Tra stazzi e tratturi: nel mondo incantato dei boschi di Fioli

Tra stazzi e tratturi: nel mondo incantato dei boschi di Fioli

di Sergio Scacchia  – 

Il borgo di Fioli è immerso tra selve piene di fonti da cui il toponimo derivante da “fili d’acqua”. È semi abbandonato per almeno dieci mesi l’anno. Si trova a due chilometri di curve dopo Padula.

Un luogo magico, cuore della Laga, che diventa irresistibile in autunno, quando i boschi si colorano meravigliosamente.

La chiesa di questo piccolo borgo isolato, in cui devi venirci perché non è di passaggio, è intitolata a San Martino, santo protettore delle Armi Italiane. Giace in uno stato di grave degrado. Risale alla seconda metà del ’400, restaurata intorno al 1660. È piccola ma ricca. Contiene una pietra antichissima che custodiva gli oli sacri, diverse statue lignee di pregio e una preziosa acquasantiera in legno e pietra. Esperti studiosi volevano trasportare queste antichità a Roma per restauri ma i pochi abitanti, subodorando inganni, si opposero fortemente.

Una statua della Madonna delle Nevi in restauro, manca da diversi anni, così dicasi per il piattino con gli occhi di Santa Lucia che, portato a Chieti, non ha visto più la via di casa. L’altare ligneo barocco è in pericolo perché il muro che lo sorregge si sta deteriorando per le infiltrazioni dovute alle piogge.

La chiesa è costruita sopra un antico ossario. Infatti, al centro dell’unica minuscola navata, si vedono ancora buche per sepoltura, forse utilizzate durante la tremenda carestia del 1817. In quegli anni difficili, i morti venivano sepolti in chiesa, in una fossa comune, nella quale i corpi erano calati.

La chiesa di San Martino ebbe allora le buche così piene che, come mi raccontò lo scrittore Valentino Di Tommaso, originario del paese e oggi autore di numerosi libri sulla vita fiolese, “prima di calare altri morti, bisognava spingere con pertiche verso il basso la catasta di quelli che vi erano stati collocati, vittime del drammatico anno della fame”.

“Le fondamenta abbisognano di consolidamento, il tetto ha dei buchi e nei giorni di pioggia l’acqua penetra all’interno. Dell’intonaco non parlo, basta guardare!!!” – mi         disse sconsolato qualche anno fa il signor Aladino che custodiva gelosamente quanto di bello offre la chiesa.

Mostrò, allora, con orgoglio antichissimi reliquari e pietre del vecchio altare. La statua della Madonna del Rosario aveva il viso scrostato per infiltrazioni e muffa. L’altra statua raffigurante la Madonna del mese di Maggio sembrava integra. Una signora quel giorno si lamentò che, nella vicina Pezzelle, la chiesa di San Pietro era stata restaurata, la loro, al contrario, abbandonata al suo destino.

Il piccolo paese si anima in estate per quindici giorni quando tutti tornano per un po’ alle loro origini. Il presepe di case racconta ancora storie di antiche ricchezze e prosperità nonostante un evidente isolamento che però è servito a preservare questo minuscolo abitato. Non dimentichiamoci che qui, nell’anno 637 di Roma e, in tutto il territorio comunale di Rocca Santa Maria-Imposte, passava la famosa arteria della Cecilia Metella.

Tale strada non apparteneva alla categoria di quelle congiungenti Roma con le varie Regioni Italiche, essa si diramava dalla strada Salaria all’altezza di Amatrice per ricongiungersi con la stessa strada consolare all’altezza della Val Vibrata. Era comunque una via di alto traffico per quel tempo.

Eppure, durante la guerra, si legge nei gustosi libri del Di Tommaso, oggi residente sul lago di Como, i soldati tedeschi non riuscirono ad arrivarci perché ignari che il mondo continuasse di là di Cortino e Padula.

I boschi hanno un’anima da queste parti. È il versante meno noto della grande foresta della Martese che assurse agli onori della cronaca nel 1943 per essere stato il teatro della prima sollevazione partigiana italiana contro il Nazi-Fascismo: morirono in quei giorni molti giovani, due monumenti ed alcune lapidi, nel versante del Ceppo, ricordano in quei luoghi il loro sacrificio.

Tonino Di Giammartino, oggi stimato dipendente in provincia, non rinnega le sue origini, anzi. Sa cosa significava vivere nel profondo della Laga, con il papà e la mamma di professione pastori. Mi raccontò, una sera di bicchieri a San Martino, di una vita non certo priva di durezza, tra le favole, le storie, i miti della cultura contadina e pastorale.

I suoni delle tante campane dondolanti sotto la barba delle pecore, la nonna che con il proprio magico tamburello scacciava – lui bambino – i mostri creati dalla solitudine e dalle paure.

Ricordo, anni fa, che incontrai Desiderio. Anche allora fu una serata tormentata da bicchieri, formaggio e canti. Era il roccioso pronipote di uno dei primi pastori dell’800. Anni fa, rientrava ogni sera dal pascolo con capre, pecore, due cani abruzzesi, la moglie e i suoi tre figli. Ebbi la fortuna di poter raccogliere le sue memorie.

Un tempo, i ragazzi seguivano il padre lungo i tratturi, portandosi dietro la piccola cartella di libri di scuola. Poi, con un occhio allo scritto, l’altro piantato all’orizzonte per paura dei lupi, trascorrevano ore immersi nella natura.

Verdi di boschi e fresche di acque scroscianti, queste montagne appartate serbano stupende sorprese, tra i piccoli zampilli dell’acqua della Fonte del Monsignore e lo scrosciare impetuoso, nell’altro versante, della Cascata della Morricana nel bosco della Martese, nel comprensorio del “Ceppo”.

Sotto i piedi, in questo periodo autunnale, un tappeto di foglie morte accompagna i passi nel bosco. I faggi sembrano formare una volta fitta e compatta sopra la testa. Qua e là mostrano la loro cima frondosa, austeri abeti bianchi. Gli alberi raggiungono nella foresta la ragguardevole altezza di trenta metri.

Il respiro che si rifiuta di togliere l’affanno a causa della salita, soffre di apnee selvagge per la bellezza del luogo. Stormi di corvi sembrano annerire il cielo, lo sfidano, quasi, con le loro incredibili traiettorie. Sono decine, centinaia. Impressionante!

In una radura si scorge una piccola sagoma nera, in piedi. Penso sia il tronco annerito di un albero colpito da un fulmine. Incredibile a dirsi, è un pastore, per giunta italiano, in ritardo per la partenza verso luoghi più caldi. Da quando la transumanza si fa con le bestie incassate dentro camion, non c’è più urgenza di partire a settembre.

Una ventina di pecore sdraiate sulla nuda terra, paiono pendere dalle sue labbra. Mi porta non lontano lì dove, in un’ondulazione del pianoro, si trova il suo ovile improvvisato. Mi propone di passare a casa sua. Abita vicino la frazione di Forno, quasi al confine tra il territorio di Cortino e quello di Rocca Santa Maria. Ha del buon formaggio da vendere, mi dice.

Non più tardi di un’ora dopo sono davanti alla sua casa in pietra. A lato, mi colpiscono una trentina di alveari, tutti allineati come soldatini di piombo. Il cane all’uscio è silenzioso come il padrone. Mi porta nel sotterraneo dell’abitazione e, davanti ai miei occhi, si apre un mondo di formaggi deliziosi e profumati. Mi invita a provare la sua ricotta e al mio primo boccone diventa loquace di colpo, come se assaggiare il suo prodotto, mi abbia reso un fratello.

Racconta di quando, anni fa, i lupi gli scannarono quaranta pecore. Lui attende un risarcimento da parte dello Stato da circa dieci anni. Chissà perché mi viene alla mente il vecchio Catone di duemila anni fa. Se tornasse in vita rimarrebbe stupefatto. Ripeteva sempre che nei secoli successivi, la pastorizia avrebbe fatto la fortuna di Roma.

Sappiamo com’è finito il Sacro Romano Impero e il mondo pastorale in genere. La pastorizia non è stata e non sarà mai sinonimo di futuro, né di salvaguardia del territorio. E i lupi che oggi sono quasi scomparsi sono stati rimpiazzati da bestie feroci che uccidono questa antica pratica con divieti e carte bollate. Eppure l’Italia, fino a qualche decennio fa, grondava latte, commerciava in lane.

Anche qui a Fioli prima erano pastori due persone su tre. Oggi quest’uomo che mi vende ricotta sembra il prodigio di una macchina del tempo.

Come arrivare a Fioli:

Da Teramo prendere la strada per Montorio al Vomano. Al bivio per Valle San Giovanni continuare fino al paese di Pagliaroli, risalendo il fiume Tordino. Lasciare la strada che porta a Cortino e deviare per Padula. A un chilometro dal paese curvare a destra e seguire indicazioni per Fioli, circa 30 chilometri da Teramo.

www.paesaggioteramano.blogspot.it

2 Responses to "Tra stazzi e tratturi: nel mondo incantato dei boschi di Fioli"

  1. Jacopo   17 novembre 2015 at 15:50

    Cavolo…vado li tutti gli anni e questa storia non lo mai sentita.non credevo che un piccolo paesino sparso tra le montagne possa essere cosi ricco di storia e povero di intertesse…mi piacerebbe tanto che diventasse meta di turismo perché é un luogo davvero incantato ma pultroppo cio non è possibile spero un giorno che diventi più conosciuto e che i suoi abitanti non siamo solo noi che andiamo solo per passe l’state ho linverno.

  2. Anonimo   9 gennaio 2016 at 19:40

    È incantato questo racconto

Leave a Reply

Il Fatto Teramano è l'unico sito che ti permette di commentare senza registrazione ed in forma totalmente anonima. Sta a te decidere se includere le tue generalità o meno. Nel momento in cui pubblichi il tuo commento dichiari di aver preso visione del nostro disclaimer e di accettarne le regole. Per inviare il tuo commento aiuta il sito a verificare la tua esistenza trascinando un'icona secondo le indicazioni e clicca su Commento all'articolo.

 

Your email address will not be published.