Gli eremi di Santo Spirito e San Bartolomeo a Legio nella valle dell’Orfento

Gli eremi di Santo Spirito e San Bartolomeo a Legio nella valle dell’Orfento

di Sergio Scacchia  –

“Se anche cantassi come gli angeli, ma non amassi il canto,

non faresti altro che render sordi gli uomini

alle voci del giorno e della notte”.

(Kalhil Gibran, da Il Profeta)

I Vangeli spesso presentano Gesù ritirato in preghiera non in piazza, né all’angolo di una strada, ma in luoghi appartati, solitari, a volte in mezzo ad aspre montagne. Questo dovrebbe farci riflettere su quanto sia necessario per ognuno di noi trovare il tempo ma anche il luogo adatto per dialogare con Dio.

Probabilmente ne erano convinti i tanti eremiti che sceglievano di isolarsi, per lunghi anni, in luoghi impervi e spopolati. Pensavano i poverini che il mondo fosse un ostacolo sulla via della perfezione. Mi pare fosse stato San Paolo di Tebe, morto nel 250 d.C., il primo anacoreta che la cristianità ricordi.

La valle del fiume Orfento, nel cuore del versante nord occidentale della Majella, è un infinito paesaggio dell’anima che invita a coltivare il giusto atteggiamento spirituale. Un luogo che come pochi riesce a generare innumerevoli sentimenti, dall’entusiasmo, alla serenità, dall’armonia all’inquietudine. È un posto dove ascolti solo il canto degli uccelli e il sommesso parlare delle acque incassate tra le rocce.

Dalla dorsale più elevata del massiccio che collega il Blockhaus con il monte Focalone, i Tre Portoni e la cima di Pescofalcone, c’è un solco gigantesco che scende in picchiata dai 2676 metri fino ai 600 del centro termale di Caramanico, tra fitte faggete e acqua scrosciante. Ci troviamo davanti a un mondo popolato da lupi, cervi, orsi e aquile.

In mezzo a questo severo ambiente, tra rocce dalle forme curiose, si trovano i segni indelebili di una vita religiosa, intensa e ascetica. Eremi a volte difficilmente accessibili, chiesine rupestri e sentieri un tempo percorsi da monaci e pellegrini, raccontano ancora di luoghi mistici, lì dove la religiosità popolare, dettata anche da figure imponenti come quella del piccolo frate, Pietro da Morrone, diventa valore aggiunto del turismo naturalistico.

L’eremo di Santo Spirito, situato in località Roccamorice, è sicuramente il più grande e famoso. L’antico monastero rappresenta sicuramente quello che non si dovrebbe mai fare giacché ha subito, nel corso dei secoli, tante improvvide trasformazioni perdendo il profondo fascino che trasmettono altri romitaggi. In più ci si arriva in macchina e questo fa perdere un po’ di misticismo, ma il contesto in cui giace è qualcosa d’inspiegabile. Non si può descrivere con la penna. Dovete arrivarci!

Nella valle, poi, è possibile raggiungere tuguri dall’enorme valore religioso e antropologico come quelli dedicati a San Giovanni, Sant’Onofrio e San Bartolomeo, situati su aspre pareti. Sono luoghi rimasti del tutto intatti nei secoli. Sono le memorie viventi degli antichi ripari di religiosi, pastori e carbonai, incastonati in spettacolari spaccature della roccia, linfa vitale di antiche leggende che raccontano di sette eremiti fratelli che si divisero gli anfratti più reconditi della valle.

Santo Spirito a Majella riesce comunque ancora a regalare le infinite sensazioni che colpirono il grande poeta Francesco Petrarca. L’insigne toscano, nel suo trattato morale del “De vita solitaria”, definì pomposamente questo luogo, “la casa del Cristo”.

Dovette trovarsi a suo agio anche Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, unico papa che, nella storia millenaria degli eredi di San Pietro, ebbe il coraggio di abdicare. L’infelice frate patì la condanna del sommo poeta Dante, che nel terzo canto dell’Inferno, impietosamente lo collocò tra i dannati, responsabile com’era del “grande rifiuto”. Vi giunse nel 1246, rimanendovi per oltre quarantacinque anni. Che personaggio per l’immaginario collettivo quello del papa eremita che morì povero e reietto nel castello di Fumone di Frosinone, imprigionato dal perfido successore, Bonifacio VIII. Fu quasi un martirio il suo, volto a render chiaro a tutti noi che l’unica cosa importante è la vita eterna e non i beni e i poteri di questa misera terra.

Dovremmo leggere con attenzione l’opera del grande Ignazio Silone che ne “L’avventura di un povero cristiano”, tratteggiò sontuosamente l’esperienza di Celestino. Nel 1300 il monastero fu abbandonato e solo nel 1586, grazie ad un religioso intraprendente, Pietro Cantucci da Manfredonia, la vita contemplativa tornò a fiorire. Il monaco fece costruire una sorta di Scala Santa, scavando prodigiosamente la fiancata del monte sovrastante, che porta all’oratorio dedicato a Santa Maria Maddalena. In seguito sorse anche l’attuale foresteria.

Per seguire le tracce di quest’antica vita religiosa, basta armarsi di scarpe buone e farsi vincere dal desiderio di conoscenza che mai dovrebbe mancare in ognuno di noi. Brandelli di nubi corrono in cielo a rendere tutto fiabesco. Ho deciso di non perdermi una visita anche all’eremo di San Bartolomeo a Legio.

Evito volutamente l’eremo di San Giovanni, posto a 1230 metri circa, parecchio inaccessibile, raggiungibile da Decontra in 4×4 e poi in quasi due ore a piedi. È il complesso sicuramente più solitario. Vi si accede attraverso una scalinata intagliata nella roccia, poi strusciando a terra lungo un brutto camminamento a strapiombo. Un cenobio fantastico dove si ammirano ancora le cellette dei religiosi scavate nella pietra. Tutto maledettamente difficile, tutto eternamente bello.

Foreste scure, saliscendi a perdita d’occhio. Le nuvole sono di ritorno. In lontananza una luce bianca fatica ad aprirsi il cammino tra i vapori bassi del cielo. Poi all’improvviso un sole velato prende il sopravvento e infiamma il paesaggio. Tutto intorno assomiglia sempre più a un fuoco di erbe umide. I boschi si stendono contro l’orizzonte prima indistinti poi, man mano ci si avvicina, assumono forma di artigli insanguinati che cesellano fini arabeschi dai mille colori dell’autunno.

Emozionante come non mai, incuneato nell’orrido canyon del Santo Spirito in Maiella, l’eremo di San Bartolomeo a Legio è forse il più spettacolare degli anfratti di Celestino, utilizzati nella notte dei tempi da impavidi anacoreti. Molto più raccolto del Santo Spirito, immensamente più selvaggio e da conquistare a piedi.

Credo che i più grandi viaggiatori di ogni tempo, da Walter Scott a William Blake, da George Orwell a Italo Calvino, qui rimarrebbero entusiasti. Ho raggiunto anche quest’altro luogo dello spirito, forse il più caratteristico, un palcoscenico naturale, dove riconoscere le forme antiche della più alta devozione e del soffio della sapienza, la forza dirompente e ispiratrice della natura attraverso la vicenda umana.

Ho incontrato anche i “tholos”, le capanne monocellulari di origine pastorale, costruite con pietre a secco, imitazione dei famosi trulli pugliesi dei pascoli nel Tavoliere. Dicono che nella valle Giumentina ce ne sia uno a due piani, fantastico! Il posto sembra ancora raccontare una storia di pietre, di lunghi silenzi, di povertà e privazioni ma anche d’infinita ricchezza interiore e immensa forza morale.

Costruito intorno al 1000, l’eremo fu restaurato da Pietro che vi dimorò oltre due anni tra il 1274 e il 1277, insieme a suoi discepoli dell’Ordine del Santo Spirito. Bisogna armarsi di umiltà per accostarsi a questo luogo dell’anima, avere buone gambe, aggrapparsi ad arbusti nani di pino mugo e piegare le ginocchia all’arrivo.

A guardarlo, mentre scendi nel vallone dal sentiero che parte da Decontra di Caramanico, l’eremo appare ancorato al costone roccioso lungo una cinquantina di metri, che lo sovrasta e lo rende simile a un pueblo messicano. È da qui che, scendendo vertiginosamente a picco, gambe in spalla, si conquista la splendida veduta frontale del vallone, anche se quasi tutti preferiscono lasciare l’auto al bivio di Passo Lanciano e giungervi da Roccamorice, di sopra dell’immane costone. Da lì raggiungere il luogo a 600 metri di altitudine è più semplice, lasciando l’auto al bivio per Passo Lanciano e imboccando il sentiero C3 e poi il C1 per circa quaranta minuti.

San Bartolomeo a Legio vanta una continuità di devozione popolare che non ha eguali con gli altri eremi. La rozza statua lignea si dice abbia fatto più di un prodigio in passato. Il protettore dei macellai, incastrato quasi sopra un tavolaccio in pietra che funge da altare, ha il viso di legno ma l’espressione di fede severa e solida che pare roccia. L’invaso in pietra di fuori del tempio contiene acqua piovana che i fedeli definiscono santa, bagnandosi mani e viso.

La pietà popolare ricorda che quest’acqua ha guarito anche da una terribile epidemia di spagnola che nel ’600 funestò l’intera zona. Per questo motivo ancora oggi frotte di fedeli, ogni 25 agosto, portano in processione la statua, poi procedendo lungo il perimetro del complesso in senso antiorario e salendo la scalinata in ginocchio, si strofinano sui muri come avessero la rogna. In realtà quegli uomini stanno ponendo a contatto con le pietre miracolose parti doloranti del loro corpo in attesa di un’improbabile guarigione.

Come arrivare agli eremi di Santo Spirito e San Bartolomeo a Legio: A24/A25 RM-PE uscita Alanno-Scafa, proseguire in direzione Caramanico/Roccamorice. Da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello, seguire indicazioni per Castel di Sangro/Roccaraso/Sulmona.

In inverno per farsi aprire il Santo Spirito, telefonare al municipio: tel. 085-8572132.

Per l’eremo San Giovanni: occorre munirsi di una autorizzazione gratuita che rilasciano le Guardie Forestali del Parco Majella nel centro visita di Caramanico Terme: tel.085-922343. Il sentiero parte dal paese di Decontra, un paio di chilometri prima di Caramanico, c’è il bivio. Sconsiglio di andarci in inverno. Ci sono dei passaggi scivolosi che in caso di neve diventano trappole!

www.paesaggioteramano.blogspot.it

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