L’eremo nascosto della Madonna dell’Altare a Palena

L’eremo nascosto della Madonna dell’Altare a Palena

di Sergio Scacchia  –

“Se anche cantassi come gli angeli, ma non amassi il canto, non faresti altro che render sordi gli uomini alle voci del giorno e della notte”.

(Kalhil Gibran – da “Il Profeta”)

Sono milioni. In apparente stato confusionario si muovono brulicando e trasportando un’incredibile massa di aghi di pino per costruire nidi a cupola dove ospitare le famiglie. Perché le formiche, ne sono convinto, hanno il culto della famiglia forse più dell’uomo.

È un movimento convulso che visto da vicino, può causare stress. Eppure a me questo incedere forsennato e senza apparente senso, dentro e fuori il buco del formicaio, mi rilassa e quasi mi trasporta in un’altra dimensione. Immagino una grande danza di massa, dove quest’incredibili insetti laboriosi si muovono sincronizzati al secondo. Tutti volteggiano incessantemente senza curarsi di me, ignorandomi a più non posso.

Ricordano il meccanismo di un orologio svizzero e fanno percepire la magica illusione di un grande e unico essere vivente o di una società dove ognuno è parte dell’altro. È la magia di un mondo perfetto che non esiste se non nei nostri sogni più nascosti. Guardo l’orologio e mi accorgo di aver trascorso quasi quindici minuti ad ammirare questa fetta di ecosistema forestale.

Non sono lontano da Palena, paese della Majella orientale dominato dalle rocce del versante settentrionale del monte Porrara, elegante vetta che chiude a sud il crinale del complesso.

Abitato antico questo, gravemente danneggiato durante gli scontri tra alleati e tedeschi, nell’ultima guerra. È per fortuna sopravvissuta, alla distruzione e alle cannonate nemiche, la settecentesca chiesa del Santo Rosario con la statua cinquecentesca della Madonna con bimbo. Nel bombardamento fu distrutto il bellissimo castello dei duchi di Caramanico. Oggi quello che si vede è una brutta copia dell’originale edificio.

La splendida faggeta che porta in otto chilometri al santuario della Madonna dell’Altare è un ambiente spettacolare e selvaggio. La pittoresca costruzione è a 1272 metri di altezza.

Posta su uno strapiombo preceduto da un cortile recintato su tre lati, ha l’aspetto di una piccola rocca. Il complesso è costituito dalla chiesa, da un nucleo abitativo molto articolato ed elegante e da un giardino pensile ricavato sulla rupe.

All’inizio della sua lunga vita eremitica, dopo giorni trascorsi nei pressi di Castel di Sangro, Pietro da Morrone, il papa Celestino V, attraversò la zona degli altipiani e scese nella valle dell’Aventino.

I Vangeli spesso presentano Gesù ritirato in preghiera non in piazza, né all’angolo di una strada, ma in luoghi appartati, solitari, a volte in mezzo ad aspre montagne. Questo dovrebbe farci riflettere su quanto sia necessario per ognuno di noi trovare il tempo ma anche il luogo adatto per dialogare con Dio.

Probabilmente ne erano convinti i tanti eremiti che sceglievano di isolarsi, per lunghi anni, in luoghi impervi e spopolati. Pensavano i poverini che il mondo fosse un ostacolo sulla via della perfezione. Mi pare fosse stato San Paolo di Tebe, morto nel 250 d.C., il primo anacoreta che la cristianità ricordi.

Nella Majella, sia nella parte occidentale che in questa orientale, è possibile raggiungere tuguri dall’enorme valore religioso e antropologico come quelli dedicati a San Giovanni, Sant’Onofrio e San Bartolomeo a Legio, situati su aspre pareti. Luoghi rimasti del tutto intatti nei secoli.

Sono le memorie viventi degli antichi ripari di religiosi, pastori e carbonai, incastonati in spettacolari spaccature della roccia, linfa vitale di antiche leggende che raccontano di sette eremiti fratelli che si divisero gli anfratti più reconditi della valle.

Era il 1235 quando Celestino V, allora umile frate, arrivò proprio qui alla Madonna dell’Altare. Il santo rimase quasi tre anni in una grotta scavata sotto di un enorme masso così angusto da doverci stare in ginocchio o disteso.

Il santuario fu poi elevato intorno al XVI secolo per opera dei Celestini giunti da Sulmona a ricordare la presenza in questo luogo del loro fondatore. I religiosi tennero il luogo sacro e il piccolo convento fino al 1807, anno in cui l’ordine fu abolito.

Allora una facoltosa famiglia del luogo, i baroni Perticone, provvidero a tenere in piedi l’eremo donandolo negli anni ’70 al comune di Palena.

Il nome della Madonna dell’Altare prende spunto dalla roccia su cui è poggiato l’eremo in pietra che fa pensare proprio a un grande altare.

Questo è forse il luogo celestiniano che si raggiunge più facilmente nell’intero complesso montuoso, ma riesce comunque ancora a regalare le infinite sensazioni che colpirono il grande poeta Francesco Petrarca. L’insigne toscano, nel suo trattato morale del “De vita solitaria”, definì pomposamente la Majella, “la casa del Cristo”.

Vado via da questo luogo a malincuore. Qui regna pace e serenità. Oltre il bivio dove ho lasciato l’auto, la statale sale al bellissimo e roccioso valico della Forchetta da dove la vista spazia sulle prime propaggini di uno dei più begli altopiani d’Abruzzo, quello delle Cinque Miglia.

L’eremo resta chiuso dal 21 novembre fino alla Pentecoste. Fuori il santuario è possibile fare picnic nel bosco.

Informazioni per la visita: Museo dell’Orso Marsicano – Tel. +39.339.8629165

Email: info@movimentocelestiniano.it

Il percorso più breve è quello che dal bellissimo borgo di Pescocostanzo porta alle Grotte del Cavallone. Una volta superata la riserva del Quarto di Santa Chiara, si scende verso la valle dell’Aventino. Dopo solo un paio di km si può raggiungere il Santuario della Madonna dell’Altare L’itinerario, a 17 km da Pescocostanzo, attraversa poi Palena antico borgo situato alle pendici meridionali della Majella. Dopo qualche km da Palena si raggiungono le Grotte del Cavallone, ambiente di interesse unico nel cuore del Parco della Majella. Attenzione, le grotte in autunno sono chiuse e aprono solo su prenotazione: 0872 910203. Comune di Taranta Peligna 0872 910118

www.paesaggioteramano.blogspot.it

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