Odiare il Capodanno, ma ubriachi di vita intensa come Antonio Gramsci

di Maria Cristina Marroni 

Gramsci - Forza Teramo 3.0

Gramsci 3.0

Eccoci di nuovo al 31 dicembre. Giorno di festa che celebra l’anno che si spegne e porge il benvenuto a quello che arriva.

La notte di San Silvestro, per antonomasia, è la notte delle speranze, delle aspettative, dell’“ottimismo della volontà”, per dirla alla Gramsci.

Proprio Antonio Gramsci, uno dei nostri più brillanti pensatori, esattamente cento anni fa – il primo gennaio 1916 – scriveva sul quotidiano “Avanti!” l’articolo intitolato: “Odio il Capodanno”.

La critica gramsciana veniva rivolta all’errore psicologico di spacchettare la vita in date e stagioni che sono puramente artificiali.

Rinascita e rinnovamento sono condizioni dello spirito che si rivelano possibili nella continuità, perché ogni giorno è un giorno nuovo, è un capodanno dell’amore, dell’amicizia, dell’impegno e della volontà.

Ma anche dell’odio, perché questo blog rivendica l’utilizzo intellettuale e filosofico dell’arma della contrapposizione politica – ferma ed intransigente, aliena ai compromessi e alle democristianerie – contro coloro che ogni giorno, nella città di Teramo al pari che nella Regione Abruzzo, infliggono alla cittadinanza un “capo danno”, cioè un arretramento della qualità della vita e dei servizi pubblici.

Rileggiamole con attenzione queste parole di Gramsci, fresche come 100 anni fa, e riscopriamo l’opera di un grande filosofo italiano che ancora ci parla e ci insegna, che ci invita ad odiare il Capodanno nella misura in cui demandiamo ingenuamente alle feste comandate il compito di fare i conti con la propria coscienza, la chiamata di ciascuno alle proprie responsabilità.

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci – 1° gennaio 1916”.

Anche questo blog rifugge come la peste il “travettismo intellettuale”, perciò la notte di San Silvestro auguriamo a tutti di “sentirsi ubriachi di vita intensa e di farsi un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore”.

4 Responses to Odiare il Capodanno, ma ubriachi di vita intensa come Antonio Gramsci

  1. Mauro Di Girolamo

    31 dicembre 2015 at 19:54

    Mi permetto di aggiungere all’articolo di Gramsci, un famoso dialogo tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi che ben 84 anni prima invitava a pensare che l’anno nuovo è sempre preferibile all’anno passato con l’illusione o la speranza che possa essere migliore.

    DIALOGO di un VENDITORE d’ALMANACCHI
    e di un PASSEGGERE

    Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
    Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
    Venditore. Si signore.
    Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
    Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
    Passeggere. Come quest’anno passato?
    Venditore. Più più assai.
    Passeggere. Come quello di là?
    Venditore. Più più, illustrissimo.
    Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
    Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
    Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
    Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
    Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
    Venditore. Io? non saprei.
    Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
    Venditore. No in verità, illustrissimo.
    Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
    Venditore. Cotesto si sa.
    Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
    Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
    Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
    Venditore. Cotesto non vorrei.
    Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
    Venditore. Lo credo cotesto.
    Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
    Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
    Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
    Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
    Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
    Venditore. Appunto.
    Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
    Venditore. Speriamo.
    Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
    Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
    Passeggere. Ecco trenta soldi.
    Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

    P.S. Buon anno Maria Cristina!

  2. Cristina

    31 dicembre 2015 at 20:46

    Grazie di cuore Sig. Mauro,
    in questi giorni sto leggendo “In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo” di Emanuele Severino, per questo Le sono ancora più grata. Buon Anno!
    Maria Cristina

  3. Pino

    1 gennaio 2016 at 12:46

    Leggere questo articolo e pensare agli auguri che si fanno in questo periodo a mezzo di queste sciocche e insensate applicazioni virtuali “moderne”, del quale io stesso, mio malgrado, ne sono vittima, mi viene da pensare quanti auguri Veri vengano realmente veicolati come questo letto in questo bell’articolo. Finora è l’augurio piú bello che abbia ricevuto. Grazie per la sensibilità di Maria Cristina Marroni che come lettore posso solo tentare di contraccambiare come a tutto il sito de Il Fatto Teramano che auguro un 2016 di di articoli fermi ed intransigenti come da vostro stile.

  4. Ilfattoteramano

    1 gennaio 2016 at 19:53

    I migliori Auguri, Pino! E grazie!

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