L’altra Sindone: l’immagine “acheropita” di Manoppello

L’altra Sindone: l’immagine “acheropita” di Manoppello

di Sergio Scacchia (collaborazione fotografica Pacot Video di Vincenzo Cicconi)

I capelli della vecchia sono lunghissimi. Non si capisce quanto, perché li raccoglie stretti in una crocchia. Rimango affascinato nel pensare a quanto lavoro ci sia dietro una semplice pettinatura. Attorno al viso rugoso, quella lunga chioma candida da fata turchina centenaria è qualcosa che scioglie il cuore.

Anche quando ci si avvicina irrimediabilmente alla fine, non si rinuncia facilmente al proprio modo di essere. Dalla panchina l’anziana donna getta briciole di pane e un nugolo di piccioni plana vicino alle gambe rinsecchite. Forse lo fa per esorcizzare la solitudine.

Ho sempre faticato a pensare ai vecchi come ai bambini di un tempo. Per me, la mia nonnina Maddalena era nata così come la vedevo da piccolo: con il viso incartapecorito e la schiena curva. I bambini sono sempre bambini, i vecchi sempre vecchi. Eppure, guardando gli avambracci cadenti di questa vecchina seduta sulla panchina di fronte alla scalinata del Volto Santo, capisco che il tempo muta tutto. Solo Dio non muta mai!

Mi trovo a Manoppello, uno dei tanti bei borghi abruzzesi, ubicato tra la costa pescarese e il massiccio della Majella. Sarebbe un paese sconosciuto se qui non si ospitasse una reliquia incredibile, un velo che mostra l’immagine sofferente del Cristo. Da previdente quale sono, ho deciso di venire di martedì. La domenica qui si entra a fatica, per via dei tanti pellegrini che giungono da ogni dove.

Il mistero del Volto Santo è impenetrabile da secoli! Una immagine acheropita, non fatta cioè da mano umana! Per qualcuno si tratta, addirittura, del fazzoletto della famosa Veronica, la donna colpita dall’immenso dolore di Gesù, che sul Calvario volle asciugare il viso del Messia sofferente.

La bella scalinata, colpita dai raggi del sole, riflette luce sull’inedita facciata della basilica. Sosto davanti alla semplice costruzione a disegni geometrici, con alternanza di bianco e di rosso. All’interno, sull’altare maggiore, è custodita la singolare icona di Cristo. L’emozione, per un credente come me, è tanta.

Entrando nel santuario, prima di osservare con trepidazione il prezioso telo e lo sguardo profondo del Cristo, i miei occhi incrociano un frate cappuccino intento a pregare in ginocchio nell’ultimo banco di destra della navata principale. Ha le mani intrecciate alla corona del rosario e gli occhi fissi alla teca sopra. Immobile, quasi in estasi che puoi confonderlo con la statua di San Rocco non molto distante, sulla sua sinistra.

L’umile figlio di San Francesco, forse capendo la mia emozione, volge lo sguardo verso di me, con un espressione che pare leggiadra nonostante la corporatura abbondante. Poi, con un parlare schietto che denota semplicità e modestia, mi dice una frase che mi lascia interdetto: “Non avere paura, accostati con fiducia, Cristo ti aspetta!”.

Mi colpisce la struttura marmorea posta sopra l’altare maggiore. La cornice del reliquario, donato dagli abitanti nella metà del novecento, non contiene nulla! Ho un attimo di smarrimento. Che il Velo sia stato portato altrove? Poi ragiono meglio e capisco che non può essere accaduto questo. Mi avvicino e finalmente riesco a vedere la “Sacra Sindone” abruzzese. Avevo letto di un documento in cui si parla di impercettibili spazi vuoti tra filo e filo, millesimi di millimetri che rendono il pezzo di stoffa semitrasparente e quasi invisibile.

Un tuffo al cuore! Una felicità che sembra correre dentro me come la pallina di un flipper. Il Velo, custodito qui dal Seicento, è così impalpabile che pare trasparente, colpito dalla luce del sole che entra dal portone laterale aperto e dai finestroni colorati. Ecco perché, a distanza, la teca pareva vuota.

Sono davanti a una delle reliquie più coinvolgenti della storia del Cristianesimo. Addirittura oggetto di particolari studi che, al computer, hanno evidenziato la perfetta sovrapponibilità con la più famosa Sindone di Torino.

Migliaia di storici si sono occupati di questo tesoro di devozione. Secondo alcuni di essi sarebbe la sacra immagine che nella notte dei tempi, il 570 circa, fu traslata dal luogo dove giaceva nascosta a Costantinopoli, nella odierna Turchia. L’imperatore di allora, Giustino II, intendeva farne oggetto delle preghiere dei soldati che erano impegnati nel conflitto con il forte popolo persiano e avevano bisogno di affidarsi a Dio.

Agli inizi del Settecento, per far sì che il prezioso fazzoletto non cadesse nelle mani distruttrici degli iconoclasti che aborrivano il culto delle immagini sacre, fu trasportato in gran segreto nelle stanze sicure del Vaticano. Pare che da lì, in determinati momenti dell’anno e in occasione dei Giubilei, la reliquia fosse oggetto di ostensione ai fedeli.

Fu durante il Sacco di Roma, quando la città venne messa a ferro e fuoco, che la Sindone di Veronica scomparve tragicamente. Quando ormai la si dava persa, distrutta o bruciata, ricomparve misteriosamente in Abruzzo. Mistero nel mistero.

C’è chi attribuisce il ritrovamento al comandante della guarnigione spagnola, il famoso Ferdinando De Alarcon, il quale per i servigi offerti al Re ebbe un marchesato nelle umili terre di Manoppello. Altri raccontano una storia che parte dal lontano 1506 quando un enigmatico pellegrino dai modi garbati e la barba grigia, davanti alla chiesa di S. Nicola in Manoppello, consegnò un involto a Giacomantonio Leonelli, abitante del luogo.

Questi, apertolo, vi scoprì la figura del Signore; di quel pellegrino naturalmente si erano già perse le tracce, scomparso agli occhi di tutti. Infine si parla di un ricco del luogo, Tale Donato De Fabritiis che acquistò questa splendida reliquia da un soldato in miseria bisognoso di soldi. Il Volto fu donato nel seicento ai cappuccini che stavano costruendo il loro santuario a Manoppello.

Avvicinatomi al prezioso velo da cui traspare prodigiosamente, sia sul dritto che sul rovescio il Volto Santo, mi colpisce profondamente il viso ovale, leggermente rotondo e asimmetrico del Nazareno. Incrocio più volte lo sguardo con gli occhi del Redentore.

I suoi capelli lunghi, la bocca leggermente aperta come sul punto di ammaestrarti con le parole che usò nel tempio, lo sguardo penetrante e gli occhi in alto verso la casa di Dio, sono i tratti fondamentali di tutta l’iconografia che ha rappresentato Gesù nei secoli.

Spostandomi di lato, la trasparenza così marcata mi permette, addirittura, di vedere oltre il tessuto, anche il portale in fondo alla navata. Questo enigma dura da oltre quattro secoli. Fa impazzire studiosi, tecnici, esperti di iconografia e religiosi il fatto che si denoti, dopo infiniti studi, l’assenza di materiali pittorici negli interstizi dei fili.

Io posso semplicemente testimoniare che tessuto e colore non sono stati danneggiati dal tempo che scorre e che il Volto del Cristo pare modificarsi a seconda della luce che lo colpisce. Rimanendo per ore a guardarlo, si possono scoprire i segni dei colpi subiti nella Passione. Roba forte, insomma, per gente di fede forte!

La monaca trappista Suor Blandina Schlomer, in un documentario riassunse i suoi studi meticolosi sul prezioso panno con la frase: “è di certo immagine vivente”. Ricerche scientifiche hanno più volte confermato la sorprendente mancanza di pittura e pigmenti di colore sul velo, da cui traspare da entrambe le parti il Volto con gli stessi tratti somatici della Sacra Sindone, perfetta fusione tra i due volti.

D’altronde l’icona si sovrappone quasi perfettamente con altre famose immagini del Cristo, un mosaico nella basilica romana di Santa Prudenziana, secolo IV, una icona russa del XII secolo, custodita nella città di Mosca, il Cristo delle catacombe dei santi Pietro e Marcellino sempre a Roma.

Sono venuto fin qui per sapere di più anche di questa religiosa tedesca che sperava di trovare anche una benché minima differenza col volto della Sindone, così da poter metter in dubbio le sue certezze. Ma la suora terminava nel documentario con queste parole: “sovrapponendo le due immagini se ne trova una sola, quella del Cristo!”.

Quanti misteri avvolgono questo luogo. Vi consiglio di visitare il bellissimo museo, a cui si accede dietro l’altare a fianco della sacrestia per saperne di più. Dopo la visita del papa emerito Benedetto XVI, la mostra è stata arricchita ulteriormente di pannelli e foto.

Non mi interessa la diatriba sull’autenticità di questa santa reliquia. Quello che importa è che, anche solo per un attimo mi sono sentito anch’io pellegrino del nostro tempo, penetrato dallo sguardo profondo e magnetico di un Cristo che ho percepito immensamente vicino. È una esperienza forte di fede che consiglio a tutti voi.

Taccuino di viaggio

Raggiungete Manoppello dall’autostrada A25 Torano- Pescara, uscita Alanno Scafa.

Il santuario è visitabile dalle 6 del mattino alle 12,30 e dalle 15 del pomeriggio alle 18,30, ora legale 19,30. Disponibili sacerdoti per confessioni anche per gruppi di preghiera. Per informazioni 085 859118 – mail info@voltosanto.it. Nel sito www.voltosanto.it si può prenotare per gruppi, messe e preghiere, compilando una scheda elettronica.

Non perdete la mostra con i suoi 27 pannelli che spiegano tutto. Da ammirare anche degli ex voti di pregevole fattura.

Nei dintorni di Manoppello sono diversi gli agriturismo e ristoranti dove si mangia bene e si paga il giusto. Cucina di collina con gli ottimi vini delle campagne locali, dove esistono molti piccoli produttori.

Infinite cose da vedere nei dintorni. Siamo a circa 30 chilometri da Pescara. A Manoppello scalo da visitare assolutamente Santa Maria di Arabona, di cui vi parlerò presto.

Vicino si visita anche il santuario di San Liberatore a Serramonacesca, fatto costruire da Carlo Magno e di cui abbiamo parlato in un altro articolo (ritrovatelo nel Fatto). Verso Caramanico Terme, da visitare il bel borgo di San Valentino a Citeriore e le famose grotte degli eremi celestiniani.

Non è troppo distante anche la bella abbazia di San Clemente a Casauria, gioiello di arte sacra abruzzese.

2 Responses to "L’altra Sindone: l’immagine “acheropita” di Manoppello"

  1. Michele Salcito   29 febbraio 2016 at 10:43

    Si tratta di un oggetto particolare, ma se coloro che lo hanno studiato non avessero mai conosciuto la Sindone lo avrebbero accostato ad essa? Credo proprio di no. L’uomo della Sindone è un altro volto. I due volti si possono assomigliare ma non sono la stessa persona. Il Santo Volto di Manoppello è comunque un importante reperto della fede popolare e delle capacità artistiche dell’essere umano e come tale, oltre che per le sue caratteristiche intrinseche, va protetto e conservato per i secoli futuri. Avrebbe più senso chiamare icona il Volto di Manoppello piuttosto che quello dell’Uomo della Sindone.

  2. Anonimo   29 febbraio 2016 at 10:53

    Non continuiamo a fare confusione tra fede e scienza. Manopello, come altre innumerevoli reliquie prevalentemente false e artefatte, va benissimo per ricordare idealmente il volto di Nostro Signore e il suo messaggio di amore ma, per carità, non facciamo… fantareligione!

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