Che noia 25 anni senza Alberto Moravia!

Che noia 25 anni senza Alberto Moravia!

di Maria Cristina Marroni  –

Il 26 settembre di venticinque anni fa scompariva Alberto Moravia, uno degli scrittori che ha incarnato meglio la letteratura italiana  del Novecento. Lo ricordiamo con la recensione di uno dei suoi libri più significativi.

moravia gattoDi Alberto Moravia si è parlato molto come scrittore, ma forse le sue opere non hanno ricevuto tutto l’apprezzamento che meriterebbero. Con il tempo la sua fama si accresce, man mano che l’allontanarsi della sua morte lascia emergere i libri e fa scolorire il personaggio, ancora vivo in moltissimi, dato che lo scrittore è scomparso nel 1990.

“La noia” è il suo romanzo più significativo, pubblicato nel 1960, di una caratura e un livello europei. Merita di essere letto e meditato, soprattutto per come riesce a fotografare la miseria psicologica del protagonista, figura modernissima ed emblematica del disagio mentale causato dall’età del benesseremoravia-la-noia

Dino è un ragazzo ricco, di nobile famiglia romana, che non riesce a trovare la sua dimensione, non sa darsi un senso, non è capace di accettarsi. Spera che dipingere gli consenta di trovare una chiave di lettura dell’esistenza, di fargli trovare se stesso, poiché è costantemente schiacciato da una noia inarginabile che lo emargina dalla società.

Il disprezzo di Dino per i valori borghesi che gli derivano dalla propria famiglia, unito all’incapacità di approdare ad una visione sua, lo tengono in un limbo dove la crisi personale è la dimensione permanente e la cifra psicologica del suo essere al mondo.

Il lungo travaglio interiore sembra trovare un esito nell’atto di rompere il quadro al quale stava lavorando: “distruggere la tela voleva dire essere arrivato alla conclusione di un lungo discorso che tenevo con me stesso da chissà quanto tempo. Voleva dire aver messo finalmente il piede sul terreno solido”.

Ma la pittura non si rivela un buon metodo, né una cura, e purtroppo nemmeno più una distrazione.

Dino allora instaura una relazione con Cecilia, con la quale crede di poter percorrere una via che conduca ad un senso, specie attraverso la conoscenza carnale.

Ma il terreno frana sotto i piedi, la suggestione tende a svanire e Cecilia si trasforma in un buco nero che inghiotte qualsiasi cosa in modo enigmatico e inafferrabile, compresi i sentimenti e le emozioni.

Il potere del denaro si rivela infausto e le esplorazioni psicologiche di Dino non riescono a rompere il muro di incomunicabilità con la donna, distante e indifferente come una ceramica, lontana anni luce dalla dimensione autentica che il protagonista persegue per dare una ragione alla propria vita.

Dino si trova dinanzi ad un baratro dove la morte sembra la soluzione meno disperata, e una sera decide di andarsi a schiantare contro un platano con l’automobile. L’esperienza non lo uccide e lo induce a ricostruire la dimensione dell’accettazione, dove il ritorno alla realtà e al contatto esterno divengono meno traumatici per il protagonista.

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Nico Naldini, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia

Romanzo complesso, sebbene essenziale, “La noia” instaura due collegamenti evidenti: con “La nausea” di Sartre (del 1938) e con il primo romanzo dello stesso Moravia, “Gli indifferenti” (del 1929). Tuttavia, la distanza temporale trasforma la visione esistenzialista e la adatta alla società contemporanea del 1960, laddove ad emergere prepotentemente sono l’incomunicabilità, l’alienazione e il possesso, declinati secondo le categorie della borghesia che si viene disfacendo.

Libro dai toni freddi e a tratti urticanti, riesce proprio per questo a fotografare il disagio di una classe sociale la cui cifra narrativa tende a svaporare assai più che ne “Gli indifferenti”, dove la struttura realistica era preminente e la vita interiore molto meno analizzata.

Eppure, la scrittura di Moravia sembra prediligere una visione bidimensionale della vita e dei personaggi, quasi a voler scandagliare una profondità che non c’è, che si cerca in ogni modo ma che non si trova, che si prova ad inventare ma in un deficit di fantasia che è figlio dei tempi e del contesto sociale.

Alla fine, sotto alla schiuma, sotto al vestito, sotto alla borghesia, sotto al neocapitalismo industriale, sotto la superficie della società, non c’è niente. E se il rischio di mistificare le percezioni, i rapporti, i meccanismi reali e psicologici, è alto, la sensazione che resta è che sia la vita ad essere apocrifa, mentre la macchina fotografica della letteratura funziona benissimo e legge la realtà per come si presenta: non autentica, spuria, inutilizzabile. Un refolo di vento che spettina ma non scuote.

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