Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

di Sergio Scacchiapaesaggioteramano.blogspot.it

Guardo le cime della Majella, innevate dal primo bianco dell’anno e capisco che la bellezza non è un’opinione. Appena fuori l’abitato di Casoli, sorvegliato dall’imponente castello degli Orsini, il piccolo lago artificiale di Sant’Angelo regala belle vedute sulle cime della Montagna Madre.

Sono in viaggio verso Lama dei Peligni, risalendo i tornanti della pedemontana che proviene da Fara San Martino, il paese della Pasta De Cecco, Del Verde e altre piccole aziende. È l’arteria importante che segna il confine del parco nella Majella Orientale.

Poi, come una bella favola senza lieto fine, m’imbatto in una lunga cicatrice chiara, in lontananza. È una cava. L’ultima volta che ci sono passato, questa ferita della terra procurata dall’uomo che cerca di sfruttare il suolo a più non posso, rifletteva un timido raggio di sole. Il dardo luminoso cercava di bucare la nebbia che ristagnava nella valle.

Per me le cave, non so come la pensiate, sono delle pustole infette nel corpo del territorio che rubano frammenti di vita. Non mi sono simpatiche, cambiano il paesaggio, anzi diventano in maniera subdola il paesaggio stesso. È l’espressione istrionica e camaleontica di una distruzione ambigua che si nasconde dietro ad una attività.

Certo, non biasimo ferocemente chi ha bisogno di lavorare ma agli esperti di ghiaia, sabbia o pietrisco, vorrei chiedere di trovare una soluzione alle oltre diecimila cave dismesse o alle circa seimila attive che, secondo Legambiente, martoriano il povero territorio dello Stivale. Sono le cave che, secondo me, contribuiscono a modellare negativamente marne e arenarie degli Appennini.

La montagna è sempre in movimento sotto i nostri piedi. In Abruzzo, alcuni paesi galleggiano su frane dormienti. Bastano poche gocce di pioggia e viene tutto giù. La terra, spesso, ci avverte prima di sciogliersi e seppellire tutto sotto il suo manto grigio e uniforme. Solo che noi, con la nostra protervia, ignoriamo i segnali e crediamo di essere immuni da catastrofi. Geologi, agronomi, studiosi, tutti a minimizzare e poi, i semplici, i contadini a piangere subito dopo un disastro.

Anche qui i paesi soffrono le vertigini, non per l’altezza, ma perché spesso sono aggrappati al nulla, su pendii scoscesi. Quando scende acqua a volontà non ti resta che incrociare le braccia sul petto a formare una croce e abbracciare nel silenzio tutta la vita, affidandosi al Dio che abita anche in quei luoghi.

Perso nei pensieri, come Dio vuole arrivo a Lama dei Peligni. È un minuscolo paese della valle dell’Aventino, alle pendici del monte Amaro, abitato sin dalla preistoria. È al centro di un territorio che ha fornito innumerevoli tracce di storie millenarie con reperti storici di varie epoche. Le prime notizie del borgo medievale si hanno comunque solo dal secolo XII.

Immerso in un contesto naturale di rara bellezza, nell’Oasi della Majella Orientale, si trova a pochi passi dalle famose grotte del Cavallone, luogo immortalato dal Vate D’Annunzio che vi ambientò la tragedia della Figlia di Jorio. La Riserva Naturale è stata istituita nel 1991 e ha consentito il ritorno sulla Majella dei primi camosci, importati dal vicino Parco Nazionale d’Abruzzo.

Per chi visita Lama è importante dedicare tempo all’interessante Museo della Natura e al Centro visitatori, che si trovano sulla destra all’ingresso dell’abitato dove c’è un bel giardino botanico e alcune voliere per scoprire la bellezza di varie specie di rapaci. Di questi tempi freddi non è facile trovarli aperti, mentre in primavera ci si può organizzare anche un bel picnic.

Per chi arriva in inverno c’è comunque da non perdere, in centro, la parrocchiale cinquecentesca di San Nicola con il suo bel loggiato. Poi, una breve salita, porta alla chiesa di S. Antonio da Padova con il vicino convento della Misericordia. Dal posteggio  si sale verso l’area faunistica del camoscio.

Qui si possono fare splendide foto a questi animali, magari millantando agli amici di aver fatto una escursione di dieci chilometri per beccare i più bei camosci d’Abruzzo. C’è anche un ripido sentiero spettacolare nel panorama che si scopre e che porta in poco meno di due ore all’eremo di S. Angelo, antica costruzione realizzata all’interno di una grotta a picco sul paese.

Rimandandovi a una bella giornata estiva per vivere appieno la montagna, vi parlo di Lama perché questa è una parte d’Abruzzo dove leggende e tradizioni si tramandano nei secoli. Secondo un’antica credenza, tramandata oralmente dai vecchi abitanti del paese, le gigantesche rocce che si ergono tortuose e dolenti dal terreno, nel cuneo che porta al grande anfratto della grotta del Cavallone, erano mostri pietrificati.

Questi animali popolavano il pianeta prima della comparsa degli uomini. Una di quelle pietre mastodontiche prese la forma di un enorme cavallo, simbolo di libertà e di una natura che non cede alla dominazione degli esseri viventi. Da qui il nome dato al complesso ipogeo del “Cavallone”.

Sono soprattutto sacre le storie incredibili che ruotano intorno al paese dal sapore leggendario. Una di queste narra di una statua, neanche molto pregiata, dedicata alla Madonna della Misericordia, un’opera in stucco dipinto del secolo XVIII, attribuibile a una bottega di maestri lombardi che da queste parti, e ancor più nella vicina Taranta Peligna, hanno lasciato più di un lavoro artistico.

L’esemplare che oggi si conserva nell’abside della chiesa dei Minori Osservanti di Lama non sarebbe neanche originale ma una brutta copia di una statua lignea andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. La particolarità è che questa statua sarebbe miracolosa.

Anzitutto si rifiuterebbe di uscire dalla sua nicchia e poi da quel posto, dove si trova, sarebbe in grado di proteggere il paese. Si narra che molti anni fa, nei giorni di festa a Lei dedicata, la Madonna fu portata dai Lamesi in processione. Dopo pochi minuti si scatenò una tempesta d’inaudita potenza che scrosciò acqua in quantità paurosa dai valloni della Majella. L’abitato era in serio pericolo. La processione tornò indietro e, quando la statua fu riposta nella nicchia, di colpo la tempesta scomparve. Questa tradizione non è soltanto orale ma è riportata anche in un vecchio e interessante libro di Francesco Verlengia sulle tradizioni abruzzesi, edito nel 1958.

La singolare circostanza è che esisterebbe, sempre a Lama, un’altra Madonna che invece ama circolare in lungo e largo nei paesini del comprensorio. Parlo della Madonna dei Corpi Santi, raffigurata con mano un fiore e nell’altro braccio, ricurvo, il Bambino. La statua veste di rosso con ricami in oro ed è coperta da un manto azzurro trapunto di stelle argentee. La festa della Madonna si svolge nell’ultima domenica di agosto e accorrono fedeli da ogni parte della valle dell’Aventino.

La leggenda racconta che questa figura di Vergine era originariamente custodita nella chiesa di Montemoresco presso la vicina Torricella Peligna. Da qui la statua era scappata e fu ritrovata, settimane dopo, in una piccola cappella nei soprastanti monti Pizii. La statua camminò ancora per ricoverarsi nella chiesa madre di Gessopalena. I gessani fecero grandi feste alla Madonna miracolosa, gioiosi che aveva scelto il loro paese come sua casa. Si decretò una fiera da celebrarsi ogni anno in onore della Vergine. La Madonna, inquieta però, tornò a camminare due anni dopo.

Fu ritrovata in un campo da un contadino di Lama dei Peligni. In mezzo ai rovi pungenti vide il manto rosso della mamma di Gesù e il brillare dei gioielli con cui l’avevano agghindata gli abitanti di Gessopalena. Così fu portata nella chiesa di Santa Croce, tra i mugugni degli abitanti dei borghi vicini che videro questa cosa come una sorta di furto perpetrato nei confronti di Gessopalena.

La Madonna non si mosse più da Lama e anzi pare che protesse il paese anche dal terremoto disastroso del novembre 1706 che abbatté gran parte dell’abitato e che nonostante tutto non fece un grande numero di vittime così come poteva far supporre l’entità della scossa tremenda. La Vergine, secondo molti abitanti, ancora oggi benedice le nascite e i matrimoni, veglia infermi e moribondi, protegge i pastori.

Bussola di viaggio

Da Nord e da Sud

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Chieti (45 chilometri)

Percorrere la SS 81 in direzione di Guardiagrele, proseguire sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Pescara (70 chilometri)

Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A 14 in direzione Bari, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Si mangia bene ovunque, importante non perdersi le “Sagne a tacconi”, le “pallotte cacio e ove” la “”pizza co le fujije”, le “turcinielle”, sorta di mazzarella teramana, i “fiadoni” e le imperdibili sfogliatelle!

One Response to "Le storie fantastiche di Lama dei Peligni"

  1. Luigi Talà   17 gennaio 2016 at 20:57

    Sì tutto vero, è un paese molto bello che ha dato i natali a un teramano d’adozione , gigione , indimenticabile riferimento degli universitari sino al 05/02/95 giorno in cui è purtroppo passato a miglior vita. Grande Gigi

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