Penso che un sogno così…Un grande Beppe Fiorello al Teatro Comunale di Teramo

Penso che un sogno così…Un grande Beppe Fiorello al Teatro Comunale di Teramo

di Maria Cristina Marroni  –

Beppe Fiorello
Beppe Fiorello

Quali sono le esperienze che riescono meglio? Quelle che si vivono intensamente, con convinzione; quelle nelle quali crediamo, che ci piacciono, che ci rappresentano; quelle che raccontano chi siamo veramente.

È questo il motivo per cui lo spettacolo intitolato “Penso che un sogno così…” interpretato e scritto da Beppe Fiorello, con la regia di Giampiero Solari, è realmente un pezzo di eccellenza, una prova attoriale straordinaria perchè profondamente onesta, scevra da superfetazioni e dalle soverchianti ipocrisie nelle quali siamo costantemente immersi sia nella vita che a teatro.

Oggi al Teatro comunale di Teramo ci saranno due repliche dello spettacolo, la prima alle ore 17,00 e la seconda alle ore 21,00.

Difficile spiegare a parole i motivi di una alchimia teatrale riuscita e coinvolgente, specie se non è dato di squadernare una trama precisa: si tratta di un viaggio della memoria che riannoda i fili familiari della vita dello stesso Fiorello, esistenza attraversata da un costante filo rosso rappresentato dalle canzoni di Domenico Modugno.

Modugno  è come il santino che protegge il protagonista nei momenti più importanti, dandogli sostegno e infondendogli coraggio, ma la figura che emerge in tutta la sua forza, la sua vitalità, il suo inguaribile ottimismo è il padre di Fiorello, un semplicissimo italiano medio della piccola borghesia siciliana, capace di rappresentare da solo l’esperienza complessiva di un intero popolo durante tutto il novecento.

Il profumo delle zagare, il finire dei grilli sotto un cielo trapunto di stelle, le luminarie della festa del paese, i pentoloni di cicoria della vecchia zia, il lupunaru che spaventava i bambini: attraverso sensazioni visive e uditive la Sicilia diventa la chiave interpretativa per comprendere tutto lo spettacolo. Impossibile prescindere dalle proprie origini, che ci restano addosso con prepotenza. Il sangue circola per generazioni e generazioni, modificando le attitudini individuali attraverso evoluzioni e ripensamenti, ritrovandosi unito nelle tragedie e nelle feste leggendarie.

Il flusso narrativo e canoro è talmente fluido che le due ore ininterrotte di spettacolo non consentono nemmeno una distrazione, una caduta di attenzione, un momento di stanchezza, perché Beppe Fiorello trasporta gli spettatori nel suo sogno privato, nella sua infanzia, nei suoi desideri inconfessabili con un respiro insieme epico e lirico.

Un punto di vista molto personale che potrebbe facilmente scadere nell’agiografia, ma che invece riesce miracolosamente a non annoiare, sebbene gli episodi rievocati siano rigorosamente figli di una mitologia privata che potrebbe in astratto riuscire di scarso appeal, e che al contrario strappa il cuore al pubblico, entrando di prepotenza nei suoi ricordi e infilandovisi con la leggerezza di chi sa che la narrazione di una storia felice di una famiglia del sud è comune a tutti gli italiani, i quali per un verso o per un altro non possono non riconoscervisi.

Il padre di Fiorello, al pari di Domenico Modugno, voleva semplicemente “volare”, e ci è riuscito con grande spensieratezza, al punto da aver lasciato un’impronta così incancellabile che ha accompagnato tutti i suoi talentuosi figli, fra i quali Beppe eccelle per capacità attoriali.

Nell’Italia del dopoguerra si delinea la grande scelta generazionale: coloro che partono dalla loro terra per cercare fortuna (fra di essi Modugno) e coloro che restano (come il padre di Fiorello), che attraversano le difficoltà con l’arma dell’allegria, per scacciare la tristezza e le preoccupazioni economiche, per non dover mai smettere di sognare e di “volare” con la fantasia, rimanendo saldamente ancorati alle proprie tradizioni, ai propri familiari e compaesani, alla propria terra.

L’Italia contadina suggeriva a Modugno di non sognare, al padre di Fiorello di rimanere con i piedi per terra, al Beppe piccolino di non avere grilli per la testa, ma la forza di volontà e la perseveranza hanno trasformato i loro sogni in una realtà così concreta da trasmettere emozioni che non si dimenticano, nostalgie dolcissime, sorrisi che non si cancellano.

Fantasticare è stato così importante nell’infanzia del protagonista, da aver ricevuto il dono di riuscire a non dover smettere, elevando la fantasia a mezzo di comunicazione di cui la musica è solo un messaggero, con i testi delle canzoni di Modugno che trapuntano un firmamento scenico dove si stagliano i due musicisti (Daniele Bonaviri e Fabrizio Palma) che assistono Fiorello con maestria e passione.

Non è facile oggi poter ridere e commuoversi al contempo, riflettere ed essere spensierati, cantare allegramente e sottolineare l’importanza dell’impegno civico, senza il quale ci si lascia abbindolare dalle fandonie di un falso progresso.

Le parole di cui è tessuto il sogno sono belle come il sole del Sud e a volte dure come pietre, sincere come le radici delle classi povere e profonde come le canzoni di Modugno, fra le quali ci piace sottolineare “Malarazza”, quella dove un Gesù sconsolato risponde alle suppliche ordinando di farsi giustizia da soli perché nessuno difenderà mai i deboli:

“E Cristo mi risponde dalla croce:

forse si sono spezzate le tue braccia?

Chi vuole la giustizia, se la faccia!

Nessuno ormai la farà più per te.

Se tu sei un uomo e non una testa pazza

ascolta bene questo mio consiglio

perché io non sarei inchiodato qui

se avessi fatto ciò che ti dico.

Io non sarei inchiodato qui!

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Prendi un bastone e tira fuori i denti!”.

One Response to "Penso che un sogno così…Un grande Beppe Fiorello al Teatro Comunale di Teramo"

  1. marcellofrancia49@gmail.com   7 dicembre 2015 at 9:05

    pezzo veramente eccellente, un veramente bravo alla professoressa marroni

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