Un Paese piccolo piccolo

Un Paese piccolo piccolo

di Ernesto Albanello  –

Per capire le cose bisogna scriverle - Murakami
Una frase dello scrittore Murakami

Viviamo in un Paese piccolo piccolo, dove si dimenticano presto i drammi planetari e dove subito le notizie internazionali scivolano nelle pagine di fine giornale.

Scopriamo ogni giorno che questo Paese piccolo piccolo non sa custodire l’ingente patrimonio di opere d’arte che gli è stato consegnato dalle generazioni precedenti nei secoli addietro e continua a non comprendere il suo dovere di tutelarlo perché è un patrimonio dell’Umanità quello che è nelle sue pinacoteche, gallerie, musei, regge, castelli.

Ci accorgiamo che ogni giorno in questo Paese piccolo piccolo le persone si scalmanano negli stadi che devono essere presidiati da ingenti forze dell’ordine che forse sarebbero più necessarie a garantire la sicurezza di chi circola per le strade, sempre più scambiate per piste da immaturi ed irresponsabili che poi continueranno a non avere neanche la consapevolezza del rischio della vita che procurano agli altri.

Questo Paese piccolo piccolo è passivo spettatore di ritorni alla ribalta di personaggi politici che avevano fatto la loro stagione non senza lasciare scie discutibili sul piano giudiziario: purtroppo fanno da cassa di risonanza a queste prodezze di ritorno dal passato, giornali piccoli piccoli che restano ossessionati per le misere vicende di casa nostra e totalmente distratti per le vicende positive interne ed internazionali.

Non può che essere piccolo piccolo un Paese che costringe suoi cittadini a vivere con pensioni da 360,00 euro mensili, mentre lascia che sciacalli facciano vanto delle proprie cinque pensioni che garantiscono a costoro ed al loro squallido seguito condizioni di vita da nababbi.

Questo Paese piccolo piccolo continua ad avere una istruzione non degna di questo nome, in quanto lascia i bambini, gli adolescenti ed i giovani alle cure di docenti demotivati, non appassionati, esasperati da norme che tolgono anche quel minimo slancio educativo, vessati da controlli sul loro operato che, se i medesimi criteri venissero adottati nelle imprese, basterebbe questo per farle fallire.

Questo Paese piccolo piccolo somiglia ad un battello a cui è stato tolto il timone e che va alla deriva, perché non ha saputo dare una vera prova di essere dignitoso nello scacchiere internazionale, in questi drammatici momenti che Papa Francesco ha definito “una guerra mondiale a pezzetti”.

Ora, dopo aver molto descritto il nostro Paese ed aver sottolineato la sua “piccolezza”, cosa dovremmo dire dell’Abruzzo e della pretesa dei personaggi che la governano, che troppo spesso perdono di vista che la popolazione residente di questa regione è pari a quella di una provincia lombarda come Brescia?

Noi continuiamo a reclamare attenzione e considerazione (giustamente!) dal governo per gli annosi problemi che si trascinano, come i dissesti idrogeologici e la ricostruzione post-terremoto, ma laddove potremmo stimolare percorsi virtuosi per il contenimento di spese, come la fusione di Comuni della montagna, che tra l’altro potrebbero assicurare servizi degni di questo nome, facciamo orecchie da mercante?

Il guaio è che non applichiamo neppure la volontà dei cittadini: quando questa si è resa manifesta per effetto di un referendum che ha sancito la volontà dei residenti dei comuni di Spoltore, di Montesilvano e di Pescara, di essere amministrati da un solo municipio, tutto è caduto nel dimenticatoio, con l’aggravante che si sono volatilizzati i cospicui fondi messi a disposizione dal governo, finalizzati proprio a incentivare le fusioni tra Comuni.

Salvo poi indignarsi (ma in questo caso si parla dei rappresentanti dei cittadini) se viene ventilata la possibilità di creare una ASL unica regionale.

Qui occorre intendersi: non possiamo procedere a singhiozzo e dove pensiamo che ci sia da risparmiare si eliminano in tutta fretta organismi rappresentativi dalla sera alla mattina, mentre laddove il popolo sovrano ha sancito un proprio modo per essere amministrato, si minimizza o si rinvia alle calende greche.

Per non parlare del benedetto traforo del Gran Sasso che avrebbe potuto unire le due città di Teramo e de L’Aquila, ma vecchie contrapposizioni campanilistiche impediscono di vedere una ricomposizione urbana in senso innovativo, che potrebbe davvero rendere l’Abruzzo un territorio libero da pregiudizi interni.

Ma forse, mi correggo: non è proprio tanto piccolo l’Abruzzo in cui viviamo, ma sono certamente piccoli piccoli e mediocri molti di coloro che ci governano, perché ignorano che le loro furbate, protese per lo più al loro arricchimento, sono state tutte passate sotto i riflettori del popolo sovrano, e sappiano che la loro microscopica statura morale non li risparmierà dal disprezzo.

Il Dottor Ernesto Albanello - psicologo
Il Dottor Ernesto Albanello – psicologo

Forse è giunta l’ora che l’Abruzzo e con esso l’Italia, due realtà per molti versi simili, in quanto piccole piccole, ammettano candidamente e realisticamente di non sapersi governare e che cedere le loro sovranità ad un Paese grande grande che assuma funzioni di tutore, non sia poi la fine del mondo! O almeno speriamo di riprenderci prima che questa non venga vista come la più realistica delle soluzioni!

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