Castrovalva: nell’antico borgo delle aquile

Castrovalva: nell’antico borgo delle aquile

di Sergio Scacchia  –

C’è chi insiste a cercare forme di vita nelle altre galassie, dimenticando che qui, in terra, a volte l’uomo scompare da piccoli paesi di montagna che, in men che non si dica, diventano irrimediabilmente delle incantate ghost town per gran parte dell’anno.

In questi antichi abitati, alcuni dei quali si ripopolano nelle due settimane a cavallo del ferragosto, si aggirano fantasmi: donne alla fontana con grembiuli e fazzoletti in testa, bambini sulla porta di una scuola che non esiste, uomini piegati sotto il peso delle balle di fieno, vecchi all’osteria per la “passatella”, ragazze al balcone in fiore.

C’è qualcosa di commovente e anche di macabro nell’abbandono di un borgo o di una valle.

Eppure qualcosa in controtendenza pare muoversi. Castrovalva, antichissimo abitato a nido d’aquila sulle gole del Sagittario, una manciata di curve da Anversa degli Abruzzi, sta tornando a vivere. Un artigiano, un mago della pietra, sta ricostruendo un po’ alla volta tutte le antiche case, su commissione dei figli di chi, un tempo, abitava questo luogo selvaggio ma incredibilmente bello. Vero che d’inverno Castrovalva torna a essere un set buono per un film di Tim Burton o un racconto di Stephen King, ma oggi possiamo dire che l’utopia della montagna può essere vinta.

Gli abitanti custodiscono memoria anche per chi, pur ristrutturando o magari lasciando in abbandono la vecchia casa, non ha tempo per arrivare fin quassù. Una buona notizia dato che interi borghi medievali, dimenticati dalle famiglie di un tempo, oggi finiscono on line per offerte di acquisto su eBay, schegge di Far West, autentiche Spoon River cadute in disgrazia. Questo è un graffio indelebile e profondo al patrimonio artistico e antropologico italiano.

Ho deciso di andare a vedere. La strada sale tortuosa, stretta, tornante dopo tornante. Ad ogni curva, il panorama diventa paurosamente bello. Mi sto arrampicando lungo il fianco di una montagna che precipita vertiginosamente sul fiume Sagittario e sulle sue gole. Qualcosa da mozzare il fiato.

È una situazione ancestrale che per ironia della sorte, può essere il motivo per cui Castrovalva rimane ai margini dai più battuti percorsi turistici. A una decina di chilometri si entra nella Valle dei Laghi e si arriva alla super visitata Scanno. Qui tutto stordisce per la bellezza!

Affacciandoti dai bastioni della montagna pare di toccare Anversa degli Abruzzi. Per chi ha il coraggio di inerpicarsi con la sua auto, fin sopra al cocuzzolo dove è poggiata Castrovalva e, ancor più, per chi ci arriva dal ripido sentiero che sale dal fondo delle gole con la forza delle gambe, questo luogo dell’anima regala silenzio, fascino, isolamento, immerso nella storia e nella natura.

È arrivando in cima che capisci il perché dell’amore che il grande artista olandese Escher nutriva per questo borgo. Era stato colpito dalle vedute aeree che si godono in paese e, durante questo lungo viaggio nel Sagittario, più di ottanta anni fa, immortalò gli scorci più significativi con la sua arte sopraffina. Accadde prima che l’artista raggiungesse Villalago e i suoi specchi d’acqua, il magnifico “paese del sud” di Pettorano sul Gizio, nel sulmonese, per poi dover abbandonare l’Italia, colpito dall’anatema del Fascismo.

La litografia di Castrovalva è una delle più belle e famose di Escher, testimonianza di quanto il luogo avesse colpito la sua fantasia. Come dargli torto? Il borgo, lungo e stretto, tagliato dai venti impetuosi che lo sferzano in inverno senza pietà, posizionato com’è sul crinale, non lascia nessuno indifferente. L’affaccio sul belvedere per vivere l’emozionale senso di vertigine, completa l’incanto del posto.

Il paese è tipico della montagna abruzzese, con le sue case a incastro poggiate sulla dura pietra, a formare piccoli labirinti abitativi.

Nel parlare brevemente di storia, lo storico del luogo, Antonio Genovese, ricorda che il “Castrum Valvae” non era di origine romana ma bizantina. L’odierna Castrovalva, che comunque era abitata sin dalla preistoria, risale al XIV secolo ed è di quel periodo anche la chiesa della Madonna delle Grazie, protettrice del paese.

In realtà pare che il borgo fosse nato a opera di un accampamento militare di stanza su questo monte che era detto “Dell’Angelo”. Qui, spesso, le truppe rimanevano per mesi a guardia della valle, luogo strategico d’ingresso nell’Abruzzo meridionale per chi voleva conquistare il centro Italia. Sant’Angelo divenne monte San Michele.

Da qui, per secoli, i soldati che di notte avvistavano i nemici alle porte del Sagittario, usavano segnali luminosi con fuochi, per mettersi in contatto con il comando posto a Rocca Casale, non lontano da Sulmona. Di lì le notizie giungevano alla capitale di allora, il distretto romano di Corfinio, nel cuore della vallata peligna.

Mi affaccio dalla parte di Anversa per guardare l’orrido. Si notano anche remote grotte carsiche su pareti ripidissime dove nidificano le aquile. Forse anche qui, persi nella vegetazione, ci sono degli eremi che raccontano di personaggi straordinari che con scelta ascetica hanno sperimentato un rapporto eroico con la natura selvaggia e primordiale.

La voce dell’uomo, quasi baritonale alle mie spalle, mi fa trasalire. Un viso asciutto e gradevole se non fosse che la sua pelle ha uno strano colore dattero maturo. Vuole solo, gentilmente, darmi informazioni. Questo luogo è detto del “Morrone”, mi dice. Spiega che i morroni erano degli avanzi di costruzioni molto antiche. Proprio qui c’è la parte più vetusta del paese. E mi fa vedere il luogo dove, anni fa, furono rinvenute monete d’argento databili, forse, all’anno Mille.

L’uomo, senza presentarsi, mi invita a seguirlo. Indica, dalla minuscola piazza centrale, la parte alta dell’abitato. Lì c’era la chiesa dedicata a San Michele. Fino agli anni Trenta, è stata grande la devozione per questo santo che veniva festeggiato con una sagra e processione. Oggi del tempio rimangono solo delle pietre antiche.

Le parole del gentile cicerone mi fanno immaginare un paese che non c’è più. Il tempo scandito dalle campane della chiesa madre, una melodia di poche note prima di battere le ore, il suono che echeggia fin sotto la valle. I tocchi a dare malinconia per il tempo andato che nessuno può far tornare.

Era come se il tempo avesse un respiro comune e tenesse insieme tutte le anime! I vecchi del paese da quelle campane erano governati. Ne aspettavano i rintocchi per rimandare le poche bestie nei ricoveri, per smettere il lavoro e riposare. Oggi nelle città le campane suonano nell’indifferenza, sommerse dai rumori del traffico o dallo sferragliare dei tram.

Guardandosi bene intorno, si intuisce l’incastellamento del paese, la sua importanza come accesso principale del meridione della valle peligna, le sue fortificazioni e dove si trovava la rocca, zona che oggi è chiamata del “Castellaccio”. Si capisce perfettamente perché Longobardi, poi Aragonesi e Angioini, benvoluti dalla potente dinastia dei Caldora, abbiano voluto abitare questo luogo così impervio.

È stato un bel viaggio in uno scampolo di mondo estraneo al paesaggio urbano, diverso anche dalle campagne coltivate, un mondo dove la mano umana ha i suoi confini oltre i quali la natura non permette ingerenze.

Come arrivare: A25, uscita COCULLO, proseguire per 11 km in direzione Anversa degli Abruzzi/ Castrovalva. Per info rivolgersi al comune di Anversa degli Abruzzi al telefono 086449115 o alla Riserva Naturale delle Gole del Sagittario 086449587

www.paesaggioteramano.blogspot.it

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