Ricordando Pasolini: “Ragazzi di vita”

Ricordando Pasolini: “Ragazzi di vita”

di Maria Cristina Marroni  – 

Pier Paolo Pasolini 2
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Nessun uomo nasce crudele, ma la precarietà e l’indigenza sporcano anche le ali degli angeli. Nelle periferie romane, negli anni del Dopoguerra, pulsa una sopravvivenza animalesca tra fango, polvere e odore di orina. Nel cuore dei ragazzi di vita c’è un’ingenuità primordiale, la violenza semmai è nell’ambiente.

Pasolini, trasferitosi a Roma con la madre e abbandonato l’idilliaco paesaggio dell’infanzia, trova casa vicino a Rebibbia e scopre le borgate della città. Si aggira smarrito e stupefatto in quel mondo perverso e innocente, che sembra la copia in bianco e nero dell’arcaica innocenza del suo Friuli.“Roma nella mia narrativa ha quella fondamentale importanza (…) in quanto violento trauma e violenta carica di vitalità, e cioè esperienza di un mondo e cioè in un certo senso del mondo”.

Il romanzo “Ragazzi di vita”, pubblicato nel 1955, nasce proprio in questo contesto urbano, dove la vita conosce patimenti e sofferenze, ma non la noia del vizio.

All’interno delle periferie, nell’insopportabile calura estiva, recitano la loro misera esistenza giovani di un’umanità brutale “intenta ad assecondare con furore e allegria il naturale istinto della sopravvivenza”.

Il romanzo ruota intorno alla fame, al sesso e al denaro, “la sola fonte di piacere e di soddisfazione in questo sozzo mondo” e attorno a queste urgenze si muovono le azioni e le reazioni dei personaggi secondo un ritmo ossessivo, dove a notti vissute all’estremo, con svaghi forsennati e ruberie, seguono brevi pause contratte in una fosca luce solare.

“Nell’aritmica vicenda di sistole-diastole la convenzionale scansione cronologica risulta deformata”, a essa si sostituisce un ordine interno alla narrazione, segnato da un affollarsi rapinoso, si direbbe circolare, di eventi anche minimi, come quelli riguardanti il denaro continuamente rubato e perduto – così come in certi sogni pare esistere un filo logico che alla luce del giorno si rivela in tutta la sua assurdità.

In questo “ordine quasi onirico” (Fortini) i personaggi (Riccetto, Amerigo, Caciotta, Lenzetta, Marcello, Alduccio, Begalone, Genesio e Piattoletta), privi di dinamica sostanza psicologica, sembrano affabulazioni gergali.

Il tempo modifica tutto, così anche le borgate mutano geneticamente: vi si insinuano il desiderio smodato del benessere, la corruzione, il vizio e l’indifferenza tipici della borghesia. A quel punto anche i ragazzi di vita avranno in comune con i giovani borghesi i sogni di gloria e opulenza.“Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo”.

Tutti i personaggi del romanzo sono variazioni di un identico tipo umano, spoglio di ogni etica ma provvisto di una spontanea e ingenua vitalità. Con loro il lettore attraversa le vecchie strade di Roma, dove ascolta le urla in dialetto, percepisce gli odori e i colori, si sporca di polvere, come da bambini durante le improvvide cadute a terra. Poi si tuffa nelle acque del Tevere con Marcello, Amerigo, Genesio, Riccetto e gli altri per tornare mondo in superficie.

Nella parte finale del libro sulle vite dei giovani personaggi stende la sua ombra la morte, “corteggiata e amata di un torbido e si direbbe sensuale amore”. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi/questa morte che ci accompagna/dal mattino alla sera, insonne,/sorda, come un vecchio rimorso/o un vizio assurdo” (Cesare Pavese).

La morte, “la comare secca” porta via con sé Marcello, a causa del crollo di un edificio, Amerigo, che si suicida per sfuggire all’arresto, Piattoletta, perito in un rogo acceso per gioco, Genesio, annegato nel Tevere, liberandoli al contempo dalle insidie della consapevole corruzione della maturità. Paradossalmente la morte conserva per sempre la purezza della giovinezza e la vitalità lacerata. La contaminazione di lingua e dialetto segna il distacco provocatorio dalla vita borghese, di cui si rifiuta la lingua ufficiale.

Pasolini ci è mancato prepotentemente in questi quarant’anni. Con lui è morto “tutto un pezzo della cultura italiana”. I suoi ragazzi non ci sono più, ci sono invece le baby prostitute, figlie non della povertà, ma della ricchezza. Allora nei “ragazzi c’era una intensità e una umile volontà di vita, un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo”.

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