramente un luogo giusto per non pensare ai commercialisti e alla folla che si accalcavano al mio sportello a lamentare cartelle, tasse esose e politici corrotti. Luogo ideale per pensare solo al camminare e al perché, per i restanti giorni dell’anno, si debba essere affannati e preoccupati di tutto.

Molti abitanti dopo il catastrofico evento scapparono, rifugiandosi in città e iniziando una nuova vita ma resistevano, incredibilmente, le minuscole aziende con piccoli allevamenti e macelleria, seppur boccheggianti. Si continuavano per fortuna a produrre i famosi salami, le carni essiccate, gli spallotti di maiale sgrassati, tagliati e messi a maturare. Insomma, il tagliere dei salumi da queste parti, insieme ai formaggi pecorini, non manca mai sulle tavole dei turisti e dei pochi residenti.

Il lago, con i suoi ampi spazi e le sue lande piatte acquitrinose, era come una topografia piana che si allungava fin oltre l’orizzonte. Inspirai l’aria fresca e sentii pace nel cuore. I segni di vita erano rari, qualche volatile qua e là, un gallo a intonare il suo proverbiale chicchirichì.

Il campanile della parrocchiale suonava l’ora media con i rintocchi dell’orologio a distesa sopra le case in lontananza. Pensai a come anticamente il tempo passasse a Campotosto scandito dal suono di questa campana che perentoriamente invitava i parrocchiani sia alla preghiera privata che ai riti comuni e seguiva la vita individuale di ognuno tra battesimi, nozze, estreme unzioni, morti e funerali: “Al levar del sole si sonava prima; a metà mattina sonava terza; a mezzodì sonava sesta; a metà del meriggio cadea nona; al calar del sole sonava vespro e tra vespro e mezzanotte trovava posto compieta”.

Suonò durante la pestilenza del seicento che ridusse tragicamente il numero degli abitanti. Sbatacchiò anche nella terribile notte del 2009, quando la furia della terra riuscì a spostare i pesanti bronzi che, agitandosi, rintoccarono assurdamente.

Claudio, il mio amico che mi ospitava in roulotte, l’aveva detto. Il tempo brutto sarebbe durato almeno due giorni. Ora non pioveva ma il cielo aveva assunto uno splendore malsano. Sopra il pallido sole si era addensata una sottile cresta di nuvole che conferiva alla luce una sfumatura itterica. E comunque era forte il sentore di pioggia. Da qualche parte, in fondo valle incombeva già il temporale.

Dalla minuscola finestra della roulotte, ora che era tornato il sereno, la luce color miele sopra le vette era fantastica. I profili erano ondulati e disegnati dalle faggete che ricoprivano le montagne orlate da rocce. Al tramonto sarebbero diventate dorate.

I tetti grigi delle case sembravano sussultare sotto i dardi luminosi. I raggi del sole nascente esaltavano le pietre così diverse da tutti i gruppi calcarei intorno. Il color ocra chiaro faceva venire voglia di staccarne un pezzo, se fosse stato possibile, per impiantarlo così com’era, dentro casa e ammirarlo eternamente.

La moltitudine di granelli sabbiosi che, per milioni di anni, hanno dimorato sul fondo del mare e poi hanno coccolato innumerevoli torrenti, qui regala da sempre lo spettacolo più bello a sud delle Alpi, in uno scenario irresistibile. Le montagne, allineate come soldatini, mi ricordarono una foto nella camera degli ospiti in casa di amici.

C’erano ritratti dei giganteschi soldati maori della seconda guerra mondiale intenti all’”Haka”, la famosa danza rituale che precedeva la battaglia. I militari, circa venticinquemila, erano di stanza in Italia, molti lungo la linea Maginot di Ortona e durante il conflitto si fecero ammirare per il sacrificio, il coraggio e l’aiuto che offrirono alle popolazioni stremate. I loro sguardi, dalla foto, erano fieri come antichi guerrieri e contorcevano il viso, strabuzzando gli occhi, tirando fuori la lingua in attesa di combattere i carri armati con le baionette.

Qualcuno definiva questo popolo assolutamente strano, anzi fessacchiotto, dato che combatteva battaglie in cui nessun neo zelandese aveva un interesse da difendere. Si diceva, ma come? Vivono su di un’isola sperduta, senza vicini fastidiosi, solo acqua intorno. Eppure quel popolo partecipava a quasi tutte le guerre più importanti del pianeta, nel secolo. Nessun altro Paese, neppure l’Unione Sovietica, durante la II Guerra Mondiale, ha perduto tanti ragazzi in rapporto alla popolazione.

Pochi allora capivano la voglia di giustizia che albergava in questi uomini del Nuovo Mondo. Aiutarono gli Alleati contro i Tedeschi, i Sud Coreani contro quelli del Nord, gli Americani contro i Giapponesi, furono decisivi nella epica battaglia del 1945 a Okinawa.

Accadeva così anche per i brasiliani che, scarsamente attrezzati, non pronti a guerreggiare e con vestiario inadeguato ai rigori appenninici, durante la guerra soffrirono le pene dell’inferno. I simpatici negri nerboruti se ne andavano in giro con un curioso distintivo di un cobra verde su sfondo giallo che fumava beatamente una pipa.

Il cruccio di uno scrittore, credetemi, è che le sue parole – per belle che possano essere – non riescono mai a incarnarsi e a cantare compiutamente la maestosità, il romanticismo, le meraviglie di una terra baciata da Dio, il suo continuo curvare e fluire.

Rileggendo oggi le mie descrizioni sul taccuino che, senza soluzione di continuità, riempio in ogni istante delle camminate, sono sempre colpito dalla sommarietà delle affermazioni contenute negli scritti. Divento un censore feroce di me stesso. Trovo trascuratezza nelle parole, ripetizioni di aggettivi e soprattutto mi sento impotente a trasmettere la bellezza di un paesaggio, a fotografarlo con le parole. Inutile, credo, ostinarsi su immagini perfette con aggettivi ricercati. Non potrei mai riportare su carta la grazia di questo luogo. Per descrivere un colore, un posto, ci si deve piegare semplicemente alle esigenze a volte infantili della lingua o di quello che si possiede di lei. Così, all’alba si accende il rosso e al tramonto s’irradiano luci color rosa.

Ma, vi giuro, non è così semplice! Ci si può sentire mortificati a non saper trasmettere gli spasimi lentissimi di una gemma che sta spuntando su di un ramo o un bosco che sibila dolcemente.

L’indimenticato giornalista Tiziano Terzani avrebbe detto che questo che sto raccontando “è uno di quei pochi luoghi dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi di essere membri della razza umana”. Per me è il distillato della vita!

Claudio aveva fatto il caffè. Anche quella mattina riuscii a sorprendermi di quanto fosse buono. Era forse la purezza dell’acqua, la miscela di arabica o la mano esperta? Per il mio amico era semplicemente l’ambiente che avevo negli occhi a rendere una “brodaglia” come lui la definiva, qualcosa di unico. Forse aveva ragione.

Un lago di montagna, credo sia un infinito e azzurro paesaggio dell’anima. Non c’è altro luogo, ne sono convinto, in grado di ispirare così tanto entusiasmo, serenità bellezza, armonia, a volte anche malinconia e inquietudine. Qualsiasi sentimento si provi davanti a uno specchio lacustre di certo non è d’indifferenza.

Non so perché ma la magia su queste rive non è solo nella trasparenza delle acque, ma, soprattutto, nei colori che in molte ore del giorno sono indefinibili. Credo che neanche la scienza sia in grado di scegliere una tonalità predominante ed eleggerla come principale nell’infinita gamma dei celesti, dei blu, dei verdi o dei grigi. Guardate che è un autentico miracolo per chi non riconosce la presenza di Dio.

Per me che credo profondamente all’esistenza di un Signore dei giochi, che dall’alto scherza colorando il mondo, è solo una conferma delle mie convinzioni. Non so dirvi cos’è. Forse dipende dai fondali diversi da quelli del mare, forse il riflesso delle rocce che si specchiano sulle acque… forse … forse … non so.

E che dire di quella sorta di limo finissimo che qualcuno paragona a volgare fango ma che, rimanendo in sospensione sulle acque, crea stupendi giochi di luce insieme a piccole alghe, piante acquatiche, pietre e tronchi morti?

Quel che certo è che le cromie che nascono sui laghi ai piedi di cime austere sono indescrivibili e mortificano chi come me ama la fotografia che comunque sarà imperfetta e non in grado di regalare una parvenza di realtà. Benvenuti in Paradiso!

Come arrivare

È possibile raggiungere il lago in maniera semplice, sfruttando i principali mezzi di trasporto. Se siete soliti viaggiare con la vostra auto, l’autostrada Adriatica A14 è la tratta che vi permetterà di giungere sul posto: in direzione Ancona se provenite da Nord, in direzione Pescara provenendo da Sud.

Se preferite viaggiare in treno, invece, le stazioni ferroviarie più prossime al bacino sono quelle de L’Aquila e di Teramo, site entrambe a 50 chilometri di distanza; da lì, poi, è possibile proseguire usufruendo del servizio offerto dalle autolinee Arpa, navette con tempi di percorrenza inferiori ad un’ora.

Per chi proviene da lontano, e necessita di spostarsi in aereo, invece, gli aeroporti siti nelle prossimità del lago sono l’Aeroporto Internazionale d’Abruzzo “Pasquale Liberi” di Pescara e l’aeroporto di Roma Ciampino: da entrambi gli aeroporti è necessario sfruttare la linea ferroviaria ed il successivo servizio di bus navetta.

Gli amanti del trekking non possono mancare il Giro del lago di Campotosto, un itinerario che segue in maniera molto fedele l’anello attorno al bacino, e che si presenta ideale per essere percorso anche in mountain bike. Oltre ad ammirare lo splendore delle riserve naturali e la ricchezza di piante e fiori, effettuando tale percorso è possibile giungere in località Campotosto, il comune da cui prende nome il lago, oltre che sul suggestivo Ponte delle Stecche. Il dislivello totale del tracciato è di poco superiore ai 100 metri, e può essere affrontato senza troppe difficoltà anche dai più piccoli e da persone con una preparazione fisica approssimativa.

Presso il lago di Campotosto è possibile godere delle prelibatezze della cucina abruzzese, sebbene il vero prodotto tipico del posto, protetto e lavorato come un tempo, sia la Mortadella di Campotosto, un salume che deve il suo particolare gusto alla stagionatura in condizione climatiche caratterizzati da freddi venti di tramontana. Tipici del posto sono anche gli arrosticini, l’agnello alla cacciatora e la coratella di agnello in umido, un piatto a base di frattaglie ed interiora dell’animale: un piatto apparentemente poco invitante, ma molto prelibato e dal gusto armonioso e ben definito.

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